Sul proprio sito ufficiale, l'Inter propone l'intervento integrale del presidente dell'Inter Beppe Marotta al termine della cerimonia funebre per Sandro Mazzola. Questo il testo: "Cari Ilaria, Valentina, Alessandro e Paolo: mi rivolgo a voi, nel ringraziarvi per avermi permesso in questa occasione di poter ricordare il vostro amato papà. Mi emoziona molto essere qui con tutti voi e con tutti coloro che non hanno potuto prendere parte alla cerimonia: siamo tantissimi, a testimoniare l’affetto che tutti noi abbiamo sempre avuto per Sandro e la sua famiglia. Sandro Mazzola è entrato in questa casa nerazzurra da ragazzo e ha scelto di restarci per sempre, e in questa scelta c'è una vita intera. Diciassette stagioni, una sola maglia, in un calcio che già allora offriva mille strade. E lo fece perché aveva capito una cosa oggi quasi rara: l'appartenenza non è una catena, ma una forma di libertà. Una scelta che non finì con l'ultima partita quando appese gli scarpini al chiodo, perché Sandro non lasciò mai l'Inter. Restò, come dirigente, a servire questi colori con lo stesso spirito con cui li aveva difesi in campo. Aveva sei anni quando Superga gli portò via il padre, Valentino, capitano del Grande Torino, un nome pesante come una montagna. Sandro lo portò con sé con fierezza, senza farne mai un alibi, e trasformò quel peso e quella perdita in una promessa. Non cercò di essere l'ombra di suo padre, ma di essere degno di lui, e ci riuscì nel modo più bello: diventando se stesso".

La forza della sua Inter era il legame con Angelo Moratti

Quando il Presidente Angelo Moratti gli consegnò il primo stipendio da calciatore, Sandro lo portò a mamma Emilia. Lei guardò quella cifra e non ci credette: «Sono tanti soldi, si sono sbagliati». Sandro era cresciuto così, dando alle cose il peso dei sacrifici, e forse per questo non ha mai smesso di sentire il calcio come un dono. Con la maglia nerazzurra scrisse pagine indelebili: fu protagonista della Grande Inter di Helenio Herrera e del Presidente Angelo Moratti. Conquistò quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nella finale di Vienna del 1964 firmò una doppietta contro il Real Madrid, e l'Inter salì sul tetto d'Europa. Quella squadra non vinceva soltanto: cambiava la storia del calcio, e lui ne era il volto e il talento. Ma la forza più vera di quell'Inter non stava solo nei trofei, stava nel legame che il Presidente Angelo Moratti aveva saputo creare: prima ancora di essere campioni, erano una famiglia, uomini uniti da qualcosa di più grande di ciascuno di loro. Sandro lo sapeva. Non giocava per sé, ma per i compagni, per quella maglia, per quella casa. Nella sua Inter il noi veniva sempre prima dell'io, e vincere significava, prima di tutto, essere squadra. Eppure Sandro non si lasciava racchiudere in numeri e ruoli. Era nove senza essere centravanti, otto senza essere centrocampista: ai ruoli preferiva il talento, agli schemi la fantasia. Non aveva il fisico del fuoriclasse né la postura: come è stato scritto in questi giorni, era un prodigio che la logica non sa spiegare. Un mingherlino che ci faceva sentire campioni. E accanto al fuoriclasse c'era l'uomo, tenace e dignitoso, capace di battersi per i compagni e di non abbassare mai lo sguardo.

Il ricordo della seconda stella

Fu un rivale leale. Aveva vent'anni quando, il 24 febbraio 1963, giocò il suo primo derby contro il Milan: segnò dopo tredici secondi. Da allora il derby fu la sua sfida più bella, con un rivale che divenne un amico: penso all'amicizia con Gianni Rivera, che sapeva di sfida e di rispetto. In azzurro vinse l'Europeo del 1968 e fu finalista al Mondiale del 1970: settanta presenze, ventidue gol. E fu soprattutto un uomo umile. Nel 2024, quando l'Inter conquistò la Seconda Stella, Sandro aveva più di ottant'anni e una storia che avrebbe potuto bastargli per sempre. Eppure visse la notte del derby del 22 aprile 2024, quella che diede all'Inter lo Scudetto, da tifoso, come uno di noi e ne parlò al plurale: eravamo stati i primi a portare la Stella a Milano, ed eravamo i primi a conquistare la Seconda. Il giorno dopo disse: «Sento il cuore che batte forte, quella maglia adesso ha ancora più colore». Un uomo che ha vinto tutto e si emozionava ancora come un ragazzo, è questo il segreto della sua grandezza. A maggio tornò sul prato di San Siro, insieme ai suoi compagni della Prima Stella, Gianfranco Bedin, Renato Cappellini e Aristide Guarneri e il popolo nerazzurro lo accolse come si accoglie un pezzo di casa. A novembre festeggiammo insieme i suoi ottantadue anni, con tante vecchie glorie attorno a un tavolo. Fu una giornata semplice, in cui Sandro non era il monumento, ma uno di famiglia. E solo chi ha davvero scritto la storia sa tornare in mezzo alla gente con tanta semplicità. Sandro ci lascia tre eredità che nessuna classifica registra: la lealtà di una sola maglia, il coraggio di trasformare il dolore in forza, l'umiltà di chi non si è mai sentito un monumento. È questo che fa di un campione una bandiera, e Sandro lo è, e lo sarà per sempre. Ed è qui che sento, come Presidente, il peso e la bellezza di un dovere: il mio e quello di tutti i dirigenti di questo Club. Custodire la memoria e trasmetterla. Perché, come scriveva Cicerone, la vita dei morti è riposta nella memoria dei vivi, e un Club non è grande per i trofei che conserva, ma per ciò che riesce a tramandare; un Club è tanto più grande quanto più sa far vivere il proprio passato dentro il proprio futuro.

Finché un ragazzo si ricorderà di lui, Sandro non se ne andrà mai

Per questo, ai ragazzi del nostro settore giovanile non dovremo mai insegnare soltanto a giocare a calcio. Dovremo raccontare loro di uomini come Sandro. Perché la memoria non è polvere da museo: è una lezione che cammina. Da Sandro dovranno imparare l'umiltà di chi non si sente mai arrivato, il rispetto per i compagni e per gli avversari, il sacrificio che precede ogni gioia, la cultura del lavoro, e l'appartenenza a questi colori, che non si indossano soltanto, si portano dentro. I campioni passano, gli esempi restano. E finché un ragazzo, indossando questa maglia, si ricorderà di Sandro, Sandro non se ne sarà mai andato. E i suoi valori vivranno in ognuno di loro, ogni volta che entreranno in campo con questi colori. Alla sua famiglia dico: il vostro dolore è anche il nostro, e il nostro affetto non vi mancherà mai. Perché certi uomini non finiscono, ma restano nelle notti di San Siro, nelle voci dei padri che raccontano ai figli, in ogni ragazzo che indossa questi colori sognando di non lasciarli mai più. Grazie Sandro per averci insegnato tanto e regalato tutto. Per sempre nostra Bandiera. ”

Sezione: Copertina / Data: Lun 21 settembre 2026 alle 16:35 / Fonte: Inter.it
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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Christian Liotta
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Giornalista dal 2011, segue l'Inter come a suo tempo Peppino Prisco servì l'Inter e quando può gira l'Italia per lei. Da anni è la voce (scritta) delle partite della squadra nerazzurra.