Prima di Inter-Udinese il pubblico nerazzurro lo ha ricoperto di affetto, anche se una buona fetta probabilmente non lo ha mai visto giocare ma sicuramente ha bene in mento quanto il nome di Lothar Matthäus sia scritto a caratteri cubitali nella storia dell'Inter. L'ex campione tedesco, approfittando del suo ritorno a Milano, ha concesso una lunga intervista ai microfoni di InterTV.

Quali sono le prime sensazioni che hai provato venendo qui ad Appiano Gentile?
"E' tutto nuovo per me (ride, ndr). Tutto aveva un aspetto diverso 36-38 anni fa, ma sono molto felice di essere qui. Mi piace molto, è molto meglio che ai miei tempi. Basti pensare allo spogliatoio, la palestra, il ristorante, che sono molto più grandi. Ci sono anche dei nuovi spazi per la squadra. Penso che i calciatori siano molto felici. Possono allenarsi qui, lontani da tutto e prepararsi alla partita perfettamente".

Perché l'Inter, come hai detto, è ancora così speciale per te a 30 anni di distanza?
"L'Inter è sempre nel mio cuore, torno qui dopo molto tempo e sento un ambiente familiare attorno, lo stesso che sentivo negli anni in cui giocavo nell'Inter. Le persone sono gentili e amichevoli, e non mi riferisco solo ai dipendenti del club. Penso anche ai tifosi, allo stadio, e questa è stata una bella dimostrazione per me. I tifosi mi hanno dimostrato che l'affetto che provo per loro è lo stesso che provano per me, e credo che sia il segreto che ha permesso all'Inter di ottenere buoni risultati, perché i giocatori devono essere felici, devono sentire il supporto e tutto questo è accaduto nella partita. Quando l'Inter perdeva 2-0 contro l'Udinese nessuno ha criticato la squadra, anzi i tifosi l'hanno spinta senza criticarla. E l'Inter ha rimontato, come se dovesse restituire qualcosa al pubblico, proprio come era successo contro il Napoli e il Real Madrid. E quando ero allo stadio, la squadra ha vinto una partita importante e sotto di due reti dopo i primi 20 minuti ha giocato un grande calcio".

Perché hai definito i 4 anni all'Inter come i più emozionanti e belli della tua carriera?
"Qui sento davvero l'affetto e il rispetto. Non si sono dimenticati del periodo che ho trascorso qui anche se è stato tanto tempo fa e, nel frattempo, l'Inter è cambiata molto. Il club ha vinto tanto e ha avuto tanti grandi giocatori, ma mi sento ancora parte della famiglia. Mi hanno dimostrato quello che ho sempre pensato e detto per molti anni, nelle interviste che ho concesso: è stato il periodo migliore, senza offesa per il Bayern Monaco o per i lBorussia Moenchengladbach dove ho giocato in Germania. Questo vale solo per l'Inter perché qui ho ricevuto molte cose che un po' mi mancavano in Germania. Lavoravamo insieme, eravamo una squadra, potevamo parlare apertamente con il mister e con i tifosi pe rstrada o al ristorante. Quando si dice che l'Inter è una famiglia è la verità, perché l'Inter vive come una famiglia e sono felicissimo di essere qui. Lo dico dal profondo del mio cuore. Ho giocato per questo club e sono orgoglioso di poterlo dire ai miei figli e ai miei amici. Per capire l'Inter devi sapere come funziona questo club, che è speciale. Penso che questa energia speciale venga trasmessa ai calciatori e alla squadra, per questo il club ottiene buoni risultati".

