Il ritorno al Bernabeu dell’Inter ha evocato ricordi vecchi più di tre lustri, un salto indietro nel tempo fino al 22 maggio 2010, la gara in cui i nerazzurri passarono dalla storia alla leggenda vincendo il Triplete. Questo pensiero avrà sicuramente attraversato anche la mente di José Mourinho, ieri demiurgo della gloriosa squadra capace di vincere tutto e oggi tecnico del Real Madrid ancora in cerca d’identità. E così, tra squalifiche pesanti e infortuni assortiti, lo Special One ha pensato al piano partita più pragmatico per mettere in trappola la sua ex squadra. Con un centrocampo a dir poco raffazzonato, il portoghese ha rispolverato una tattica che, in un contesto ben diverso, utilizzò il 28 aprile di 16 anni fa per resistere ai marziani del Barcellona. "Io non volevo la palla perché il Barcellona vuole pressare la palla. Se non l'abbiamo, come possono pressarla? La statistica doveva essere il 95% di possesso per loro. Il famoso tiki taka, taka tiki, tiki taka…", disse dopo la sconfitta più bella della sua vita Mou, con il ghigno di chi la sa lunga.
Mondi diversi, abitati da squadre senza punti in comune tra loro, in un calcio che è cambiato radicalmente proprio grazie a quel Pep Guardiola che quella notte uscì deluso maledicendo gli inscrutabili segreti dello sport più bello del mondo. Eppure c’è un filo conduttore tra le due partite sopra citate in cui Mourinho è uscito vincitore. Se nel 2010 la strategia adottata era l’unica possibile, stante anche l’inferiorità numerica, nel 2026 appare troppo speculativa, pensando a un orizzonte in cui i blancos dovranno dire la loro per la vittoria finale. Va bene battere l’Inter così all’esordio, ma la formula non sarà replicabile con altre avversarie più quotate. Il Real non è stato dominato, come si è letto, ma ha rinunciato al controllo della sfera in maniera volontaria, anche perché non dotato per l’occasione di quei palleggiatori che hanno il potere di cambiare il ritmo della manovra (erano assenti per squalifica Bernardo Silva e Guler, per citare due nomi). Sembrano lontanissimi i tempi di Luka Modric e Toni Kroos in mezzo al campo, gli inneschi ai velocisti da uno contro uno che il Real storicamente ha sempre avuto. Giusto, quindi, puntare sui propri punti di forza: Vinicius, Mbappé e compagnia cantante. Ma lasciando l’iniziativa così spudoratamente all’avversario è come tirare una moneta. E, infatti, il Real, gigante tutt’altro che dormiente, è uscito dal letargo solo quando l’Inter ha cominciato ad andare a vuoto col palleggio. L’errore, non proprio indotto di Curtis Jones, ha spalancato le porte all’1-0 dei padroni di casa. Cinici a sfruttare poco dopo un omaggio ancora più grande di Pepo Martinez. La famosa costruzione dal basso che nell’era Chivu è stata spesso bypassata per cercare la verticalità (qui si apre il tema del portiere-regista, inteso come quello bravo coi piedi). Il problema è che le vie centrali erano intasatissime, ragion per cui l’Inter è dovuta sempre passare per le corsie. Lo ha fatto attaccando un blocco basso senza avere gli spunti da quegli elementi in grado di creare la superiorità numerica con un dribbling. Ad eccezione di Andy Diouf, esordiente su certi palcoscenici.
E’ l’arma a doppio taglio del 3-5-2, che in Europa ha funzionato solo con Inzaghi. Qualcuno diceva che la sua squadra giocava di ripartenze, ma probabilmente si è perso alcuni passaggi fondamentali dei percorsi culminati con due finali. Chivu, come detto, ha scelto un’altra strada che in Italia ha pagato i suoi dividendi. Verticalità, si diceva, e maggior aggressività. Queste caratteristiche non si sono viste martedì, complice l’allergia degli spagnoli al possesso palla. Non c’era un portatore da assaltare, né uno spazio da attaccare. Un copione prevedibile alla vigilia, conoscendo la storia dell’allenatore e l’emergenza dell’avversario nel reparto mediano del campo. Eppure, Chivu è andato avanti con la sua idea, come annunciato prima del match: non dovremo snaturarci. Un atteggiamento che poteva portare anche a un’imbarcata epocale, se si fossero allineati gli astri sopra le teste dei campioni che in altre serate non steccano davanti alla porta. Ne è uscito un 2-1 paradossale che ha fatto gonfiare il petto al tecnico perdente e ha fatto storcere il naso al mondo madridista, abituato a ben altri spettacoli.
Un risultato che si presta a mille interpretazioni ma che deve essere preso come una lezione da entrambe le squadre. Per il Real: questo gioco non è all’altezza della sua storia. Per l’Inter: va bene non snaturarsi, ma manca la capacità di adattarsi. Persi i marcatori puri e senza il campione che risolve la partita da solo, occorre limitare maggiormente i rischi in fase difensiva. Sia di squadra che a livello individuale. I principi ormai sono chiari e da lì non si deroga, poi ci sono le caratteristiche e le interpretazioni dei singoli. Perché, ad esempio, l'altro ieri Manuel Akanji, Francesco Pio Esposito hanno visto la partita dalla panchina? Perché preferire Curtis Jones a Piotr Zielinski e Benjamin Pavard a John Stones? Queste erano le domande che andavano fatte a Chivu nel post-partita. Il suo manifesto programmatico lo conosciamo già.
Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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