Real Madrid-Inter spiegato in un singolo concetto: Cristian Chivu vuole il dominio del gioco, José Mourinho glielo lascia. Consapevole di avere le armi per fargli male. Ieri sera al Bernabeu il maestro, proponendo la sua idea di calcio poco europeista ma molto calzante ai propri giocatori, ha mostrato all'allievo (romanzando) che si può vincere anche lasciando il pallone agli avversari. E chi più di Chivu ne è consapevole, ricordando le storiche serate di Champions League in cui, su indicazione del portoghese, lui e i suoi compagni attendevano avversari ben più blasonati per poi pungerli alla prima distrazione. Lo Special One incassa 3 punti che male non fanno per la propria stabilità post-Siviglia, l'Inter porta a casa la stima del rivale, tradotta in un atteggiamento ben poco presuntuoso al cospetto di un avversario ritenuto, non solo a parole, di grande spessore. Magra consolazione, soprattutto considerando che alla fine della fiera i nerazzurri giocano anche bene nella metà campo della Real Casa, ma commettono errori da matita blu nella propria. Roba che non puoi permetterti con i piranha vestiti di bianco. Si paga dazio, è inevitabile, quando provi a imporre il gioco in casa delle merengues e non riesci a sferrare il primo pugno. E non si tratta di un'analisi spicciola, perché i nerazzurri comandano davvero le danze al Bernabeu come mai prima nella loro storia. Ma se non segni e ti scopri, non serve arrivare alla fine del libro per conoscere l'assassino.
Verosimile rammarico
Alla fine è anche difficile spiegare l'andamento di una partita del genere, perché i padroni di casa si trovano in vantaggio di 2 reti per demeriti altrui più che per propri meriti, e i demeriti vanno traslati anche nell'altra metà campo dove tra un Thibaut Courtois in gran forma, l'ottimo piazzamento difensivo dei centrali madridisti e rimpalli che sorridono solo da una parte l'Inter non ricava molto dal possesso palla e da tentativi, troppo timidi, di pungere. Il paradosso è che nonostante gli spagnoli debbano far uso del pallottoliere per contare il numero clamoroso di occasioni create per arrotondare il punteggio e sprecate per eccesso di leziosismi, la nave dei ragazzi salpati da Milano regge alla tempesta e, nonostante gli evidenti squilibri tattici in cui si accetta il rischio di imbarcata, rimane assolutamente in partita al punto da sfiorare la rete del 2-2 con Henrikh Mkhitaryan, neutralizzato dal solito estremo difensore belga. Sembra incredibile, ma è così e qualche legittimo rammarico ha verosimilmente i giocatori e lo staff nel viaggio di ritorno.
Note positive
Resta dunque una sconfitta, la quinta consecutiva contro il Real Madrid che a questo punto va considerato legittimamente uno spauracchio. Ma dalla serata del Bernabeu la squadra può estrarre anche qualche nota positiva: la scelta coraggiosa di andare a gestire il pallino del gioco in casa dei maestri della Champions League in linea con il percorso stagionale; la capacità di restare in corsa nonostante le enormi difficoltà e le autostrade concesse a una squadra di quattrocentisti; il rispetto ricevuto da una volpe come Mourinho, che non solo a parole ma anche con i fatti prepara la partita fregandosene del palato del proprio pubblico e badando al sodo, dedicando la massima attenzione più alla strategia difensiva che offensiva. In concreto, però, i punti sono zero e anche i nerazzurri dovranno iniziare a badare al sodo senza comunque snaturarsi, perché l'Europa è un contesto diverso rispetto all'Italia e pullula di giocatori in grado di approfittare di mezzo errore. A maggior ragione un Real Madrid pieno di fenomeni. Adesso ricaricare le pile al più presto e archiviare una sconfitta che può starci nella naturalità delle cose. Non è a Madrid che l'Inter aveva il dovere di fare 3 punti, ma quanto meno di provarci. E l'ha fatto, sbagliando tanto e prendendosi molti rischi. La top 8 era ed è sempre alla portata, basta fare tesoro degli insegnamenti ricavati da questa trasferta nel cuore della Spagna.
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