Quella palla, forse, sarebbe stata persa per tutti. Per tutti, ma non per uno. Quella conclusione stampatasi sul palo che per la seconda volta ha detto no ad Alexis Mac Allister sembrava il presagio di un’ennesima fatica supplementare per la Nazionale argentina dopo quella dei quarti di finale contro la Svizzera, se non fosse che a vestire la maglia dell’Albiceleste c’è un signore di 39 anni che ancora ha voglia e fame di trascinare un intero popolo verso il sogno mondiale. Quel signore si chiama Lionel Messi, che con tutta la forza e l’esempio che un capitano e un leader deve saper dare, rincorre quel pallone, lo ripulisce, per poi guadagnare il fondo e mettere in mezzo lì dove, a pochi passi dalla porta, è pronto ad avventarsi come un falco Lautaro Martinez. Un’azione nella dinamica simile a quella che, una calda sera di giugno di 36 anni fa, lanciò l’epopea di Totò Schillaci e delle Notti Magiche: presi in mezzo due marcantoni della difesa avversaria e infilato il portiere per il gol vittoria al quale è seguita un’esultanza irrefrenabile, fino al pianto liberatorio del dopogara.
Con quello stacco imperiale, il Toro di Bahia Blanca ha regalato alla sua Nazionale il pass per il match che questa sera fermerà il mondo intero, e di partite che fermano un mondo gli Stati Uniti se ne intendono al punto tale che la FIFA introdurrà un format stile ‘Halftime Show’ del Superbowl, anche se con tempistiche decisamente ridotte e con il cronometro bene in vista: nella cornice del MetLife Stadium di East Rutherford, paradossalmente uno degli impianti più brutti impiegati per questa competizione, che sarà invaso da tifosi milionari che si permetteranno il lusso di raggiungere il teatro della finale con l’elicottero, la Seleccion difenderà il trono mondiale dall’assalto della Spagna di Luis De La Fuente, in quella che probabilmente è la finale più suggestiva che questo torneo potesse suggerire. Di fronte i campioni d’Europa e del Sud America, due squadre e due filosofie, l’eterno campionissimo contro la giovane stella alla quale da neonato fece il bagnetto a favore di fotocamera, classe contro garra.
È questa la serata dove Lautaro Martinez, trascinatore di tante vittorie con la maglia dell’Inter, cerca quella che può essere la sua consacrazione definitiva con la maglia dell’Albiceleste. Perché bisogna ricordare che, se l’ultimo Mondiale lo giocò tra i tormenti per un problema alla caviglia che lo condizionò tremendamente, solo due anni più tardi consegnò a suon di gol la Copa America alla sua Nazionale; ma adesso, ha la chance per entrare definitivamente nell’Olimpo e onorare al meglio anche il record che grazie a lui l’Inter è ora l’unica squadra a detenere, quello di squadra che dal 1982 presenzia inesorabilmente alle finali della Coppa del Mondo coi suoi rappresentanti. Record vacuo diranno quelli che non ce l’hanno, ma questo è e questo è giusto celebrare anche con un bel To Be Continued.
Già, l’Inter. L’Inter che non ha potuto aspettare la fine di questo Mondiale per ricominciare il lavoro in vista della prossima stagione. Passata la festa, però, ‘gabbatu lu santu’: queste che hanno preceduto l’avvio del ritiro sono state indubbiamente settimane tribolate dal punto di vista soprattutto della dirigenza, imbrigliata in una ricerca di rinforzi che si sta rivelando una vera e propria avventura dentro un campo minato, dove ogni passo che fai rischi di saltare per aria. E di cose saltate per aria, purtroppo, già se ne sono viste abbastanza, episodi sui quali tutti siamo ormai ben eruditi e quindi è inutile ritornare a pensare a ferite che sanguinerebbero inutilmente. Resta una squadra che a parte Denzel Dumfries e gli svincolati ha mantenuto tutti i suoi pezzi, il che è un bene dal punto di vista della continuità del progetto ma che diventa una cosa meno buona se si pensa che anche le difficoltà nel cedere i giocatori in esubero, male atavico da queste parti, rende la campagna acquisti ancora di più un collo di bottiglia.
