“C’era una situazione di grande difficoltà tra me e la società, per cui ho ritenuto opportuno cautelarmi in vista di determinate situazioni e avevo firmato un foglio di carta che mi dava l’opportunità, nel caso in cui non avessi trovato l’accordo con il Messina, di trovare una strada altrove. Non sono furbo, ritengo di avere una buona intelligenza frutto di doti naturali e di una buona cultura, che non rinnego nel modo più assoluto. Ma ritengo di non essere furbo, la furbizia non è il mio forte. Se fossi stato furbo avrei fatto contratti più facoltosi e mi sarei fatto valere sotto l’aspetto economico nel modo che ritengo di meritare. Non ho questa furbizia”. Correvano i primi giorni di luglio del 1985 e questo discorso, nel suo piccolo, fece la storia perlomeno a Messina. A pronunciarlo fu il ‘professore’, al secolo Franco Scoglio da Lipari, al termine di un periodo di grande inquietudine nella città peloritana: circolavano da tempo le voci di un possibile addio di Scoglio al club e di un accordo di massima col Foggia, e a quel punto, anche sotto la spinta della tifoseria organizzata che manifestò pubblicamente il suo sostegno, Scoglio decise di chiarire la sua posizione in conferenza stampa, con quel suo modo di esprimersi che fa parte del patrimonio del calcio.
Sono passati quasi 41 anni da quella giornata, di acqua sotto i ponti ne è passata un’infinità e di vicende nel mondo del calcio altrettanta, eppure certi concetti, certi stilemi tendono a riproporsi anche con una certa frequenza. Ad esempio, possono essere usati benissimo anche in questi oggi; e fa davvero specie dirlo visto che i soggetti in questione sono tra i dirigenti più stimati in Italia da tutti gli addetti ai lavori, quel “se fossi stato furbo mi sarei fatto valere sotto l’aspetto economico” per i più suonerebbe benissimo se pronunciato da Beppe Marotta e/o da Piero Ausilio. Parliamoci chiaro: lo scippo di Marco Palestra da parte del Chelsea ha fatto decisamente male, in Viale della Liberazione. Perché il ragazzo di Buccinasco era davvero l’obiettivo numero uno del club nerazzurro per la sostituzione di Denzel Dumfries, pronto ormai armi e bagagli destinazione Madrid, e la volontà di vederlo indossare il nerazzurro di Milano era totale, al punto che anche la proprietà di Oaktree era ben disposta a vedere il budget indirizzato verso quel nome. Sembrava tutto pronto per il fatidico sì, e invece…
E invece, come nei più drammatici racconti epici, arriva il cavaliere nero. Anzi, il cavaliere blu tendente come non mai al nero: attraversa la Manica e irrompe sul tavolo delle trattative il Chelsea che mette sul tavolo 60 milioni per l’Atalanta e un lauto ingaggio per il giocatore e porta a casa tutto il piatto, lasciando l’Inter col più proverbiale dei pugni di mosche in mano. Una pugnalata al cuore cruenta e atroce, ma guai a dire che si è trattato di un blitz improvviso. Del resto, Guido Angelozzi, che prima di salutare Cagliari ha avuto il grande merito di offrire a Palestra il palcoscenico per rivelarsi definitivamente, ha spiegato molto bene la situazione: “Il Chelsea e il City lo seguivano da un anno, erano sempre allo stadio, a Cagliari e in trasferta. Mi chiamavano in continuazione, volevano sapere tutto. I dati ovviamente già li avevano, ma erano alla ricerca di elementi sul carattere e sulle qualità del ragazzo. Io speravo che andasse all’Inter, cosi rimaneva in Italia. Quando l’ho sentito pochi giorni fa, mi ha detto che stava andando all’Inter”.
Sic stantibus rebus, quindi, la soluzione da trarre non è forse tra quelle che si sono sentite maggiormente in queste ore, perché non si può certo rimproverare l’Atalanta che ha fatto al meglio i suoi interessi o il giocatore che ha deciso, come tanti altri giocatori nel mondo farebbero, di salire sul treno del campionato più ricco e più attrattivo del mondo senza curarsi del fatto che non avrà la vetrina europea, che occupa in campo il posto del capitano Reece James e che finirà in una squadra che sin qui non ha brillato per gestione dei giocatori ma nonostante ciò ha continuato ad accumulare indistintamente capitale umano. No, semplicemente Marotta è stato poco furbo; e non perché avrebbe potuto farsi valere maggiormente sul piano economico ma perché avrebbe dovuto avere il sentore sin da subito di essersi infilato, pur con tutte le buone intenzioni del mondo, in un ginepraio. Perché quello del Chelsea non è stato un affare lampo, ma semplicemente una mossa congelata aspettando il momento opportuno (la chiamata giusta?); e se l’Inter avesse presentato l’offerta l’8 giugno, tanto per fare un esempio, l’8 giugno il Chelsea si sarebbe comunque palesato e si sarebbe preso il giocatore. La volontà c’era, ma le chance a quanto pare erano rasenti lo zero nonostante tutti gli sforzi economici possibili e ipotizzabili.
