È passata una settimana esatta dal dramma, fortunatamente solo sfiorato, che ha visto protagonista Christian Eriksen. Sabato scorso, quando l’orologio segnava le 18.43 circa, il centrocampista dell’Inter si accasciava improvvisamente sul prato del Parken Stadion di Copenaghen per un arresto cardiaco, lasciando con il fiato sospeso gran parte del mondo. E riuscendo anche ad unirlo, allo stesso tempo. Dopo i lunghi ed interminabili minuti di angoscia e apprensione generale, le nubi dense di preoccupazione hanno pian piano lasciato spazio ad uno spiraglio di luce e di speranza: prima la foto di Chris con gli occhi semi-aperti, e apparentemente cosciente, che ha iniziato a circolare qua e là; poi il liberatorio sospiro di sollievo con la conferma da fonti ufficiali del risveglio e delle condizioni stabili. Succeduto dal conseguente trasferimento al Rigshospitalet, dove da quel 12 giugno fino alle dimissioni del tardo pomeriggio di ieri ha trascorso tutto il resto del suo tempo, diviso tra numerosi esami clinici, chat e videochiamate con le persone care e l’umano sfizio di una pizza.
Archiviati i positivi messaggi di rassicurazione dei medici e dello stesso gioiello di Middelfart con un toccante post di ringraziamento generale su Instagram, è arrivato anche il comunicato con cui la federazione calcistica danese annunciava che al centrocampista dell’Inter sarebbe stato impiantato un defibrillatore sottocutaneo. E così è stato: l’intervento, di routine per chi operava tra i ferri ma non di certo per un atleta di soli 29 anni, è avvenuto nella giornata di giovedì. Ad una settimana di distanza dalla tragedia sfiorata, il discorso - sui giornali, nei salotti televisivi e ovviamente anche sui social - si sposta sul futuro professionale dell’ex Tottenham, con tante analisi e domande che rimbalzano nella testa delle persone senza soluzione di continuità: il defibrillatore sarà permanente o temporaneo? Eriksen potrà tornare a giocare a calcio o dovrà apprendere gli scarpini al chiodo? E in caso positivo, dopo quanto tempo potrà farlo? Ma soprattutto, dopo quello che è successo, lui se la sentirà ancora di tornare in campo? E la giostra dei quesiti non si ferma: nel caso in cui dovesse tornare a correre su un prato dietro un pallone (come tutti ovviamente si augurano) sarà in Serie A con l’Inter o potrà farlo solo all’estero, in un campionato diverso? Quali sono i regolamenti della Figc e quelli delle altre federazioni sul delicato tema dell’idoneità sportiva? E cosa ‘rischia’ l’Inter se Christian non dovesse più calcare il terreno di San Siro? Cosa prevedono le norme federali? E il Cocis (Comitato organizzativo cardiologico per l’idoneità sportiva)? Ma il contratto può essere rescisso? E i soldi investiti per il cartellino saranno completamente persi?
Tante domande (inutili), poche risposte (certe). L’unica cosa importante è che Christian Eriksen, persona ed essere umano prima che indiscusso campione con il pallone tra i piedi, ora stia bene e possa tornare tra le sicure mura di casa per riabbracciare come si deve la moglie Sabrina e i suoi figli. Che il suo futuro sia in campo o meno, adesso non conta. Ha poco senso parlarne e neanche dovrebbe interessare più di tanto. Qualcosa di più si saprà quando il 24 interista tornerà a Milano, tra quattro o cinque settimane, per ripetere nuovamente tutti i doverosi test medici con i luminari del settore che consentiranno di fare a freddo un chiaro punto della situazione. Fino a quel momento, però, il silenzio sarebbe la più grande forma di rispetto e vicinanza per Chris, che ora merita solo un semplice augurio: buona vita.
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