Inter-Napoli è stato uno spot per il calcio italiano. Cinque gol, traverse, pali, emozioni, la rimonta nerazzurra da 0-2 a 3-2. Una partita capace di tenere incollati allo schermo e di restituire al nostro campionato una dimensione spettacolare. Quella che l'Inter da anni ha portato avanti quasi da sola.
Poi sono bastate appena 24 ore per avere la sensazione che Juventus e Milan fossero riuscite a prendere tutto il bello di Milano e a riportarlo improvvisamente all'antichità. Una provocazione, naturalmente, ma fino a un certo punto. Perché il contrasto è stato evidente: da una parte una partita giocata con ritmo, coraggio, qualità e continui ribaltamenti di fronte; dall'altra un calcio che, almeno a tratti, è sembrato ancora prigioniero di vecchi schemi e vecchie paure.
L'Inter ha tracciato il percorso e altre realtà come Roma e Como sembrano intenzionate a seguirlo. Principi di gioco moderni, idee europee, aggressività, coraggio e soprattutto la volontà di imporre il proprio calcio invece di aspettare semplicemente l'errore dell'avversario. Con tanti saluti al vecchio e caro catenaccio italiano.
Qualcuno ci sta provando. Il calcio italiano finalmente riesce anche a far divertire. A favorire lo spettacolo, in questo avvio di stagione, c'è stato anche quello che molti hanno ormai ribattezzato il “metodo Orsato”: meno fischi, maggiore continuità, partite più fluide e meno interruzioni. L'idea di fondo è semplice: non trasformare ogni contatto in un fallo, lasciare giocare e permettere alle partite di svilupparsi senza essere spezzettate continuamente.
Il principio è condivisibile. Anzi, probabilmente era necessario. Ma anche qui bisogna evitare di passare da un eccesso all'altro. Perché in Inter-Napoli, in alcuni momenti, è sembrato di assistere più a un incontro di lotta greco-romana che a una partita di calcio. Esposito è stato letteralmente maltrattato dai difensori del Napoli, con una serie di contrasti e contatti che hanno dato la sensazione che gli attaccanti fossero chiamati a sopportare praticamente qualsiasi cosa.
E questo è il punto sul quale bisogna riflettere. Non fischiare tutto non significa concedere tutto. Velocizzare il gioco non può voler dire consegnare ai difensori una sorta di lasciapassare. Perché se l'attaccante sa che può essere trattenuto, spinto, ostacolato o colpito senza che l'arbitro intervenga, il rischio è quello di creare un equilibrio sbagliato: un calcio nel quale il difensore viene premiato e l'attaccante viene lasciato completamente solo.
Va benissimo non cadere nelle trappole dei simulatori. Va benissimo evitare il fischio automatico a ogni minimo contatto. Va benissimo cercare di aumentare il tempo effettivo di gioco. Ma deve esserci un limite. Perché anche lo spettacolo ha bisogno di regole. E il compito dell'arbitro non è soltanto quello di lasciare giocare: è anche quello di proteggere chi gioca.
Lo stesso discorso vale per un altro strumento fondamentale del calcio moderno: il Var. Fin qui, in queste prime giornate, è rimasto completamente spento. E anche questo rischia di diventare un problema. Perché se il principio è quello di lasciare all'arbitro la massima autonomia possibile, è giusto. Ma quando c'è uno strumento pensato per correggere errori evidenti e situazioni che possono cambiare una partita, non utilizzarlo quando serve significa trasformarlo in qualcosa di inutile.
In Inter-Napoli, almeno in due occasioni, il Var avrebbe potuto e forse dovuto avere un ruolo. Non si tratta di voler trasformare il calcio in un processo al rallentatore. Non si tratta di controllare ogni contrasto o di chiedere al monitor di intervenire su qualsiasi episodio. Il Var deve rimanere uno strumento per gli errori chiari ed evidenti, non un arbitro aggiunto chiamato a dirigere la partita da una stanza. Ma proprio perché è uno strumento, va usato quando serve.
Inter-Napoli ci ha mostrato quanto può essere bello il calcio italiano quando decide di correre, attaccare e rischiare. Ora bisogna fare in modo che questa nuova strada non finisca per sacrificare proprio ciò che rende il calcio uno sport: il limite tra il contatto e il fallo, tra il coraggio e l'irregolarità, tra l'errore umano e quello che la tecnologia può e deve correggere. Il futuro può essere spettacolare. Ma per costruirlo bene, serve anche equilibrio.
Raffaele Caruso / Twitter: @raffaelecaru
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