'Entertainment''. Questa la parola che ha utilizzato Curtis Jones per riassumere Inter-Udinese 5-3, una delle cinque gare stagionali disputate dai campioni d’Italia in cui la noia non ha mai trovato posto. Anzi. Lo spettacolo per gli spettatori neutrali è sempre stato assicurato e, visti i risultati, eccetto quello di Madrid, anche i tifosi nerazzurri possono dirsi decisamente soddisfatti per il tipo di gioco da puro intrattenimento espresso dalla squadra di Cristian Chivu.
Come in un film, in ognuna delle sfide sopra citate c’è sempre stato un momento in cui l’eroe è sembrato in difficoltà, quella difficoltà, appunto cinematografica, da cui poi - per ragioni di script - il protagonista riesce a districarsi per rendere il finale lieto. Con tanto di morale di accompagnamento. Fuori di metafora, cosa ha insegnato allo spettatore questo primo mese di Inter? Non è facile trarre una conclusione definitiva per svariate ragioni: prima fra tutte, non è mai scesa in campo la stessa Inter per questioni legate al turnover, ancor più marcato per mettere in condizione i reduci dal Mondiale e per far adattare i nuovi arrivati più rapidamente al sistema tattico. A questo, in secondo luogo, si aggiunge il fatto che nessuno degli avversari affrontati assomiglia all’altro. Però, un tratto comune si può trovare: Lautaro Martinez e compagni hanno generato una produzione offensiva massiccia, di gran lunga superiore a qualsiasi formazione di Serie A. Un dato confermato anche nel debutto europeo contro il Real Madrid. Per contro, la fase difensiva sembrerebbe, e usiamo appositamente il condizionale, meno curata rispetto agli anni passati. Le due cose non sono per forza collegate, basti vedere il tipo di gol subiti dall’Inter dall’esordio col Monza fino ai tre incassati dall’Udinese. Gol che, per esempio, non sono stati causati da transizioni negative eseguite male. Inopportuno, quindi, parlare di poco equilibrio. Ma, di certo, non aiuta seguire l’analisi di Cristian Chivu per capire il motivo per cui Pepo Martinez ha dovuto raccogliere il pallone dalla sua porta per otto volte in cinque partite.
"Se analizzo i dettagli dei gol presi nelle ultime tre partite, sei sono errori individuali Quello possiamo correggerlo, alzando il livello di attenzione e responsabilità. A noi piace attaccare, portiamo tanti uomini in avanti e qualche rischio ce lo prendiamo. Non abbiamo preso gol su transizioni. Oggi (lunedì sera, ndr), abbiamo subito gol sugli sviluppi di una palla inattiva per colpa di una disattenzione. L’altro è stato un errore individuale su una seconda palla. Il terzo gol non lo conto perché eravamo spenti", aveva spiegato il tecnico romeno dopo Monday Night Match di San Siro, Liquidando quello che è un difetto evidente della sua squadra. Difetto perfettamente mascherato da ciò che succede nell’altra metà campo, dove la varietà di soluzioni è persino imbarazzante, se confrontata con le altre iscritte al campionato. Segnano praticamente tutti e in modi diversi, una costante ormai da qualche anno a questa parte per l’Inter. Che non avrà dribblatori alla Yamal ma ha i triangolatori in tutti i reparti che le permettono di creare occasioni a profusione praticamente da ogni zona del campo. In particolar modo, se riesce a militarizzare gli ultimi 50 metri, l’Inter controlla a suo piacimento il ritmo con l’attacco, un ritmo insostenibile a livello nazionale. Non vale lo stesso discorso in campo europeo: al Bernabeu l’illusione di avere il dominio sul terzo finale è diventato un boomerang contro i contropiedisti di José Mourinho. Certo, in riferimento a quella partita, tutto era partito da due sbagli individuali da matita blu. Errori che, però, non vanno decontestualizzati: dire 'abbiamo preso gol perché ha sbagliato tizio o caio' non aiuta la comprensione. Semmai, quegli errori devono essere l’occasione per ricostruire la circostanza in cui sono stati incassati. E qui arriva il punto: l’Inter, almeno per quanto visto fino a qui, non sa gestire la palla con un baricentro basso. Il fatto di aver rinunciato agli unici marcatori in rosa, poi, sta facendo il resto. Il test con la Roma cade a fagiolo per capire se alcune situazioni saranno ricorrenti, in un senso o nell’altro.
Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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