Negli ultimi giorni, Inter-Como e Inter-Liverpool hanno messo a dura prova ciò che pensiamo di sapere sul calcio. Un libro insondabile che qualcuno ha avuto la presunzione di poter decifrare attraverso i dati, riducendo quello che succede in novanta e passa minuti, su un campo di 105 metri di lunghezza per 68 metri di larghezza, a percentuali che possono voler dire tutto il contrario di tutto. Ci sono gli amanti del possesso palla e i cultori degli xG che, a seconda della loro teoria sul gioco, tendono a far parlare alcuni numeri sopra gli altri per avvalorare le loro tesi. Il famoso 'occhiometro' va in soffitta, secondo costoro, basta consultare la statistiche per capire qualcosa di ciò che accade su un rettangolo verde. Sì, ma a quali bisogna dare peso? Dipende, verrebbe da dire. Anche perché se è vero che alcuni numeri mostrano plasticamente le tendenze di una squadra sul suo gioco, è altrettanto pacifico che non possano spiegare il perché di certi risultati. E’ forse la cosa più affascinante dello sport più bello del mondo che, essendo a punteggio basso, è imprevedibile per natura. Insomma, dopo più di cento anni di storia, si può affermare senza possibilità di smentita che non esistano formule magiche per vincere. Chi ha successo è colui che si adatta più velocemente a un mondo che è sempre in cambiamento. Eppure, nonostante queste evidenze, ci sono ancora allenatori che vanno avanti con la loro filosofia a prescindere da tutto. Che non ritengono di doversi adattare per non perdere l’identità. Chissà poi cosa si intende per identità. Rimanere uguali a se stessi anche quando le cose non funzionano? Scelta rischiosa che, se non porta dividendi, poi costa un esonero. Lo sa bene Xabi Alonso, uno dei tecnici emergenti più forti in circolazione, che dopo cinque mesi di lavoro al Real Madrid è già a un passo dai titoli di coda della sua avventura. Una sorte che sarebbe toccata anche a Pep Guardiola, maestro per tanti colleghi di questa generazione e della prossima, che non ha nascosto che con lo score della passata stagione, se fosse stato sulla panchina dei blancos, sarebbe stato esonerato. Non è sulla graticola Cesc Fabregas, demiurgo del Como sesto in classifica, per cui, nonostante il mercato faraonico, non c’è alcun obbligo di entrare in Europa. Una condizione privilegiata che gli permette di commentare una sconfitta per 4-0 contro i vicecampioni d’Europa quasi come un vanto perché l’esercizio di stile della sua squadra alla Scala del Calcio si è visto anche sotto la montagna di gol presi. Certo, non è da tutti vedere questi dettagli - sostiene il catalano in polemica con critici e tifosi - perché nel belpaese vige la legge del risultatismo. "Io sinceramente faccio fatica a parlare, alla gente non piace ciò che dico, però calcisticamente non ho visto una grandissima differenza tra una e l'altra squadra - il punto di vista dell’ex Barcellona a DAZN -. Ho visto due attaccanti (Thuram e Lautaro, ndr) di un livello mondiale, fortissimi; ho anche pensato a cambiare il pressing rispetto a come lo facciamo di solito ma la mia testa ha detto di no".
Quindi, in sunto: la mia idea di calcio non è seconda a quella dell’Inter, ma due giocatori in particolare hanno fatto la differenza. La domanda sorge spontanea: il Como poteva fare di più per arginarli o non si è posto neanche l’obiettivo non vedendo oltre lo specchio? Questa era la questione ricorrente dopo ogni sfida tra Atalanta e Inter, quando era Gian Piero Gasperini a lamentare il fatto che fosse 'difficile reggere la velocità degli attaccanti’ dell’Inter'. Non è un caso che l’unico big match vinto dai nerazzurri in questa stagione sia stato contro una squadra di Gasp, la Roma. Martedì sera, in Champions League, è arrivata l’ennesima delusione al cospetto di un avversario top per effetto della sconfitta beffarda subita per mano del Liverpool. Al netto di una prestazione non all’altezza della ThuLa contro una difesa ultimamente perforabile, sarebbe stato più giusto un pari, ma poi è entrato in scena il VAR, l’arma a doppio taglio che aggiunge ulteriore imprevedibilità a un calcio che ormai si offre a molteplici interpretazioni anche a livello arbitrale. Hai voglia a parlare di moduli, pressing, prestazioni, se poi si decidono le sorti di una partita a chilometri di distanza per una trattenutina in area di rigore vista su un monitor. E ritorna in mente l'avverbio usato da Fabregas per analizzare Inter-Como: 'calcisticamente', ovvero ciò che riguarda il calcio. Sì, ma di quale calcio stiamo parlando?
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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