Occorre avere memoria. Bisogna ricordarsi delle tappe e degli ostacoli superati per agguantare l'obiettivo. Una crescita – la vera crescita – sta nel non commettere lo stesso errore due volte. Imparare. Prendere coscienza e progredire. La Champions League raggiunta non cancella in un attimo le pecche della stagione interista: sarebbe sciocco e controproducente vedere soltanto il mero risultato finale e crogiolarsi.
Per quanto meritato e importante, il quarto posto è arrivato al fotofinish, con un'inzuccata di Vecino su angolo di Brozovic a pochi minuti dal termine dello scontro diretto con la Lazio. La bravura di una dirigenza sta proprio nel considerare la situazione a prescindere: la rete dell'uruguaiano cambia la vita, fa tutta la differenza del mondo, ma questo non può portare ad analisi superficiali. Lo stesso lavoro si sarebbe dovuto fare anche se quel pallone avesse picchiato sul palo della porta di Strakosha, mandando in archivio un beffardo 2-2.
L'Inter è in Champions, evviva l'Inter! Però calma, un momento: adesso ragioniamo sul come i nerazzurri sono arrivati quarti in classifica. L'hanno fatto grazie a un lavoro certosino e di altissima qualità di Luciano Spalletti e del suo staff. L'approdo ai gironi della massima competizione europea è poi stato possibile grazie a una splendida fase difensiva, al risveglio di Brozovic, alla freschezza di Cancelo, all'estro di Rafinha, allo spirito di sacrificio di Perisic e ai gol di Icardi. Però, appunto, non parliamo di un quarto posto conquistato con 20 punti di vantaggio. Anzi, giova ricordare come sia stata messa a rischio la partecipazione alla Champions dopo una prima parte di stagione nella quale sembrava addirittura che la squadra potesse battagliare per lo scudetto.
Quella frenata di mesi è lì, nessuno deve cestinarla. È lì per stuzzicare la coscienza critica. Con la Champions da giocare aumentano anche le responsabilità, senza dimenticare che il prossimo sarà finalmente l'anno uno e non più quello zero. Ora bisogna fare un altro step di crescita. Nessuno chiede come obiettivo principale lo scudetto o la finale del 1° giugno 2019 al Wanda Metropolitano, però è evidente come non si possa allestire un organico deficitario come lo era quello della stagione appena terminata.
Per questo motivo, Suning dovrà trovare il modo di portare a Milano giocatori in grado di far fare il salto di qualità e non soltanto ragazzi di belle speranze o addirittura scommesse (per quelle ci sarebbe già un discreto vivaio...). Detto con franchezza: Spalletti ha necessità di calciatori fatti e finiti. Al tecnico nerazzurro vanno consegnati elementi di esperienza e qualità. Non dinosauri, certo, ma nemmeno poppanti o incognite. L'asticella va alzata. Eccellente De Vrij, ottimo Lautaro Martinez (che però va visto alla verifica europea), benissimo Asamoah. Ma ora sotto con i Nainggolan, i Di Maria, i Vrsaljko, gli Strootman, i Lamela, i Dembelé. Perché pensare di poter confermare il quarto posto e fare una dignitosa campagna europea solamente con i Verdi, i Politano, i Barella, i Praet o i Cristante sarebbe un grande azzardo (visti anche i prezzi dei suddetti). E l'azzardo è già riuscito una volta. Sfidare nuovamente la sorte non sarebbe un'idea illuminante.
Qui nessuno dimentica Santon difensore centrale a Firenze. Bisogna essere chiari, come ha puntualizzato Spalletti: "Bisognava andare in Champions e mi era stato prospettato un certo tipo di mercato. Dopo che siamo partiti, loro non mi hanno messo a disposizione quello che mi avevano detto prima. Poi è chiaro che non posso tornare indietro, però tu mi dici l'obiettivo anche in base a quello che mi metti a disposizione. A un certo punto si è detto basta. Non è stato determinato da nessuno, però ci sono state delle novità che hanno detto basta. Allora io potevo non accettare più di dover entrare in Champions perché si erano dette cose differenti".
Occorre avere memoria.
VIDEO - ALLA SCOPERTA DI... - MOUSA DEMBELE', UN DOMINATORE A CENTROCAMPO
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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