Vedere Esteban Cambiasso piangere è triste, molto triste. Sa un po' di sipario che cala su un'era. Un sipario che cala male, dopo uno spettacolo bruttissimo, l'ultimo di una lunga serie, che solo due anni fa faceva impazzire i paganti. Se chiudi gli occhi e pensi all'idea generale di Cambiasso per il tifoso dell'Inter, quindi li riapri d'improvviso, ti chiedi cosa stia succedendo. Esteban è un eroe. L'argentino arrivato da Madrid a parametro zero per costruire l'Inter vincente, l'Inter che ha messo a soqquadro l'Italia e l'Europa, adesso è fischiato e contestato come l'ultimo dei brocchi.
Strano, terribile, brutto. Estremamente triste. Piange, Cambiasso. Perché i fischi sono qualcosa di amaro, ma l'ovazione alla propria sostituzione è qualcosa di umiliante. Non se lo merita, il Cuchu. Uno che per l'Inter ha sputato il sangue, condotto battaglie, arginato mediane tremebonde, si è trasformato in difensore centrale, regista, interditore. Ma prima di tutto, per l'Inter è stato ed è tutt'ora un leader. Il leader è colui il quale non riesce a dire basta. Fermarsi non è semplice, qualcuno lo implora di tirarsi indietro, eppure non comprende che quando ti senti parte di una famiglia, venirne fuori è un qualcosa di estremamente arduo. Esteban non vuole abbandonare la nave. E proprio per questo, sentirsi costretto ad abbandonarla da chi di quella nave è cuore pulsante - ovvero i tifosi - lo ha ammazzato dentro. Qualcosa è morto dentro Cambiasso, ieri sera.
La reazione impulsiva dei tifosi è dettata dal non-raziocinio della situazione. L'Inter è un disastro, i senatori sono improvvisamente i primi nemici. La rabbia offusca la realtà. Il massacro a Cambiasso è servito. Crudo, atroce, impossibile da mascherare. Esteban è uno che sente anche i bambini da bordocampo, l'ha avvertito. Quelle lacrime contengono la reazione di un uomo straordinario contestato da chi lo ama più di quanto egli stesso non creda. Lui, quel Cambiasso di cui andavi fiero sotto l'ombrellone decantando le gesta dell'Inter moderna perché "preso a parametro zero, e guardate che centrocampista strepitoso!", ora è in calo. Genetico, naturale, dunque scontato. Ma così scontato non è mollare la nave in situazioni difficili. Anzi, è da deboli. Eppure essere colpiti dritti al cuore fa sempre male.
Piangeva, Cambiasso. La rassegnazione, l'incredulità, la rabbia. Lacrime che pesano come macigni, che stropicciano le fotografie di un passato dorato ormai consegnato agli annali. La memoria è sparita, la riconoscenza le fa compagnia nei cassetti impolverati. Esteban soffre, eppure capirà presto una cosa. Tutti gli interisti del mondo, quelli veri, anche quelli che ieri lo hanno fischiato, dentro di loro lo hanno amato alla follia e lo amano tutt'ora. Cambiasso è lo spirito dell'Inter. Cambiasso è l'uomo che cantava 'noi vinciamo senza rubare', Cambiasso è quello che a Madrid e in tutte le altre feste dell'Inter vincente portava addosso la maglia numero 3 di Giacinto Facchetti, Cambiasso è l'uomo al quale quando ha preso la fascia di capitano luccicavano gli occhi, Cambiasso è quello che ci mette sempre la faccia nei momenti difficili, Cambiasso è quello che ha alzato Pazzini dopo un rigore sbagliato, oltre che lo straordinario campione apprezzato nel corso degli anni.
Il tempo passa, i ricordi si offuscano, ma le emozioni provate e i sentimenti non si cancellano. Mai. E allora non coprirti il volto, Esteban. Mostralo orgoglioso, anche quando piangi. Come avrebbe fatto Giacinto. Perché chi per l'Inter dà l'anima e versa lacrime, merita sempre e solo rispetto, mai fischi. Cambiasso il rispetto l'ha guadagnato, l'amore lo ha saputo infliggere nei cuori nerazzurri. Perché piangere in situazioni simili non è da piccoli, ma da uomini veri, che sentono il peso di quella maglia che portano addosso. Per cui forza, a testa alta, Cuchu. Lo ripeto: come avrebbe fatto Giacinto. Sempre.
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