L'eco della conferenza di due giorni fa ad Appiano Gentile non si è ancora spento. E il suono che continua a ronzare nelle orecchie non è diventato più piacevole nel frattempo. Forse per la prima volta il presidente Beppe Marotta ha mostrato le sue carte, tradendo uno scenario in cui la sostenibilità imposta dall'alto non necessariamente faccia rima con competitività, in negazione di quello che da anni è il suo mantra. Sensazioni, nulla di più, ma stavolta, dopo la sberla ricevuta da Palestra e Lucci e quella successiva giustamente arrivata dal CONI, non è che l'ottimismo stia prevalendo.
Di chiaro c'è che l'obiettivo è mantenere i conti a posto, non se ne esce. L'equazione 25 (cartellino) + 2,5 (stipendio netto) + 10 (peso a bilancio) può essere perfetta per certe operazioni minori, potenzialmente maggiori. Ma non se si vuole alzare l'asticella, come più volte ribadito dal presidente in passato. Occhio però: le deroghe non mancano. Per Marco Palestra, come in passato per Ademola Lookman o Manu Koné, l'Inter coscentemente si era spinta ben oltre i sopra citati limiti, che in linea di massima corrispondono al potere di firma del presidente. E anche per Curtis Jones, seguito con convinzione, c'è volontà di oltrepassare il limite.
Non siamo di fronte a un assioma, dunque. Ma che l'area sportiva debba lavorare su una sorta di terreno minato appare evidente. Così come andrebbe corretto il tiro nei confronti di Katherine Ralph e Alejandro Cano, ritenuti gli unici responsabili del freno a mano che impedirebbe all'Inter di scavare un solco con le rivali e competere con legittime ambizioni in Europa nonostante due bilanci chiusi in positivo. Loro sono due manager che rispondono a indicazioni provenienti da molto più in alto, dalla cima della quercia o giù di lì, usando una similitudine. Ovvio che non vogliano andare incontro a cazziatoni per assecondare le ambizioni del management nerazzurro o, ancora di più, dei tifosi. Chi glielo farebbe fare mai? Logiche (sgradite) di un fondo, ma tant'è.
Alla fine, posto che, come già evidenziato, l'equazione non è obbligatoria di fronte a un investimento sensato, il vero problema forse va inquadrato nella previsione di bilancio. Il margine di manovra messo a disposizione di Marotta e Ausilio infatti è tarato su una visione 'pessimistica' della stagione. In parole semplici, si ipotizza che la squadra raggiunga il minimo sindacale in termini di risultati e che non garantisca un bilancio, il prossimo, soddisfacente. E si limitano gli investimenti sul mercato a questa tara per non ritrovarsi oltre la linea rossa. In parole ancora più semplici: siccome penso che non arriverò molto lontano in Champions, non vincerò lo Scudetto né la Coppa Italia e i ricavi da risultati saranno X, allora per rimanere in attivo permetto che lo squad cost non superi i circa 200 milioni. Strategia cautelativa. Legittimo, ma così è davvero difficile alzare l'asticella e darsi maggiori probabilità di raggiungere risultati tali da aumentare i ricavi, che tanto stanno a cuore alla proprietà.
Ci si continua ad affidare al gruppo che in questi anni ha fatto benissimo non grazie, ma a dispetto degli investimenti sul mercato. Ma in questo caso ci troviamo di fronte a un'equazione imperfetta: non sempre la squadra, senza forze fresche che vadano ad aumentare il livello della rosa, potrà fare miracoli. Prima o poi il gruppo vincente che ha continuato a sollevare trofei con tre allenatori diversi avrà un calo inevitabile dovuto all'anagrafe e, se non verrà adeguatamente supportato, l'Inter smetterà di vincere. I titoli sul campo e i ricavi conseguenti sono ancora figli dello zoccolo duro costruito da Steven Zhang, perché gli innesti successivi (Sucic a parte, colpo pazzesco) non garantiscono un ricambio generazionale per dare continuità al progetto. I vari Lautaro, Dimarco, Barella, Bastoni, Calhanoglu, Thuram e Zielinski, sulle cui spalle si poggia in questo momento il destino della squadra, sono arrivati durante la gestione precedente e sono stati la chiave per la continuità sul campo anche durante l'attuale gestione, che però sta vivendo di rendita forse convinta che si possa vincere senza investire come un grande club dovrebbe.
In estrema sintesi, se oggi Marotta e Ausilio, tra le righe, sottolineano le difficoltà a completare le trattative sul mercato, la 'colpa' è di Zhang che, chiedendo prestiti fino a dover tirarsi fuori dal gioco, ha costruito una rosa vincente lasciando totale carta bianca ai direttori. Nessuna nostalgia di quel periodo, in cui la società non sapeva se avesse avuto abbastanza liquidità per un'altra stagione, ma la semplice constatazione che, sportivamente, anche in periodi di vacche magre non imporre troppi vincoli a chi ha competenza è stata la chiave del successo.
Oggi che il bilancio lo permetterebbe, invece di aggredire il mercato per costruire il proprio futuro, si va avanti con il freno a mano tirato "perché tanto si vince ugualmente". Si specula. Ma occhio che l'Inter non ha ancora le spalle abbastanza robuste per permettersi un anno fallimentare senza soffrire finanziariamente. E le vittorie sul campo non arrivano magicamente, ma vanno costruite fuori. Il destino del club nerazzurro dipende ancora troppo dai risultati sportivi. Ma se c'è margine per migliorare la rosa (e il margine c'è, numeri alla mano) e non viene fatto in modo concreto perché si preferisce 'volare bassi', non ci si deve lamentare se poi il campo tradirà le aspettative. Giusto che gli investimenti vengano fatti in modo intelligente, in Europa ci sono già troppe società che gettano via milioni di euro in modo scriteriato. Ma se delegare non fa rima con dare libertà, allora anche il concetto di investimento perde il suo valore essenziale, perché diventa frutto di selezione forzata. E la competenza finisce con l'essere svilita.
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