Tutti insieme appassionatamente, comunque, si ritrovano ora a lavorare duramente nel resort di lusso di Donaueschingen, in Germania, che ospitò la Spagna durante la vittoriosa campagna di Euro 2024 e si spera possa avere lo stesso effetto benefico anche per i nerazzurri. Due sedute al giorno ad alti ritmi, le distrazioni sono ridotte al lumicino con Chivu che, aspettando di conoscere la rosa definitiva, dirige con piglio chi ha a disposizione. Per poi, questa sera, sedersi tutti davanti alla TV per tifare il proprio capitano. Così ha detto due giorni fa Piotr Zielinski, primo giocatore a parlare ai cronisti inviati nella Foresta Nera. Zielinski che poi si è soffermato anche sugli obiettivi stagionali: “Sicuramente le ambizioni sono alte, vogliamo ripeterci in campionato, in Coppa Italia e aggiungere qualcosina in Champions League. Abbiamo una grande squadra e dobbiamo fare meglio rispetto all'anno scorso". In un complesso di dichiarazioni nel complesso normali, è stata quella frase, quell’”aggiungere qualcosina in Champions League”, a generare ben più di un risentimento tra i tifosi.
In tanti, probabilmente sconfortati da come stanno andando le trattative di queste prime settimane, già sembrano entrati in un tunnel di commiserazione e pessimismo in fondo al quale non si vede alcuna luce. E puntualmente, scattano le critiche contro la dirigenza e soprattutto contro la proprietà, accusata non solo da chi lancia strali social di essere una sorta di villain finale che con i suoi diktat impedisce alla dirigenza di poter agire in maniera ortodossa esponendosi ad ogni rischio di sorta, dall’impossibilità di puntare nomi di grosso calibro al farsi prendere inevitabilmente per il collo vista l’esplicita necessità. Per quanto possibile, è giusto provare a fare un po’ di chiarezza: chi dice che quei 50 milioni destinati per l’operazione Marco Palestra si siano sciolti come neve al sole o non siano mai esistiti cade nella menzogna, semplicemente l’Inter, evaporato l’obiettivo numero uno, con scienza e coscienza deve capire su quale reparto e su quale giocatore destinare questa somma.
Certo, la cosiddetta rigidità dei proprietari di Oaktree non aiuta molto ma vanno altresì rese note le ragioni del fondo californiano, che ha inquadrato l’Inter come uno dei tanti asset nel suo portafoglio e ha come primo obiettivo quello di rendere l’investimento il più profittevole possibile, tra uno stadio da costruire e un parco giocatori che risponda a logiche di valorizzazione prima ancora che di competitività. Il tutto, poi, è reso notevolmente più difficile dall’ingombrante presenza della Premier League, che non si fa problemi a spendere e spandere in patria e all’estero, creando un pianeta a parte dove sono ospitati, se non tutti, gran parte dei calciatori dai cartellini più elevati in circolazione.
Una differenza di mezzi per la quale al momento non sembra esserci soluzione, e allora sentire Zielinski dire che l’Inter deve aggiungere qualcosina in Champions, quel torneo stellare sempre più nelle mani di pochi dove, se le inglesi non riescono ad avere la meglio, è perché sulla loro strada trovano quelle poche entità in grado di guardarle occhi negli occhi e soprattutto portafoglio su portafoglio, non deve essere tradotto forzatamente con il pensare di poter vincere: le due finali negli ultimi quattro anni hanno deviato un po’ il focus, facendo pensare alla regola quando in realtà sono state una piacevole eccezione. La situazione è questa, e illustrarla non è sintomo di disfattismo peggiore di certi altri che si sentono, ma semplicemente prendere atto che la competitività assoluta è diventata pura utopia.
Dal pianeta Premier sono sbarcati gli alieni che stanno progressivamente prendendo tutti i talenti in circolazione e stanno mettendo alle strette tutto il resto d’Europa che se non succede qualcosa di clamoroso pare condannato a recitare il ruolo di subalterno. I Looney Tunes in Space Jam perlomeno avevano dalla loro il migliore dei migliori, ovvero Michael Jordan; ma siccome nel mondo reale un Jordan è pressoché impossibile da avere in squadra, per non soccombere definitivamente bisogna trovare una propria dimensione, un proprio posto al sole dove non essere definitivamente oscurati per poi chissà, magari provare davvero a infilarsi in questa festa così elitaria. Con pochi mezzi, se possibile con creatività.
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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