Di parole in questa settimana se ne sono dette tante. E non mi riferisco soltanto a quelle che volevano finalmente un’Inter candidata a lottare per il titolo con Napoli, Fiorentina, Juventus e Roma, ma soprattutto a quel brusio che dalle parti di Castelvolturno era diventato sempre più incessante. Quel brusio di un’Inter che contro il Napoli nel Monday night era uscita fuori soltanto negli ultimi venti minuti - come se nel corso di tutta la gara Handanovic avesse fatto chissà quanti miracoli - e per gli altri settanta fosse rimasta annichilita davanti alla superpotenza azzurra guidata da Higuain.
Proprio per questo ricominciare a vincere, ieri sera, era quanto di più difficile ci potesse essere. Un altro passo falso, contro il Genoa del nemico Gasperini, avrebbe significato il ritorno delle malelingue. La scelta di lasciar fuori Mauro Icardi avrebbe preso i titoloni dei maggiori quotidiani sportivi, tenere in panchina per un tempo intero Marcelo Brozovic avrebbe sicuramente scatenato voci ‘vicine all’entourage del calciatore’ che volevano un addio già a gennaio del talentuoso croato verso la Premier League. Chissà, forse qualcuno avrebbe persino chiesto indietro il tecnico di Grugliasco, ritenuto ben più idoneo a questa Inter rispetto al manager di Jesi.
E invece, per fortuna, nulla di tutto questo si è verificato. Mancini, per la quattordicesima volta in stagione in altrettanti match ufficiali, ha messo in campo un’Inter differente. Un’Inter veloce, tecnica, che non desse punti di riferimento alla difesa del Grifone. La scelta di affidarsi a Palacio è stata chiara fin dai primi minuti: un attaccante rapido, dinamico e intelligente come El Trenza, capace di aprire gli spazi per le percussioni di Ljajic e Biabiany, sarebbe stato fondamentale per scardinare una retroguardia a tre come quella rossoblu e, più in generale, una squadra tutta raccolta all’interno della propria area di rigore, o quasi. Icardi avrebbe sì garantito più peso e centimetri, utili per i cross degli esterni, ma a risentirne sarebbe stata la manovra tutta. Un attaccante statico come l’ex doriano avrebbe facilitato il compito della difesa a tre del Gasp, gli spazi da coprire sarebbero stati di meno, Laxalt e Diogo Figueiras non si sarebbero trovati a fare i difensori, ma avrebbero avanzato il loro baricentro di gioco impedendo a D’Ambrosio e a Telles di creare la superiorità. La scelta di affidarsi poi ad un centrocampo muscolare come Felipe Melo e Gary Medel era dettata proprio dall’idea di impedire le ripartenze di cui la squadra rossoblu è maestra. La velocità di Lazovic e la tecnica di Perotti sono state completamente oscurate dalla fisicità dei due Pitbull, pronti ad accorciare al posto dei due terzini nelle eventuali - quanto rarissime - ripartenze genoane.
In virtù di queste due mosse, si è visto forse il miglior primo tempo della stagione. Un gioco così aperto e votato all’attacco non si era ammirato neanche nella goleada di tredici giorni fa contro il Frosinone, merito anche di un Biabiany sempre più in forma e di un Ljajic in versione leader. Il francese in un paio di percussioni ha ricordato il Maicon dei giorni migliori, tagliando in due la squadra di Gasperini e creando la superiorità numerica all’altezza della trequarti avversaria; l’ex Roma, invece, ha preso in mano la squadra nerazzurra e la trascina a suon di numeri - mai fini a sé stessi - e gol fondamentali. Il tutto senza dimenticare l’ottima prestazione di Alex Telles, sempre presente in fase offensiva e impeccabile anche in marcatura.
A chi obietta che questa squadra non sia ancora in grado di chiudere la partita, si potrebbe forse chiedere quando, nell’arco di tutti i novanta minuti, l’Inter si sia trovata in difficoltà. Neanche l’ennesima espulsione contro, la quinta in quattordici gare, ai danni di D’Ambrosio ha minato le certezze e la solidità della squadra nerazzurra.
Ecco perché questa Inter è da Scudetto.
Non ce ne vogliano i brusii di Castelvolturno, né i mancati titoloni sulle prime pagine dei quotidiani. Ma, dopo anni, finalmente, i nerazzurri hanno una coscienza. Un’anima. Quella di Roberto Mancini. Spesso criticato e sottovalutato, ma in grado di plasmare la squadra a sua immagine e somiglianza. Di renderla combattiva e mai doma, attenta e sveglia. Cambiando gli attori, senza stravolgerne l’opera.
Autore: Lorenzo Peronaci / Twitter: @lorenzoperonaci
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