Quando sei arrivato hai detto che l'obiettivo non era il 3° o 4° posto ma vincere lo Scudetto. Dove nasce questa mentalità?
"Nasce da quando ero giovane, non l'ho acquisita al Bayern Monaco ma fin da ragazzo perché avevo un fratello maggiore e dovevo lottare per batterlo a calcio, quando giocavamo uno contro uno nel salotto di casa. Giocavamo dove c'era poco spazio e ho dovuto lavorare molto duramente perché 4 anni di differenza erano tanti quando ne avevo 8 e mio fratello 12, per esempio. Lottavo sempre per vincere e in seguito nessuno mi ha regalato niente. Ho dovuto lottare per un posto al Borussia Moenchengladbach, per essere tra gli undici titolari nel Bayern Monaco e in Nazionale e al Bayern c'era la stessa mentalità vincente. Lì il secondo posto non basta, devi lottare per il primo. Ed è questo che ho detto subito ai compagni quando siamo arrivati qui. Dico sempre 'siamo' perché con me c'era Andreas Brehme. Non era solo un mio compagno, non era solo un mio amico, era come un fratello per me. Parlavamo e ci dicevamo che dovevamo dimostrare ai tedeschi di essere abbastanza bravi per giocare nel campionato più difficile al mondo, ovvero quello italiano, e per aiutare l'Inter a crescere. Non potevamo garantire che avremmo vinto dei titoli, ma che avremmo dato il massimo per questo club straordinario. E penso che abbiamo contribuito a cambiare un po' la mentalità. Non eravamo soddisfatti e felici quando pareggiavamo a Bologna o a Firenze. Andavamo a Bologna per vincere. I calciatori italiani, e lo Zio Bergomi è l'esempio migliore, mi dicevano: 'Lothar, oggi giochiamo a Firenze o a Bologna, loro sono molto forti in casa'. E io rispondevo: 'Zio, non avere paura. Vinceremo 4-0'. Alla fine a Bologna vincemmo 6-0. Anche Bergomi conosce questa storia, ve la può ripetere. Ma era questo che mi piaceva dare agli altri calciatori, la capacità di credere in loro stessi, nella squadra e nel nostro gruppo. E la mentalità. L'Inter ha sempre avuto una grande mentalità. Non avevamo i migliori calciatori, forse l'altra squadra di Milano era più forte e migliore di noi. Ma penso di aver giocato giocato 7 partite contro il Milan e credo di averne perso solo 2. Perché in quelle partite non vinceva la squadra migliore, ma quella con la mentalità migliore".

Quanto è stata speciale l'annata 1988/89 e puoi dirci le tue partite e i tuoi ricordi preferiti?
"Per me è stato un onore giocare ogni partita con questa maglia e con questo stemma. Sicuramente nessuno accettava il fatto che avessimo dominato il campionato in quel modo, ma tutto ha funzionato bene. La difesa era solida, c'eraa Walter Zenga, uno dei migliori portieri al mondo, poi c'erano difensori forti come Bergomi e Ferri e sulla destra un giocatore molto intelligente, Bianchi. Non devo dire nulla su Andreas Brehme, perché era speciale per me non solo come amico ma anche in campo. Mandorlini organizzava la linea dei tre centrali difensivi, poi con Matteoli avevamo un numero 6 con il senso della posizione e Nicola Berti era un centrocampista box-to-box. Serena e Ramon Diaz formavano una buona coppia, uno era alto e forte fisicamente e l'altro era furbo. Poi c'ero io e credo fosse u nbel mix. Trovammo rapidamente l'intesa perché Berti era appena arrivato, Bianchi pure, e anche io e Brehme eravamo nuovi. Avevamo molti giocatori nuovi in squadra ma Trapattoni fece un ottimo lavoro. Per allenarci prima dell'inizio della stagione passammo tre settimane a Varese. Per me fu un periodo molto lungo perché in Germania il ritiro pre-campionato durava al massimo 10 giorni. Credo che Trapattoni abbia plasmato questa squadra benissimo, mettendo insieme le qualità di tutti i giocatori e penso sia stata un'annata meravigliosa, con grandi vittorie. Per quanto riguarda il mio ricordo di questo Scudetto, ti dico il gol in casa contro il Napoli, che è quello che ci ha regalato il titolo. Fu un calcio di punizione, penso a 22-23 metri di distanza. I tifosi dell'Inter aspettavano lo Scudetto da tanti anni e noi abbiamo realizzato il sogno di vincerlo 4-5 partite prima della fine della stagione. E lo abbiamo fatto nel nostro stadio, nella nostra casa con i tifosi che erano lì a tifare per noi. Impossibile chiedere di più. Oltretutto dopo aver battuto il Napoli di Maradona".

Sentivi che i tifosi dell'Inter tifassero per te al Mondiale 1990, anche se giocavi nella Germania? Quell'anno vincesti Mondiale e Pallone d'Oro.
"Sì, gli interisti tifavano per me. Un ricordo molto bello riguarda gli ottavi di finale contro l'Olanda, che schierava il trio del Milan, ovvero Gullit, Rijkaard e Van Basten. Penso che tutti coloro che si trovavano allo stadio e che tifavano per l'Inter sostenessero la Germania, visto che i tre tedeschi dell'Inter erano in campo, e dall'altra parte i tifosi del Milan sostenevano l'Olanda, visto che in campo c'erano i tre olandesi rossoneri. Fu una grande partita a San Siro, una partita storica per me e per la mia Nazionale, considerando anche che di fronte non c'era l'Italia ma l'Olanda. E penso che quell'anno l'atmosfera fu davvero speciale. Avevamo il supporto dei tifosi interisti, forse qualcuno di loro indossava la sciarpa della Germania allo stadio perché gli interisti avevano piacere di supportare i tre tedeschi che davano il massimo per l'Inter ogni fine settimana".

