Due anni di inchiesta per cosa? Un nulla di fatto. La Procura di Milano alla fine ha optato per la decisione più ovvia, l'archiviazione dell'inchiesta sul sistema arbitrale che nell'ultimo capo d'accusa per frode sportiva indicava Gianluca Rocchi "in concorso con esponenti della società sportiva Inter e previo concerto con costoro, agendo questi ultimi per effetto dei rapporti preferenziali con Gabriele Gravina". Accuse pesanti, che però non sono mai state avvalorate da prove o fatti concreti. Il PM Maurizio Ascione, trasferito a Roma per altri incarichi, ha lottato contro i mulini al vento forse preso dall'entusiasmo di scatenare una nuova Calciopoli ed entrare nella storia. Invece tutto il suo lavoro alla ricerca meticolosa di illeciti, con qualche forzatura di troppo, è andato in fumo con la richiesta di archiviazione da parte della Procura di Milano.
Se ne compiace l'ex designatore, la cui unica colpa forse è stata quella di non voler scontentare nessun grande club; può finalmente pensare ad altro la dirigenza nerazzurra, invischiata suo malgrado in una vicenda giudiziaria in cui non ha commesso alcuna irregolarità, come fatto sapere dalla stessa Procura: "Il decreto di archiviazione nei confronti dell’Inter FC è diretta conseguenza dell’esclusione del reato presupposto". Musica stonatissima per le orecchie di chi da settimane, da quando l'AGI ha reso noto il presunto coinvolgimento del club nell'inchiesta e ha illustrato su cosa Ascione stesse lavorando, altro non aspettava che puntare il dito sull'Inter e i suoi dirigenti e auspicava, colmo di frustrazione, addirittura la retrocessione, neanche fosse una compensazione per quanto giustamente avvenuto in passato.
Benzina su un fuoco che arde, sommerso, da anni ed è diventato mediaticamente un incendio difficile da controllare, almeno fino a ieri quando l'archiviazione ha agito da estintore, pur lasciando ancora qualche residuo qua e là in qualche bullo del web che per farsi apprezzare dalla propria community di disagiati già sostiene la tesi dell'insabbiamento. Ma a lavare l'asino si sprecano acqua e sapone, quindi meglio lasciarlo ragliare per conto proprio e limitarsi a una compassionevole pacca sulle spalle. Benché non fossero mai emerse prove a sostenere l'accusa contro l'Inter, non fosse mai stato iscritto il nome di un tesserato nel registro degli indagati, provare a far valere il concetto di presunzione di innocenza è stata impresa ardua, a volte fallimentare. Perché la volontà massmediatica è stata sempre quella di cavalcare il sospetto, perché faceva comodo e manteneva alto il cosiddetto hype. La calunnia è un venticello ('Il Barbiere di Siviglia'), che in taluni casi diventa tormenta rapidamente perché c'è chi ci soffia con grande partecipazione emotiva.
L'Inter nel mentre è stata letteralmente vittima di una shitstorm basata sul nulla e i primi responsabili sono coloro che hanno dato in pasto ai media le proprie valutazioni, che prive di prove provate andavano mantenute chiuse a chiave nel cassetto della Procura. Invece l'idea di mantenere vivo l'interesse su questa inchiesta, sperando in una nuova Calciopoli, ha prevalso sul buon senso. E a pagare, oltre a Rocchi e Gervasoni, è stata la società Inter, con Marotta che ha persino dovuto rispondere a domande specifiche per difendersi. Allucinante.
Ora i fascicoli passeranno alla Procura Federale, che si occupa della giustizia sportiva, ma senza nomi iscritti nel registro (l'iscrizione per responsabilità amministrativa equivale a un'autogiustificazione per il lavoro svolto) e senza prove evidenti di colpevolezza servirebbe un grande sforzo di immaginazione per resistere alla tentazione di cestinare tutto rapidamente. Ma aspettiamo, visto che in certe situazioni la logica rimane un bonus, non la base di ogni ragionamento. Intanto, lo smoking resta bianco.
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