Logica vorrebbe, e a quanto pare molti interisti lo hanno capito, che in questo discorso di mancati arrivi non rientri quanto accaduto con Nico Paz. Qui poco furbi sono stati coloro che hanno fatto inopportuni strilloni sulla possibilità che il desiderio di Javier Zanetti, peraltro già osteggiato in tempi non sospetti con parole nette (e una certa dose di spocchia) da Cesc Fabregas, si realizzasse. Non considerando il fatto che fino a lunedì la palla per l’eventuale acquisto era in mano ai lariani che, alla fine, spinti dal giocatore stesso, si sono decisi a fare la mossa di rinnovare l’accordo col Real Madrid a cifre ben più alte. Per l’Inter, insomma, non c’è mai stato margine effettivo di trattativa. E nemmeno si può accusare il giocatore di scarsa ambizione, semplicemente Paz sente di trovarsi in un ambiente dove si sente collocato e dove può ancora migliorare e imporsi una volta per tutte in ambito internazionale. Con la gioia del Real Madrid che si è assicurato una nuova recompra, anche perché da qui a farlo passare per un Gigi Riva post-moderno, forse, ce ne passa…
Eppure, è bastato mettere insieme questi due eventi, uniti anche all’acquisto faraonico di Gonçalo Ramos da parte del Milan, per scatenare, a mercato ancora da aprire ufficialmente, la rabbia e lo sconforto di una fetta di tifosi interisti. Per i quali le gioie di maggio ormai non sembrano valere niente, perché ciò che conta è solo ed esclusivamente spendere, non importa come, e se non lo fai giù di strali contro Marotta e Ausilio che non sanno fare il loro mestiere (ohibò), contro la proprietà che non ha interesse e bla bla. Sempre la stessa storia, che si ripete almeno una settimana nera l’anno, quella delle trattative che non vanno a buon fine; una cosa di fronte alla quale il tifo dovrebbe avere ormai maturato una certa, termine tanto di moda quanto fastidioso man mano che lo si sente, resilienza; e invece, alcuni, quelli fin troppo sensibili, non imparano mai.
Ed allora danno campo facile a chi lancia titoloni da psicodramma, servizi televisivi con musiche tristi per non dire funeree (parlare di mercato usando come colonna sonora la struggente ‘Everybody Hurts’ degli R.E.M, francamente va oltre l’esagerazione), o a chi vuole calamitare i visualizzatori facili usando teoremi che ingannano solo chi li sostiene come quello del Fair Play Finanziario come una scusa, che tanto i suoi soldi non entrano nel bilancio o le sentenze pubblicate periodicamente dalla UEFA sono acqua fresca per chi non le vive direttamente: semplicemente, ognuno agisce in scienza e coscienza, sapendo dove può arrivare e quali limiti può sostenere o sfidare in nome del ‘carpe diem’ e del ‘chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza’.
Si dimentica che l’estate scorsa il contesto era simile eppure a maggio l’Inter ha alzato al cielo due trofei; si dimentica che alzare l’asticella non vuole dire spendere ‘ad minchiam’ tanto per citare il professore ma potersi consolidare in ambito nazionale e poter salire qualche gradino in più oltreconfine; si dimentica che c’è anche di fronte l’obiettivo del progressivo rinnovamento di una squadra da fare con elementi di sicura prospettiva e che spendere cifre folli tanto perché esiste un presunto ‘diritto di sognare’ è idea di chi dimentica che lo scudetto del calciomercato sta bene sulla bacheca di esperti veri o presunti, insiders e tutti quelli che si abbeverano alla fonte magica, mentre chi scende in campo sogna di alzare trofei.
Il caso di Nico Paz è emblematico: spendere 60 milioni per un centrocampista sarebbe equivalso a comprare un nuovo, prezioso complemento d’arredo da mettere in una stanza dove però ti guardi intorno e c’è l’intonaco completamente crepato (leggi corsia di destra, dove il mondo non finisce con Palestra). Perché nel ruolo di Paz al momento l’Inter ha perlomeno 10 giocatori, tra i quali quell’Aleksandar Stankovic che in questi roventi giorni ha dato altrettanto bollenti segnali di forte interismo mostrando di volersi giocare le sue carte con la maglia che fu del padre. Quale sarà il suo futuro si vedrà, ma è indubbio che lo spirito da prendere come esempio è quello di questo ragazzo: qualità e forza, con l’Inter nel cuore. Ah, è anche costata la recompra, quindi si presuppone piacerà a chi misura in base al portafoglio.
PS: Volete sapere come finì la storia iniziale? Che Scoglio rimase al Messina e lo portò in Serie B dopo 19 anni di assenza. L’ultima partita di quel campionato si giocò in un semideserto stadio di Foggia, dove ci fu qualche fischio di rancore malcelato dei tifosi foggiani verso l’allenatore. Sibili di poco conto, in un clima di festa… (Il Foggia, per la cronaca, avrebbe reso la pariglia qualche anno dopo con Zdenek Zeman).
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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