"Beh, anche questo calciomercato se lo semo levato dalle…". Neanche il tempo di parafrasare l'avvocato Giovanni Covelli, nella storica pellicola 'Vacanze di Natale', che il tifoso deve guardarsi, suo malgrado, dall'arrivo dei temibili 'pagelloni di mercato'. Le classifiche che riducono tre mesi di lavoro a un voto. Si fa fatica a valutare oggettivamente la prestazione di un giocatore della durata di novanta minuti, figuriamoci come si può essere precisi nell’esaminare ciò che è successo o non è successo per un’estate intera nelle sedi dei club, nei ristoranti, negli hotel e in ogni posto in cui ci sia la possibilità di imbastire una trattativa. Senza contare che la sessione che abbiamo appena salutato in Italia è impossibile da decontestualizzare, visto che è figlia sicuramente delle precedenti, nel bene e nel male.

Pensate, ad esempio, al caso della Roma che ha ingaggiato il giocatore più decisivo della Serie A degli ultimi nove mesi, numeri alla mano, durante il mercato di gennaio, detto di ‘riparazione’. Senza Donyell Malen, plasmato da Gian Piero Gasperini come centravanti implacabile, i giallorossi con ogni probabilità non si sarebbero nemmeno qualificati alla Champions League e, dunque, non si sarebbero potuti muovere come hanno fatto nelle scorse settimane. Nessun sacrificio in uscita, anche se qualche media fino all’ultimo ha provato a vendere Manu Koné al Chelsea, e una strategia in entrata volta ad allungare la panchina. Il minimo sindacale per una squadra che giocherà per fare bene in tre competizioni, il massimo auspicabile alla luce delle limitazioni del Fair Play Finanziario. Quindi mercato promosso? Dipende a chi si dà il voto. Ai dirigenti che lo hanno condotto, stante il contesto sopracitato, o alla nuova rosa in relazione agli obiettivi societari? Capite che il discorso cambia e questo vale per tutte le società, Inter compresa.

Obbligata a fare di più rispetto agli episodi precedenti, la società di Viale della Liberazione si è mossa su premesse non proprio semplici: il 1° luglio sono stati ufficializzati gli addii di quattro colonne dello spogliatoio che hanno contribuito, in campo e fuori dal campo, ai successi degli ultimi anni. Via in un solo colpo: Yann Sommer, Francesco Acerbi, Stefan de Vrij e Matteo Darmian. A questi si è aggiunta la cessione, troppo sottovalutata, di Denzel Dumfries, sulla cui schiena era stato affisso il cartello 'vendesi' da quando le parti hanno convenuto di rinnovare il contratto inserendo la postilla della clausola rescissoria dal valore ridicolo, vedendo i prezzi che hanno caratterizzato il mercato. Per quanto dolorosa, la vendita dell’olandese era preventivabile, tanto è vero che la dirigenza si era mossa in tempo per colmare il vuoto sulla destra corteggiando per mesi e mesi Marco Palestra. Che, alla fine delle telenovela, è stato protagonista di colpo di scena preferendo il Chelsea all’Inter. Sfumato l’obiettivo numero uno non del reparto, ma dell’intero mercato, l’Inter ha reagito abbastanza velocemente virando su Anan Khalaili, vestendolo di nerazzurro virtualmente fino alla visite mediche, non superate per i noti motivi. Due buchi nell’acqua che hanno sicuramente ridisegnato le priorità: messo in standby il sostituto di Denzelone, l’Inter ha sistemato le questioni in difesa prendendo Ivan Provedel e John Stones, quest’ultimo con un blitz a sorpresa. Il primo dei tre inglesi arrivati all’Inter, che qualcuno considera titolare per status, sarà un colpo intelligente solo se farà la riserva di lusso. Impossibile chiedergli troppe presenze, visto lo storico degli infortuni. E’ integro, invece, Djed Spence che torna in Serie A, a 26 anni, dopo due stagioni vissute in Premier League con il Tottenham. Dove ha vinto un Europa League in mezzo a due lotte salvezza in campionato. Non sarebbe corretto chiamarlo terza scelta o piano C, ma la cronaca dei fatti dice che non era il prescelto. Non per il valore in sé quanto per le caratteristiche lontane da quelle del suo predecessore. Inutile aspettarsi il nuovo Dumfries, come prima di lui sarebbe stato sciocco sperare di trovarsi tra le mani l’erede naturale di Hakimi.

In casa Inter, il contraccolpo delle partenze pesanti è sempre stato ammortizzato grazie a un impianto di gioco riconoscibile, che poi è il vero acquisto dell’Inter degli ultimi anni. La continuità è stata garantita, nonostante gli avvicendamenti in panchina, con risultati quasi sempre in linea con gli obiettivi. Ecco, gli obiettivi: da quanto si capisce, leggendo le parole dei protagonisti, l’Inter vuole confermarsi in Italia e fare meglio in Europa rispetto alla passata stagione quando uscì prematuramente perdendo dal Bodo/Glimt ai playoff.  Un proposito non così scontato, facendo la tara alla nuova rosa. Che è stata allestita non seguendo i piani stilati in primavera, ma reagendo a quello che è successo da giugno in poi. Se bene o male lo diranno il tempo e le avversarie, che non vanno mai dimenticate quando si parla di fare le classifiche. Quelle del campo, non del mercato. Queste ultime servono a nulla, se non a riempire le pagine di giornali e siti web mentre si aspetta che cominci il vero campionato. Lo sa bene anche Piero Ausilio, direttore sportivo ora illuminato e ora incompetente, a seconda delle epoche in cui ha lavorato per l’Inter. La sua storia lunghissima con il club nerazzurro, giunta al capolinea, è l’assist perfetto per il racconto schizofrenico che si genera attorno al mercato. Rumore di fondo, se lo si mette a paragone alla frase pronunciata da Lautaro Martinez, alias il giocatore più rappresentativo della Beneamata dopo Javier Zanetti, a proposito dell’addio dello storico diesse: “Mi è spiaciuto tantissimo. Dal primo giorno mi ha trasmesso la sua fiducia, gli sarò sempre grato. Gli mando un grosso in bocca al lupo. Sicuramente mi chiamerà perché gli dico sempre che gli ho salvato la vita”, ha concluso ridendo il Toro, dopo aver svelato di essere rimasto nel club della sua vita nonostante le avance del Barcellona. Forse le parole più giuste per salutare degnamente Piero Ausilio. Dichiarazioni sicuramente più autorevoli di chi pensa di condensare ventotto anni nello spazio di un tweet con giudizi netti solo per partito preso.

Sezione: Editoriale / Data: Gio 03 settembre 2026 alle 00:00
Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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Mattia Zangari
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Giornalista pubblicista che, da quando ha cominciato a lavorare per FcInterNews.it, è convinto che chi sa solo di Inter non sa niente di Inter. Per anni voce del calcio giovanile, oggi concentrato sulla prima squadra per ragioni di anzianità.