Italia-Belgio 0-2, Turchia-Italia 1-4. Sembrano passati mesi, forse anni. E invece sono trascorsi soltanto pochi giorni. Un intervallo brevissimo, eppure sufficiente a cambiare il clima attorno alla Nazionale, le valutazioni sulla squadra e, soprattutto, il racconto che si fa del calcio italiano. Perché sì, è cambiato molto.

Non soltanto il risultato, ma anche la prestazione degli Azzurri, finalmente capaci di esprimere un calcio piacevole, propositivo, convincente. Una Nazionale che torna a divertire, a segnare, a trasmettere sensazioni positive. E che, almeno per una sera, sembra aver ritrovato quella leggerezza che troppo spesso era mancata.

Ma c'è un altro aspetto che merita una riflessione, forse ancora più interessante del risultato stesso: la narrazione che accompagna le vittorie e le sconfitte. Perché in Italia, quando si parla di calcio, sembra che l'unità nazionale sia un concetto ancora difficile da mettere in pratica. Siamo pronti a dividerci su tutto, anche quando a scendere in campo è la squadra che dovrebbe rappresentare tutti.

Dopo la sconfitta contro il Belgio, il dibattito si era concentrato anche sul cosiddetto blocco Inter, sulle convocazioni, sul peso dei nerazzurri nella Nazionale e sulle responsabilità dei singoli. Come se la provenienza dei calciatori fosse un elemento sufficiente per spiegare le difficoltà dell'Italia. Come se una maglia di club potesse diventare, per magia, una colpa da attribuire a un giocatore. Poi arriva la Turchia. E il tabellino racconta un'altra storia: gol di Bastoni, gol di Frattesi, di proprietà dell'Inter, gol di Kayode su assist di Pio Esposito, gol dello stesso Pio Esposito.

E allora, improvvisamente, del blocco Inter non importa più niente a nessuno. O quasi. Il tema scompare, perde centralità, non sembra più così interessante. Perché quando le cose vanno male si cercano divisioni, appartenenze e responsabilità da isolare; quando vanno bene, invece, si preferisce parlare di calcio. Ed è proprio qui che sta il punto. Il blocco Inter era una sciocchezza prima e rimane una sciocchezza oggi. Non perché i calciatori nerazzurri non possano essere criticati, né perché debbano essere esentati da qualsiasi responsabilità. Semplicemente perché il valore di una Nazionale non si misura contando le maglie dei club rappresentati, ma valutando il gioco, le scelte tecniche, l'equilibrio della squadra e il contributo di ogni singolo calciatore.

Bastoni non diventa più o meno italiano in base al risultato. Frattesi non cambia valore a seconda del colore della maglia che indossa in campionato. E Pio Esposito non è soltanto un giovane attaccante da celebrare quando segna: è un calciatore che, come tutti gli altri, deve essere giudicato per quello che fa in campo. Il problema, dunque, non è il blocco Inter. Il problema è la necessità, tutta italiana, di trovare sempre una contrapposizione, un'etichetta, un capro espiatorio. Un modo di raccontare il calcio che spesso finisce per mettere in secondo piano la cosa più importante: la Nazionale è una squadra, non una somma di rivalità tra tifoserie. Una vittoria non cancella tutti i problemi, così come una sconfitta non certifica l'inadeguatezza di un intero gruppo di giocatori. Servono continuità, analisi e capacità di distinguere una prestazione da un processo sommario.

Perché il calcio italiano ha bisogno di ritrovare entusiasmo, qualità e risultati, ma anche di una cultura sportiva meno condizionata dalle appartenenze. Sostenere la Nazionale non significa rinunciare al proprio tifo per un club. Significa, almeno per novanta minuti, riconoscere che quella maglia azzurra viene prima delle rivalità.

Sezione: Copertina / Data: Mar 29 settembre 2026 alle 15:34
Raffaele Caruso / Twitter: @raffaelecaru
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Raffaele Caruso
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Giornalista pubblicista e social media. L'Inter è la mia passione, ma anche il mio lavoro. Scrivo e mi occupo dei social, dal lunedì al venerdì su YouTube e nel Salotto di FcInterNews.