La sconfitta all’esordio in Champions League contro il Real Madrid ha inevitabilmente riacceso il dibattito sulle possibilità europee dell’Inter di Cristian Chivu. Una domanda, in particolare, torna a circolare: questa squadra è davvero attrezzata per competere fino in fondo anche in Europa?
La risposta, forse, va cercata proprio nella notte di Madrid. Al netto degli errori che hanno spianato la strada ai due gol del Real e delle super parate di Courtois, la partita del Bernabéu ha mostrato soprattutto una cosa: l’Inter non ha intenzione di cambiare il proprio modo di giocare.
E forse non potrebbe essere altrimenti. Perché l’Inter è questa. Ha una propria identità, un modo preciso di stare in campo, di costruire e di attaccare. Quando gli interpreti sono in forma e la giornata è quella giusta, questo calcio può diventare spettacolare. L’obiettivo è essere dominanti su ogni campo, mantenere il possesso, costruire dal basso, attaccare attraverso gli esterni e sfruttare gli inserimenti delle mezzali.
E poi ci sono i dettagli che hanno contribuito a rendere riconoscibile questa squadra: i braccetti della difesa che arrivano fino all’area avversaria, gli attaccanti che si abbassano, che si scambiano di posizione, che si allargano per non dare punti di riferimento. Un calcio che negli ultimi anni abbiamo imparato a chiamare prima Inzaghiball e oggi Chivuismo.
Ma con un principio rimasto intatto: questa Inter deve rischiare. La costruzione dal basso non è un optional, non è un vezzo tattico. È parte integrante della sua identità. E proprio per questo, inevitabilmente, qualche volta può costare caro. Madrid lo ha dimostrato. Ma rinunciare a quella filosofia per paura dell’errore significherebbe snaturare una squadra che ha costruito proprio sulla propria identità gran parte dei suoi successi.
Il punto, allora, non è chiedersi cosa debba cambiare per rendere l’Inter perfetta. Piuttosto, bisogna capire quale possa essere l’arma in più per fare un ulteriore salto di qualità soprattutto in Europa.
Ed è qui che torna il tema del giocatore di fantasia negli ultimi metri. Avere un calciatore capace di inventare una giocata dal nulla, saltare l’uomo, trovare una soluzione imprevedibile o decidere una partita con una giocata individuale non significherebbe necessariamente stravolgere il 3-5-2 o rinunciare all’identità costruita negli anni. Al contrario, potrebbe rappresentare semplicemente un’arma aggiuntiva.
Perché in Europa, soprattutto contro squadre come il Real Madrid, non sempre basta giocare bene. Non sempre basta dominare il possesso, costruire con qualità e arrivare con tanti uomini negli ultimi trenta metri. Ci sono partite che possono essere decise da un episodio, da un colpo di genio, da una giocata individuale capace di spezzare un equilibrio.
Ed è proprio quel tipo di talento che all’Inter, da tempo, sembra mancare Per anni il tema è stato quasi accantonato anche per una questione di sistema. Ausilio, in passato, aveva sottolineato come nel 3-5-2 una figura del genere fosse difficile da collocare. Oggi l’era Ausilio è finita e con Baccin potrebbe cambiare anche la musica.
Non significa che l’Inter debba rinnegare ciò che è stata. Significa, semmai, provare ad aggiungere qualcosa a un progetto che ha già una propria fisionomia. Perché questa Inter non ha bisogno di diventare un’altra squadra. Ha bisogno di essere ancora più Inter.
Con la stessa voglia di dominare, lo stesso coraggio nella costruzione, gli stessi movimenti che l’hanno resa riconoscibile. Ma magari con quel giocatore capace, quando la partita lo richiede, di inventare ciò che il sistema da solo non può sempre produrre.
Madrid non ha detto che l’Inter non è all’altezza dell’Europa Ha detto che, per vincere certe partite, forse serve ancora qualcosa in più.
Raffaele Caruso / Twitter: @raffaelecaru
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