L’intenzione di tutti era quella di raccontare un fatto di gioia, perché questo Europeo che prendeva il via dopo un anno disgraziato è stato da tutti dipinto così: come un fatto di gioia, come l’emblema di un graduale e fatidico ritorno alla normalità dopo mesi pesanti che hanno condizionato tutto il mondo, non solo quello dello sport. Era una gioia rivedere venerdì sera il pubblico gremire gli spalti dell’Olimpico per la partita inaugurale tra Italia e Turchia, sentire la voce sempre meravigliosa di Andrea Bocelli, vedere la spettacolare cerimonia di inaugurazione. Ed è stata una gioia immensa vedere come ha debuttato la Nazionale di Roberto Mancini capace di triturare una Turchia più preoccupata di alzare un muro davanti alla propria porta che di giocare a calcio, un netto 3-0 che fa ben sperare i calciofili nostrani, in attesa di test, con tutto il rispetto, di caratura più alta rispetto a quanto offerto dalla formazione di Senol Gunes.
Dovremmo essere ancora qui a bearci della bella prova degli azzurri, del duo Ciro Immobile-Lorenzo Insigne che una volta squarciato il muro turco hanno trovato le due reti culmine del crescendo rossiniano degli azzurri; della prova sfavillante di Leonardo Spinazzola, che ha arato la corsia di sinistra a proprio piacimento; della splendida gestione del centrocampo di Jorginho e dei lanci ispiranti di Domenico Berardi. E soprattutto, sarebbe giusto elogiare Nicolò Barella per la sua prova di quantità e qualità, lui che entra in tutte e tre le azioni dei gol, che finisce troppo spesso vittima dei trattamenti per nulla di favore della difesa avversaria ma lui più lo mandano giù, più si tira su, e fa brillare gli occhi a Piero Ausilio presente nel parterre dell’Olimpico. Perché l’Europeo, il calcio d’estate che, con tutte le cautele del caso, possiamo tornare a goderci anche insieme all’aperto, dovrebbe essere questo: un fatto di gioia, di felicità, di vita. Eppure ieri, per alcuni, interminabili minuti, sul clima di festa sono calate ombre oscure, minacciose, angoscianti.
Minuto 43 a Copenaghen, la Danimarca cerca il varco giusto all’interno della difesa della Finlandia debuttante in una competizione internazionale con il contributo anche di Christian Eriksen che in precedenza aveva impegnato Lukas Hradecky con una potente conclusione dalla distanza. In quel momento, però, il tempo si ferma: Eriksen inizia a farsi strano in volto, caracolla, poi, dopo una sponda involontaria, crolla al suolo privo di sensi. Chi è vicino a lui capisce che la situazione è sin da subito drammatica: il centrocampista dell’Inter è a terra senza dare cenni di reazione, cianotico e con lo sguardo assente e perso nel vuoto. E da quel momento, i minuti sembrano non passare mai: la corsa tempestiva dei soccorritori, fondamentale per evitare che la situazione precipiti; l’angoscia leggibile sui volti di tutti, compagni, avversari e tifosi senza distinzione di colori. Alcuni in lacrime, altri in preghiera, tutti con gli occhi persi per lo smarrimento. Arriva sul prato del Parken Stadion anche Sabrina, la moglie di Christian, disperata ma prontamente consolata dal capitano Simon Kjaer, il cui atteggiamento in quegli attimi drammatici merita davvero un encomio: lui è stato il primo a praticare le manovre di primissimo soccorso al compagno, rivelatasi poi cruciali per salvare la vita a Eriksen; lui è quello che chiama i compagni a fare capannello intorno alla squadra di soccorso per consentire loro di fare il proprio lavoro al riparo dagli sguardi indiscreti, ed è lui a rimanere sempre con lo sguardo rivolto verso Christian, come a voler vigilare sulle operazioni.
Un silenzio che nessuno osa profanare accompagna l’uscita in barella con la scorta dei compagni di squadra di Christian Eriksen, che nel mentre non sembra dare alcun cenno di risveglio visibile facendo temere il dramma. Ma proprio in quel momento, mentre già proliferavano i messaggi social di ansia e speranza di tutto il mondo del calcio, arriva quello scatto, quel fermo immagine colto nel momento giusto che riaccende di colpo la speranza: Eriksen con gli occhi aperti, cosciente, con la mano sulla fronte. È il segnale che tutti aspettavano: Christian ha reagito. Da quel momento in poi, è un climax di buone notizie, dalla stabilizzazione delle sue condizioni al cauto ottimismo di Beppe Marotta, fino alle prime parole annunciate dal suo procuratore Martin Schoots alla radio pubblica olandese. E nel mentre, il pubblico presente allo stadio che attende fiducioso, confortato dagli annunci della Uefa sul megaschermo dell’impianto, e che intanto che aspetta inneggia tutto unito allo sfortunato calciatore, scandendone nome e cognome come a volerlo incoraggiare da lontano.
Tutto sembra poi andare per il verso giusto, al punto che la partita di Copenaghen, a quanto pare su esplicita richiesta di Eriksen stesso, riprende anche se la Danimarca paga evidentemente un dazio troppo grande al contraccolpo psicologico subito in quegli attimi di ansia e finisce col cedere il passo alla Finlandia che ottiene la sua prima storica vittoria in un Europeo con Hradecky che si erge a protagonista parando un calcio di rigore a Pierre-Emile Hojbjerg. Tutte le assoluzioni del caso, comunque, per la Danish Dynamite, per la quale la sconfitta rappresenta sicuramente un problema relativo se paragonata al terrore vissuto in questa giornata che nessuno di loro dimenticherà. Emergono anche le prime ipotesi sulla causa del malore del giocatore, riconducibili secondo il dottor Joseph Brugada per un 98% ad un’anomalia cardiaca. Parole, queste, che inevitabilmente faranno ripartire la girandola dei perché, delle inchieste, degli ‘j’accuse’ di fronte all’ennesimo episodio tragico di malore improvviso di un giocatore in campo, che però questa volta non ha avuto risvolti tragici.
Ci saranno logicamente tutto il tempo e le ragioni per fare questi discorsi, ma adesso la cosa giusta da fare è rimanere vicini a Christian Eriksen, accantonare per un momento le rivalità ed essere contenti che alla fine tutto sia andato bene. E pensare anche che il calcio, mai come in questa circostanza chiamato ad essere veicolo di festa e di gioia, ha deciso di assolvere il compito fino in fondo cercando di ribellarsi ad un destino cinico e funesto. Il calcio è quel gioco bellissimo, come ha scritto anche il presidente della Uefa Aleksander Ceferin, che Christian gioca in maniera meravigliosa. Il calcio è bello come il messaggio di Romelu Lukaku, compagno di squadra di Eriksen all’Inter, che dopo aver trovato il suo primo gol agli Europei con il Belgio corre verso la telecamera e urla quello che tutti gli amanti di questo sport vorrebbero dire a Eriksen in questo momento.
Chris, we love you.
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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