Esattamente un anno fa, di questi tempi, il tifoso interista viveva tutte le emozioni possibili legate ad una partita di calcio: l’ansia, l’attesa, l’emozione, la sensazione del tempo che non passa mai, l’orologio guardato in maniera quasi ossessiva ogni cinque minuti per chiedersi: ‘Ma quanto manca?’. Poi, arriva l’adrenalina, il fischio d’inizio, il pallone che comincia a rotolare sul prato dell’Allianz Arena e… Ok, forse è meglio fermarsi qui, perché il resto di quella serata è associabile solo a dolore, frustrazione e senso di impotenza. Come quello che provò la stessa Inter, surclassata in lungo e in largo dal Paris Saint-Germain che di prepotenza conquistò la prima Champions League della sua storia rifilando uno schiaffone a cinque dita, anzi, a cinque reti, ai nerazzurri, nella sera che fece da preludio all’amaro addio di Simone Inzaghi, che pregustava la conquista di tre trofei e si è ritrovato, per un motivo o per un altro, a lasciare Milano con un pugno di mosche in mano prima di accasarsi nei ricchi lidi arabi. Lezioni che rimangono.
A distanza di un anno meno qualche ora, la scena si è replicata in quel di Budapest: stesse sensazioni, stesso vissuto, soprattutto stessa vincitrice. Alla Puskas Arena la formazione di Luis Enrique centra il back-to-back tornando ad alzare al cielo il trofeo dalle grandi orecchie. Questa volta, a cascare ad un passo dal paradiso è stato l’Arsenal di Mikel Arteta, che dopo vent’anni tornava a giocarsi una finale di Champions. Arsenal che aveva anche instradato bene la partita col gol di Kai Havertz, per poi maledire i calci di rigore: quello segnato da Ousmane Dembélé nei tempi regolamentari e soprattutto la lotteria conclusiva dove i sogni dei Gunners sono volati via insieme a quel pallone calciato sopra la traversa da Gabriel Magalhaes, che macchia così una stagione sino a quel momento da incorniciare. Poteva essere la venticinquesima squadra a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro della competizione, l’Arsenal, che invece torna a casa perdendo la settima finale continentale della propria storia (c’è chi lo stesso numero di sconfitte è riuscito a ottenerle in un unico torneo…) e con una sensazione amarissima in bocca difficile da mandare giù, e lo sappiamo bene.
Vince ancora il Paris Saint-Germain, che imprime ancora una volta il proprio timbro sul calcio europeo; vince ancora Luis Enrique che mette in bacheca la sua terza Champions da allenatore della propria carriera. Forse chi non ha vinto è stato il calcio: non è forse un’esagerazione dire che ieri abbiamo assistito ad una finale brutta, con pochi picchi spettacolari, dove le due squadre a parte qualche fiammata hanno dato vita ad un match dall’atteggiamento complessivo abbastanza speculativo e con qualche timore di troppo nel provare la sortita. Vince il Paris Saint-Germain perché semplicemente è stato più squadra nei momenti giusti ed è stato più freddo dagli undici metri, con il solo Nuno Mendes a farsi neutralizzare la conclusione da David Raya. Ma la performance di ieri sera lascia nella mente un pensiero: se i giocatori dell’Inter presenti nella funesta finale di 365 giorni fa avessero per le mani un qualsivoglia aggeggio per maneggiare il tempo a proprio piacimento, una sorta di DeLorean del ‘Doc’ Emmett L. Brown di ‘Ritorno al Futuro’, probabilmente la userebbero per rigiocarsi la finale di un anno fa ma riportandola ai ritmi di adesso, con la certezza che in un match così tattico i nerazzurri se la sarebbero potuta giocare molto meglio.
Ma la macchina del tempo è un aggeggio che esiste solo nei film, o al massimo nei nostri sogni. Meglio tornare ancorati alla realtà, quella realtà che ha insegnato a tutto l’ambiente interista che dalle ceneri di una stagione andata in malora nel giro di pochi giorni si può risorgere più splendenti e sfolgoranti dell’araba fenice, riuscendo, pur dovendo mandare giù il boccone amaro dell’eliminazione per mano dei norvegesi del Bodo/Glimt dalla Champions, in un contesto che però sarebbe tutto da analizzare a dovere, a inanellare una doppietta di successi campionato-Coppa Italia che non si verificava dai tempi di José Mourinho. Un duplice successo che porta naturalmente la firma di Cristian Chivu, i cui meriti sono stati snocciolati ormai in tutte le salse e che pare inopportuno stare qui a ribadire. L’unica cosa che si può dire è che ora che anche il rinnovo è praticamente cosa fatta è sperare che il lavoro di Chivu venga ulteriormente supportato a dovere dalla società e non solo con le belle parole. L’occasione per tracciare un solco sembra propizia, ma attenzione a rileggersi anche la storia recente, perché lo stesso discorso si faceva la scorsa estate anche per il Napoli dopo la vittoria del titolo e i tanti dindi spesi sul mercato.
È stato anche il trionfo di uno dei tanti protagonisti di questa splendida cavalcata, e quando diciamo protagonisti non intendiamo necessariamente solo in campo: è stato il secondo Scudetto conquistato all’Inter da Marcus Thuram, l’attaccante francese che ha lanciato la volata verso il Doblete col suo portentoso rush finale a suon di gol. Annata complicata da decifrare, quella del giocatore transalpino: iniziata discretamente, poi condizionata da un infortunio muscolare che lo ha un po’ rallentato e una serie di partite a digiuno che aveva dato immediatamente adito alle voci e alle cattiverie più disparate. Ma dalla gara contro la Roma, il momento più importante della stagione come l’ha definito anche Beppe Marotta, Tikus ha inciso a fuoco il suo marchio sull’annata con sei gol nelle cinque partite che hanno proiettato definitivamente l’Inter verso la conquista dello Scudetto, con la ciliegina sulla torta dell’autogol procurato in finale di Coppa Italia.
Il tutto, poi, condito in maniera inequivocabile da quei sorrisoni, quei meravigliosi sorrisi da ragazzone gioviale che non sembra essere mai scalfito dai problemi, sempre pronto a divertirsi e a lanciarsi in qualche follia. E non poteva essere che sua l’idea diventata l’icona di questa stagione: quegli occhialoni futuristici a maschera, quella sorta di minischermi catarifrangenti diventati da subito il simbolo della grande festa, nel nome del quale Tikus e compagni hanno dato vita a scenette spettacolari che hanno visto coinvolti anche ‘malcapitati’ estranei come ad esempio i bordocampisti.
Mentre Thuram comincia, coi suoi sorrisi e il suo istinto zuzzurellone, a farsi riconoscere e voler bene anche nell’ambiente dell’Equipe de France che ha iniziato a preparare il Mondiale, i suoi occhiali diventano oggetto di tendenza e di emulazione: basti risentire le parole di Patrick Cutrone, che ha festeggiato il ritorno in Serie A del Monza con lenti scure d’ordinanza dicendo: ‘Ho visto che li portano tutti’… Secondo il maestro Franco Battiato, chi mette occhiali da sole lo fa ‘per avere più carisma e sintomatico mistero’: nel caso di Thuram magari l’immagine è calzante, anche se più che mistero, dietro quelle lenti a schermo si celano gli occhi pieni di gioia di un ragazzo che, come tutta l’Inter, si diverte a giocare bene. E a vincere. Dategli torto.
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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