Era il 3 giugno 2021 quando l'FC Internazionale Milano dava "il benvenuto a Simone Inzaghi come nuovo allenatore della Prima Squadra". Un annuncio che era ormai nell'aria da qualche giorno, giusto il tempo di organizzare le faccende burocratiche di una trattativa lampo andata in porto con l'allora uscente tecnico della Lazio, individuato in quattro e quattr'otto da Marotta e Ausilio per il post-Antonio Conte con somma arrabbiatura di Claudio Lotito. L'arrivo di Simone è tuttora ben nitido ai tifosi di lunga memoria, di sicuro agli addetti al settore e quel #WelcomeSimone lanciato dal club di Viale della Liberazione aveva, come spesso accade (ma quella volta un po' di più), dato il via ad un dibattito mediatico che vedeva contrapporsi sui social e per le strade due grandi fazioni riassumibili come chi individuava nel piacentino "quello giusto" e chi riteneva l'ingaggio dell'ex calciatore di Lazio, Atalanta, Sampdoria, Piacenza... "un clamoroso passo indietro" rispetto al predecessore.
'Spiaze One' fu uno dei Tweet più celebri di allora circolati nel social dell'uccellino, oggi X, che faceva da apripista ad una serie di ironiche previsioni da Nostradamus del ventunesimo che vedevano nella scelta di Simone un autogol della dirigenza del The Corner, costretta a dover fronteggiare una crisi economico-sportiva preannunciata dall'addio a gambe levate del 'condottiero di Lecce', magnificente ed eccelso spropositamente per abbassare l'asticella delle pretese e 'accollarsi' il doloroso ma necessario addio di Acrhaf Hakimi (più un eventuale secondo big) per tenere in piedi un progetto costretto a far a meno dei fondi provenienti da Nanchino, dove i rubinetti di Zhang erano stati sigillati dal governo cinese in piena crisi post-pandemica. "Non ci sono le condizioni per continuare" - cit. E così "sen va, e quivi m'abbandona lo dolce padre, e io rimango in forse, che sì e no nel capo mi tenciona" - disse in tempi non sospetti Dante e ripetemmo all'indomani del 'grazie e arrivederci' di Conte, costato peraltro 7 milioni di buonuscita.
Ma tutto è bene quel che finisce bene. Facile però più a dirsi che a farsi, e facile è dirlo adesso, tre anni e 6 trofei dopo. Meno naturale e spontaneo venne pronunciarlo allora, quando a tre giorni dalla festa per il 19esimo scudetto sull'Inter s'abbatté una nube di incertezze che neppure l'arrivo di Inzaghi aiutò a diradare nell'immediato. Certo, Inzaghi che succede a Conte, dopo che per giorni (o addirittura settimane, ancor prima che Conte si dimettesse) si era parlato di Massimiliano Allegri, fu in un certo senso un grande azzardo, una scommessa giocata da dirigenza e società nerazzurra che passavano da un coach plurititolato a un allenatore sì giovane e promettente (per gioco e margine di crescita), ma quasi in fasce e dall'esperienza senza dubbio impresentabile al processo della comparazione con il collega uscente: 1 campionato di Serie B, 4 Scudetti, 2 Supercoppa Italiane, 1 Premier League, 1 Coppa d’Inghilterra il palmares del salentino; 2 Coppa Italia Primavera, 1 Supercoppa Primavera, 2 Supercoppa Italiana, 1 Coppa Italia per l'emiliano che fino a quel momento contava nel bagaglio d'esperienza da allenatore esclusivamente la panchina della Lazio, dalle Giovanili fino alla Prima squadra. Se il primo aveva già allenato Siena, Arezzo, Bari, Atalanta, Juventus, Nazionale italiana e Chelsea, soprattutto le ultime tre, vincendo anche l'interessante, grande e probante mondo della Premier League con i Blues, il secondo si presentava a Milano da quasi outsdider, di certo da allenatore alla prima vera grande chiamata in quello che sarebbe potuto essere il salto di qualità della sua carriera. Un uno contro uno che l'Inter andava a giocarsi sul campo nel bel mezzo di un allarmismo generale che vedeva nella scelta di Simone Inzaghi un ripiegamento obbligato dalle varie ed eventuali economiche che aveva come aggravante l'addio alla pista Allegri, considerato al cospetto del piacentino 'mostro' sacro del calcio italiano, e prova del nove che Simone sapeva di doversi guadagnare con tempo, sacrificio, abnegazione e pressioni che mettevano in salita un percorso reso ulteriormente tortuoso dal complicato imprevisto Christian Eriksen e dalla clamorosa, improvvisa e impronosticabile fuga di Romelu Lukaku, volato a Londra per sposare 'il suo grande amore' Chelsea (o 15 milioni d'ingaggio all'anno... chissà) dopo essersi proclamato (qualche ora prima) il re di Milano. Ma questa è un'altra storia, o forse un'altra pagina di disavventure inzaghiane che ha contribuito a rendere il romanzo finale ancora più bello.
