Oggi, 3295 giorni dopo le lacrime di gioia miste a quelle d'addio versate da José Mourinho a Madrid, l'Inter affida il proprio futuro ad Antonio Conte, l'anti-Special One per eccellenza. Nel corso della carriera, il vate di Setubal ha avuto numerosi nemici, quasi tutti antagonisti con i quali ha battagliato a colpi di vittorie, trofei o schermaglie verbali, ma solo con uno ha varcato il Rubicone della sfera personale: King Antonio.
L'astio tra due dei migliori manager su piazza ha il suo Big Bang il 16 ottobre 2016, quando – nella sua vecchia casa di Stamford Bridge – Mou si sente ospite sgradito con lo stemma del Manchester United cucito sul petto e i cori 'Antonio, Antonio...' che gli rimbombano nelle orecchie. In più, l'ex Juve, sul 4-0 per i Blues a pochi secondi dalla fine, ci mette il carico da undici arringando la folla che lo ha eletto come suo nuovo condottiero. Ottenendo l'acclamazione della sua gente e allo stesso tempo la disapprovazione di Mourinho che gli fa sapere che il suo comportamento rischia di umiliarlo. "Ho voluto chiamare lo stadio ad applaudire i giocatori, mi sembra una cosa normale. Io ho grande rispetto verso tutti. Non è successo niente con José, anche perché il mio comportamento mi è sembrato normale: non ho sbeffeggiato nessuno, io pretendo sempre rispetto", la difesa di Conte a fine partita.
Il secondo capitolo della guerra tra i duellanti va in scena sempre nella casa del Chelsea, questa volta nello scenario della FA Cup: le scaramucce nelle due aree tecniche non sono niente in confronto alla clamorosa posizione che prendono i loggionisti dell'impianto londinese che definiscono Mourinho 'Giuda' dopo averlo coperto di insulti. "I tifosi possono urlare quello che vogliono, io sono un professionista che difende il proprio club, altro che Giuda. Fino a quando non avranno un manager che vince quattro Premier League, Giuda è il numero uno", la replica a parole dell'allenatore portoghese, non prima di aver mostrato tre dita per indicare i suoi campionati vinti nella City.
Il terzo atto è quello più teso e va in onda a puntate tra il 5 e il 9 gennaio 2018: Conte, con la corona di re d'Inghilterra in testa da qualche mese, viene tirato in mezzo da Mourinho che in conferenza parla di allenatori che in panchina si comportano come dei 'clown'. A questa azione corrisponde una reazione uguale e contraria del tecnico italiano che rimanda al mittente le accuse attaccandolo brutalmente a livello verbale: "Penso stesse parlando di lui in passato. A volte qualcuno si dimentica ciò che è stato in passato. Soffre di demenza senile". Mourinho coglie la palla al balzo e rincara pesantemente la dose attaccando l'uomo e il professionista Conte: "Io parlavo di "atteggiamenti da clown" riferendomi a me stesso, non serve che lui mi ricordi che ho commesso degli errori e che ne commetterò altri. Però posso dire che io non sarò mai squalificato per calcioscommesse". Ecco l'accusa più feroce mossa verso il futuro tecnico dell'Inter, che chiarisce i confini di uno scambio che ha oltrepassato il limite del consentito: "Ormai non è più un problema di rivalità sportiva, ma è un problema tra me e lui. E mi fermo qui. Penso che entrambi ci siamo detti cose, e vedremo cosa succederà in futuro".
Il futuro, per fortuna, si chiama tregua che si traduce nella parola fine sulla vicenda: Mourinho e Conte seppelliscono l'ascia di guerra scambiandosi una stretta di mano prima e dopo la gara di Old Trafford del 27 febbraio. Un gesto freddo, ma dovuto che lo Special One commenta così a fine partita in conferenza stampa: "Una stretta di mano non ha bisogno di parole. Questo è quello che io e Antonio abbiamo voluto mostrare a tutti. La stretta di mano sia prima che dopo la partita dimostra che nel calcio bisogna saper guardare avanti e rispettarsi reciprocamente. Conte e Mourinho non sono due persone comuni nel calcio, abbiamo la nostra storia e un’immagine, sono felice che sia finita così".
La storia di Conte a Milano deve cominciare da questa premessa scritta a mo' di comandamento dallo sciamano del Triplete, alias il totem di Appiano Gentile con cui tutti gli allenatori della Beneamata dal 2010 a oggi hanno dovuto fare i conti. In nove anni c'è chi ha provato a cancellarne il ricordo, chi ha tentato di imitarlo, chi ha rifiutato il paragone o chi non ha nemmeno avuto il coraggio di sostenerlo. Antonio sbarca sul pianeta Inter dopo aver guardato occhi negli occhi e battuto l'ultimo 'mostro' dei videogiochi. Al fantasma di Mou che lo sta aspettando davanti ai cancelli della Pinetina si presenterà con un curriculum che possono vantare in pochi: ciclo vincente avviato alla Juve sottraendo lo scettro di monarca assoluto di un torneo nazionale a Zlatan Ibrahimovic, Premier League (leggi campionato del mondo degli allenatori) vinta battendo Mourinho e Guardiola (198 punti nelle due stagioni successive col City), oltre a Klopp e Pochettino, due che sabato si giocano la finale di Champions. In mezzo anche una semifinale europea sfumata solo ai rigori guidando la Nazionale italiana meno talentuosa della storia.
L'ultima voce del cv, però, è forse quella più importante: l'anno sabbatico, se possibile, ha aumentato la fame di gloria di un uomo che finora ha scritto l'ultimo capitolo della sua carriera a Wembley, battendo - neanche a dirlo - Mourinho in finale di FA Cup, pronunciando parole che potrebbe aver strappato dalle labbra del suo peggior avversario: "In due anni ho dimostrato di essere un vincitore seriale, nonostante le difficolta". La storia finora gli ha dato ragione: in un top club, dove passa Conte crescono le Coppe. Un prospettiva nuova per un'Inter che dopo la parentesi luccicante di Mourinho si è accontentata di una Coppa Italia vinta da Leonardo e di due piazzamenti Champions conquistati da Spalletti. Ponte indispensabile tra passato e futuro che deve essere salutato dall'ambiente interista con la stessa gratitudine di chi nel corso degli anni ha riempito la bacheca: Lucio, di fatto, ha riaperto la porta della sala dei trofei introducendovi Conte, la Coppa di Suning che assomiglia tanto a un'assicurazione sul successo.
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