Quanto è stato speciale vincere la Coppa UEFA nel 1991?
2Qualsiasi trofeo è speciale quando vinci. All'inizio rischiammo quando giocammo contro il Rapid Vienna. Perdemmo 2-1 a Vienna, poi al ritorno vincemmo 3-1 ai supplementari. Non giocammo a Milano, ma a Verona, perché dopo il Mondiale il manto erboso stava cambiando aspetto e non era pronto per ospitare una partita di calcio. Poi disputammo molte partite importanti contro ottime squadre, in particolare ricordo quelle contro lo Sporting Lisbona. Poi quella a Bergamo contro l'Atalanta. Giocammo anche contro l'Aston Villa, perdemmo 2-0 a Birmingham e poi vincemmo 3-0 in casa grazie al supporto dei nostri tifosi. E poi ci fu la finale tra due squadre italiane, e questo ti fa capire la forza del calcio italiano a quei tempi. L'Inter schierava tre tedeschi e la Roma due, Rudi Voeller e Thomas Berthold. All'epoca la formula era diversa, si giocavano due partite, in trasferta e in casa. Vincemmo 2-0 la prima in casa, io segnai su rigore e Nicola Berti raddoppiò. Poi giocammo a Roma e non disputammo una bella partita, ma ci difendemmo bene e perdemmo solo 1-0. Fummo abbastanza bravi da vincere la coppa e fu una bella festa per noi, al termine di una buona stagione. In campionato non andò altrettanto bene, chiudemmo al terzo posto. Fu comunque una buona stagione e fui contentissimo di vincere la Coppa UEFA per la prima volta, perché qualche anno prima con il Borussia Moenchengladbach avevo perso la finale contro l'Eintracht Francoforte, una finale ttra due squadre tedesche".

Se potessi scegliere un giorno da rivivere in quei 4 anni di Inter, quale sarebbe?
"Ho molti bei ricordi ma come ho detto prima penso di aver provato il senso di felicità più forte quella domenica quando abbiamo vinto 2-1 contro il Napoli e l'Inter ha conquistato lo Scudetto".

Hai provato a usare gli insegnamenti di Trapattoni quando hai iniziato ad allenare?
"Innanzitutto devo dire che lui dava tutto per la squadra e per i suoi calciatori. Aveva una personalità molto forte ma credo amasse tutti i suoi giocatori. Gli piaceva migliorarli e penso che Trapattoni dava ai calciatori nopn solo le sue emozioni o la sua empatia, ma anche il suo tempo. In particolare, dopo l'allenamento fissava sedute extra. Con me ci allenavamo qui al campo e mi insegnava a lavorare meglio con la gamba sinistra e con il piede sinistro perché prima di arrivare all'Inter non segnavo mai di sinistro. Poi ho iniziato a farlo, perché 2-3 volte alla settimana dopo l'allenamento il mister restava per 15-20 minuti in campo con me e facevamo degli esercizi. Trapattoni faceva lo stesso al Bayern Monaco con Sammy Kuffour, ma non con la gamba sinistra. Lo faceva allenare sui passaggi in corsa, perché era un buon giocatore in uno contro uno ma quando riceveva la palla tante volte la restituiva agli avversari. Lavoravano sulla pulizia dei passaggi. E io facevo lo stesso quando allenavo: chiamavo i giocatori più giovani e mostravo loro in cosa dovevano migliorare, perqhé quando i giocatori migliorano la squadra ha più possibilità di vincere".

Pensi di essere stato uno dei primi centrocampisti moderni, che eseguono entrambe le fasi allo stesso modo?
"Sì, esatto, dovevo lavorare tanto, perché dovevo coprire lunghe distanze correndo rapidamente. Ero un calciatore box-to-box, lavoravo bene in fase difensiva, ero bravo in scivolata ed ero un lottatore. Poi correvo rapidamente verso l'altra metà campo e mi piaceva aiutare i calciatori offensivi a posizionarsi. Quando non lo facevano, allora ero io a segnare, per me stesso, per la squadra e per il club".

Sezione: Copertina / Data: Gio 24 settembre 2026 alle 15:21
Fabio Costantino / Twitter: @F79rc
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Fabio Costantino
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Fabio Costantino è giornalista pubblicista dal 2009, direttore responsabile e co-fondatore di FcInterNews.it da dicembre 2008, ha collaborato con numerose testate sportive in passato e oggi si occupa della gestione della redazione e di tutto ciò che la riguarda.