"Qualche cambiamento ci sarà. Sarà un processo evolutivo, non rivoluzionario. Ci sono alcuni giocatori che anagraficamente sono a fine ciclo, fa parte del calcio. Massimo rispetto a chi andrà via, puntiamo a un mix di giovani e giocatori esperti". Le linee guida del mercato estivo dell’Inter le ha dettate pubblicamente il presidente Beppe Marotta lo scorso 17 maggio, poco prima dell’incoronazione di Lautaro Martinez e compagni come squadra campione d’Italia. Un orientamento non nuovo in Viale della Liberazione, dopo l’input di Oaktree già noto dalla scorsa estate. Per rinfrescare la memoria ai più disattenti: se torniamo a dieci mesi fa, alla rosa della stagione precedente furono aggiunti profili come Andy Diouf, Luis Henrique e Petar Sucic ma anche uno con un curriculum da top player del livello di Manuel Akanji, occasione colta al volo proprio sul gong del mercato nel contesto della separazione temporanea da Benjamin Pavard.
Insomma, né instant team né tantomeno un progetto Under 23 come quello del Como, capace di raggiungere una qualificazione storica in Champions League. Ma una via di mezzo per mantenere la competitività sul campo senza intaccare la sostenibilità dei conti. Un altro dei mantra preferiti di Marotta che, da dirigente navigato in questo mondo che è cambiato radicalmente rispetto agli anni del mecenatismo, ha capito come adattarsi al meglio per continuare a vincere. Meglio parametri zero senza la data di scadenza della carriera vicina, quindi rivendibili, e talenti in erba selezionati con lo scouting dal vivo e gli algoritmi, rigorosamente complementari. In questo senso, l’Inter ha fatto bingo prendendo prima Lautaro Martinez dal Racing Avellaneda e poi pescando Marcus Thuram dal mercato dei free agent battendo la concorrenza degli altri club. Oltre a questi due parametri, c’è la quota italiana immancabile nei mercati marottiani: il famoso ‘zoccolo duro’. Negli anni, la colonia azzurra è stata allargata con gli arrivi di Nicolò Barella, Alessandro Bastoni, Federico Dimarco, Matteo Darmian, Francesco Acerbi, Davide Frattesi e, in ultimo, di Francesco Pio Esposito. Approdati alla Pinetina in momenti diversi delle loro carriere: si va dalla categoria del 'canterano di ritorno', dall'usato sicuro pagato zero euro di cartellino, fino alla scommessa e il talento in rampa di lancio. Tutti uniti da un minimo comun denominatore: la conoscenza del nostro calcio. Una caratteristica non secondaria nella scelta degli acquisti da parte del club milanese che, negli ultimi anni, ha sempre preferito puntare sul prodotto interno. Tra gli ‘italiani’, quindi, possono essere annoverati anche Piotr Zielinski, Carlos Augusto, Ange-Yoan Bonny, Hakan Calhanoglu ed Henrikh Mkhitaryan.
Prima ancora di conoscere le reali strategie dell’Inter, quindi, non sorprende leggere sui media i nomi di Oumar Solet, Tarik Muharemovic e Marco Palestra come obiettivi prioritari. Le esigenze tecnico-tattiche, tra buchi in rosa denunciati in stagione e addii ormai scontati, sono ben note. Si parla soprattutto di difesa, di un portiere per completare il reparto dopo la decisione di confermare Pepo Martinez, oltre che delle grandi mosse a centrocampo. Laddove i nomi più gettonati sono quelli di Manu Koné, vecchio pallino, e Curtis Jones, che fu solo sfiorato a gennaio. Due giocatori diversi che potrebbero ugualmente fare al caso di Cristian Chivu. La buona riuscita delle eventuali trattative dipenderà, ovviamente, dalle condizioni economiche e soprattutto dalle esigenze dell’allenatore dopo che sarà fatta chiarezza su chi resta e chi va. Il sopracitato Mkhitaryan pare orientato a proseguire, ovviamente da alternativa ai titolari, mentre Davide Frattesi è a fine corsa anche perché è l’unico a cui non è stata mai trovata una collocazione in campo utile alla causa. Diverso il discorso di Andy Diouf, arrivato per fare il mediano di rottura e poi finito a fare il quinto e, persino, la mezzapunta. Con risultati molto difficili da valutare per vari fattori.
Con queste premesse è indubbio che qualcosa vada fatta in mezzo, al netto della permanenza o meno di Ale Stankovic che verrà ricomprato dal Bruges. L’augurio dei tifosi, prima ancora di capire chi saranno i volti nuovi, è che Zielinski ripeta la stagione appena fatta, che Hakan Calhanoglu non sia tormentato dagli infortuni che ne minano la continuità e che Nicolò Barella si lasci scivolare addosso le critiche quando i numeri visibili non tornano. Sì, perché Barella è uno di quelli che incarna meglio l’Inter in senso tecnico-tattico: più utile che vistoso nel 3-5-2, se si prendono in esame le statistiche di gol e assist e le si mettono in controluce rispetto ai compiti che svolge nelle due fasi di gioco. Al contrario di ciò che, almeno nell’immaginario del tifoso, potrebbe fare Nico Paz. Il sogno proibito di Javier Zanetti. Che sogno rimarrà, almeno a sentire Cesc Fabregas: "Io una cosa la so sicuramente: Nico Paz non giocherà nell'Inter. O tornerà al Real Madrid o giocherà al Como l'anno prossimo", ha detto recentemente il tecnico dei lariani, rispondendo stizzito al messaggio di apprezzamento pubblico del vice presidente nerazzurro al fantasista argentino. La buona notizia è che la prima telenovela è già finita prima di cominciare e che l'Inter può giocare benissimo anche senza Nico Paz, così come ha dimostrato di saper fare l’anno scorso senza Ademola Lookman. E a proposito di telenovele, quella scritta a puntate tra Italia e Catalogna per (non) aggiornare sul destino di Bastoni è già arrivata ai titoli di coda.
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