All'addio di Hakimi, Eriksen e Lukaku e i conseguenti rattoppi di mercato 'di fortuna' ai quali hanno dovuto ricorrere Ausilio e Marotta, presi in contropiede a dieci giorni dall'inizio del campionato e a venti dalla fine del mercato, il 'piccolo' Simone ha risposto con una stagione che ha pagato esperienza e maturità in divenire e crescendo che non hanno premiato gioco, organizzazione e sentimento di una squadra alla quale, col senno del poi, va rimproverata una mancanza di cattiveria e cinismo che ha di fatto regalato ai cugini del Milan uno scudetto che vale come unica grande macchia del triennio inzaghiano. Lacrime, tante, quelle versate sul prato di un Meazza già profondamente scosso dal beffardo recupero di Bologna-Inter, vinto dai rossoblu, e dai tre gol messi a referto poi dai rossoneri di Pioli in casa del Sassuolo, in contemporanea alla vittoria ininfluente ai fini della classifica dei nerazzurri, contro la Sampdoria. Emblematico l'abbraccio di fine gara tra Lautaro Martinez e Barella che con il sorriso che lo contraddistingue tentava invano di rincuorare l'inconsolabile capitano del futuro, disperato e distrutto sotto gli occhi dei 75mila presenti al Meazza, uniti nel dolore e nell'orgoglio di una squadra che sapeva di famiglia prima di tutto. E via di titoloni: avrà avuto ragione chi, un anno prima della 'tragedia' nerazzurra, gridava nell'inadeguatezza di Inzaghi rispetto all'indomabile e irreprensibile Antonio Conte?
Neanche per sogno. E all'imperfetta più che sfortunata stagione 2021/22 l'Inter di Simone Inzaghi risponde con un vero e proprio sogno ad occhi aperti iniziato con un ko interno col Bayern e finito con un'altra disfatta sì, ma dal sapore diamentralmente differente: a Istanbul contro i marziani del Manchester City di Pep Guardiola, fatti piccoli piccoli da un'immensa Internazionale finita ko per un'ennesima beffa giocata da quel Romelu Lukaku oggi lontano (ma neanche più così amaro) ricordo, al posto sbagliato nel momento sbagliato dopo un clamoroso ritorno finito poi nel peggiore dei modi, a dieci giorni da quella finale, ancora una volta in perfetto stile Lukaku. Ma anche questa volta non tutti i mali vengono per nuocere e l'addio bis del belga, insieme a quello degli altri undici giocatori su venticinque della rosa vice-campione d'Europa (Onana, Dzeko, Brozovic, Handanovic, Skriniar, Correa, Gagliardini, D'Ambrosio, Gosens, Cordaz, Bellanova) l'unico indebolimento che sono riusciti a portare è stato quello inflitto alle rivali, oggi rispettivamente a -16 e -21, finite a giocare lo Juve-Milan più insulso della storia del calcio. Niente ha potuto il Pioli on fire, oggi sul banco degli imputati, né la freschezza dall'esclusione dalle Coppe (e non per meriti sportivi, bensì per tradizionali vizi da corredo genetico) dei bianconeri di Allegri, spogliato del suo sornione sorriso. Simone Inzaghi si è preso la rivincita. Rivalsa che il Demone di Piacenza si è preso di forza con astuzia, pazienza, sentimento e dedizione nei confronti sì di quell'amarissimo 2022, ma anche e soprattutto di quel giugno 2021, quando a scommettere su di lui erano davvero in pochi, eccezion fatta del duo Beppe-Piero, sempre pronti a sfoderare una spada a difesa della guida tecnica da loro sapientemente scelta. Una difesa che mai ha vacillato neppure dinnanzi agli altalenanti risultati inanellati in campionato nella scorsa stagione che avevano fatto imperversare da ogni dove gli #Inzaghiout.
Pazienza. È la parola più utilizzata dal piacentino nei tre anni trascorsi dal suo trasferimento dalla Capitale fatti di non troppi alti e tanti bassi, così almeno definiti dai detrattori che mai contavano i cinque trofei portati a casa fino allo scorso lunedì, quando lo Spiaze One ha finalmente avuto il diritto di cancellare definitivamente i nei affibbiatigli nel tempo. E allora sì che vale la pena ritornare a quell'unica vera frecciata mai concessasi dal 'fratello meno titolato' degli Inzaghi in quel di Porto nell'immediata post-conquista dei quarti di finale quando si lasciò andare ad una bordata non da poco: "Non ho nessuna rivincita da prendermi. So il percorso che ho fatto qui nell’Inter con il mio staff e i grandi uomini come i giocatori che ho. Negli ultimi dodici anni l'Inter ha vinto uno scudetto che gli ha procurato qualche problemino economico. Negli ultimi diciotto mesi ha vinto tre trofei, ha vinto una Coppa Italia, due volte la Supercoppa e ora è ai quarti di Champions".
E avrà avuto ragione Simone, a Porto quanto a Milano il giorno in cui entrò dal retro del The Corner con tanto di testa bassa e umiltà, con la consapevolezza che tutto, a suo tempo, arriva. Persino la consacrazione tra i grandi, senza superbia, prepotenza e un mercato da 150 milioni: perché sì, si può arrivare in finale di Champions con Barella e Bastoni, e sì, si può vincere un campionato a 5 giornate dalla fine e 14 punti di distacco dalla seconda anche senza i grandi assegni da Nanchino. La vittoria è una piatto semplice, se cucinato con paziente zelo, umiltà e tanto, tanto amore. Quello vero. Come quello espresso a fine Milan-Inter, e seconda stella in tasca, quando pur conscio dell'immensità del lavoro svolto da sé stesso in primis, il primo pensiero è andato al suo gruppo prima che a sé stesso (Conte non docet).
Passo indietro? Sì, ma solo per prendere la rincorsa di un vero grande slancio verso una storia che oggi è davvero indelebile. Oggi, con fermezza, più di allora: Spiaze sì, ma per voi... Oggi tutti in fila, a chiedere scusa a Simone Inzaghi.
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