Quanto costa all'Inter la competitività nazionale ed europea? Quali sono i parametri di saggezza nelle scelte interne a un calciomercato italiano sottomesso alle ricchezze della Premier e della Liga? Ci vorrebbe un taumaturgo. Un uomo sfidante, che sa vedere lungo. Che in Viale Liberazione in realtà già esiste, anzi sono più di uno. Marotta & Ausilio. Lavorano bene, raramente non azzeccano il colpo (è successo), lavorano in un panorama estremamente difficile. Con margini di errore assai ridotti.
La società nerazzurra dovendo (s)vendere Dumfries per ragioni contrattuali, soprattutto di controparte, ha così virato su Marco Palestra. Sembra lui il prescelto. Il valido sostituto che possa tenere alta la barra qualitativa sulla fascia destra orfana di Denzel. Un laterale giovane, di belle speranze. Non ancora classificabile. Non ancora ascrivibile nella certezza e nel futuribile. Palestra è una mossa costosa ma pragmatica o un 'sogno-azzardo' finanziariamente insostenibile? Questo l'eventuale pericolo per l'Inter. Che diventa automatico per tutti i club italiani, laddove suonano sirene inglesi, spagnole e persino al di là del Mediterraneo. Ormai nel Bel Paese siamo più dominati che dominanti.
Così scopriamo senza sorprenderci che il 30enne Dumfries abbia un valore di vendita più che dimezzato rispetto all'acquisto di un promessa interessante. Accompagnata allo stato attuale più da domande teoriche che da risposte concrete. Marco Palestra, anni 21. Trentasette presenze con il Cagliari, due con la Nazionale maggiore. Una sfilza di dribbling, di avversari lasciati sul posto. La fascia destra corsa a velocità di un treno ad alta velocità. Piace il Marco da Buccinasco, comune alle porte di Milano. Forse farebbe, farà la differenza per chi avrà la forza e il coraggio di prenderlo. Piace lui, un po' meno la sfida-costrizione a cui è sottoposta l'Inter. Che dovrà scegliere se puntare sul giocatore, farlo su parametri che non sono e non possono più essere quelli dell'italian calcio style. Movimento decadente che non sa più realizzarsi. Nemmeno vendersi. Che racconta la bufala degli stadi (pur) vecchi per nascondere la propria incapacità di proporsi nella vera grande piattaforma che genera ricavi. La televisione.
Ottantuno milioni di diritti televisivi annuali sono quelli incassati dalla Beneamata (prima in Italia) nel 2025, rispetto ai 211 del Liverpool, ai 145 del Barcellona, ai 100 del Bayern. Il business e il marketing si fanno con la tv. Solo se il prodotto è storico, unico e credibile. Oggi l'Inter è la squadra più spendibile del calcio nostrano. Ma per ragioni di sostenibilità economica e natura del fondo Oaktree, che ne è proprietaria, è avviluppata in una linea mediana. Di non semplice gestione. Che oltre ai conti non intacchi una visione sportiva fin qui vincente. Da consolidare.
Marco Palestra, richiesto dal Manchester City, appartiene ad una società come l'Atalanta di Percassi. Ossessionata (vedi caso Lookman) dal mal di mediazione, dalla paura di fare sconti. La scelta di investire su Palestra è la linea di confine interista tra la perenne e maestosa voglia di braccia al cielo e il rischio di naufragio in una grande scommessa che potrebbe rivelarsi non indolore. Per avere il cartellino, il patron bergamasco chiede 50 milioni tondi e non negoziabili. L'Inter ne offre 40 + bonus, che a Percassi non sembrano bastare. A Marotta ed Ausilio il compito di essere lungimiranti e ancora una volta taumaturghi. Comprendere in tempi brevi se l'investimento tecnico ed economico sia efficace, se valga la pena avviare un'infinita e forse inutile trattativa che con il presidente della Dea non è mai tale.
Credere in Palestra o nutrire dubbi sulla funzione migliorativa del sostituto di Dumfries? Prendere o lasciare. All'Inter sanno che questa è una sfida verso se stessi. In un desolante quadro nazionale che negli ultimi tempi non ha risparmiato molti club prestigiosi. Il cortocircuito esistenziale non ha toccato i nerazzurri, probabilmente non li sfiorerà nemmeno stavolta. Con o senza Palestra.
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