Rieccoci. A due settimane dal triplice fischio della stagione 2025/26 è ripartito il periodo più snervante che ogni addetto ai lavori possa vivere, e sì, forse la psicosi raggiunge picchi più elevati che durante un media day alla vigilia di una finale di Champions. E sì, parliamo di quell'odioso, stressante ed estenuante periodo costellato dal calciomercato. Tanto amaro, per chi lavora, quanto divertente per chi lo vive da fuori con la magia di un bambino che aspetta di scartare i regali sotto l'albero la mattina di Natale. Che poi, a volte, siano veri e propri pacchi... è un discorso amaramente a parte. Ma d'altronde, l'attesa non conosce questo genere di delusione. Non fino all'here we go che tanto aspetti non arriva, vedi il caso Lookman, o si spezza sul più bello come nel meno recente caso di Samardzic. Ma nel frattempo è magia pura. Adrenalina, speranza, fantasia... per un po' il tifoso medio torna bambino e lo fa con la più sincera, e anche ormai un po' dimenticata, delle sue qualità: la facoltà di sognare. Cos'è d'altronde il tifoso senza un po' di sana capacità di lasciarsi andare ai sogni? E allora eccoci, puntuali, ad ogni estate a vivere due realtà parallele.

La prima è quella vera: bilanci, parametri UEFA, agenti che parlano troppo, dirigenti che parlano poco e giornalisti turchi che ogni mattina vendono Calhanoglu al Galatasaray con la stessa frequenza con cui sale il prezzo della benzina. Oddio no, forse quella, è ancora un po' più stabile. La seconda, invece, è molto più interessante: il mercato ideale. Quello costruito al bar, su X, nei gruppi WhatsApp e nelle chat alle due di notte dopo aver visto l’ennesimo video highlights di un argentino di 19 anni con sottofondo trap brasiliana (che come concetto è comunque strano, ma suonava bene). Ed è proprio lì che nasce l’Inter perfetta. O quasi. Un'Inter che finalmente decide di salutare, con affetto e gratitudine, il reparto “difensori over esperienza”. Acerbi e Darmian hanno dato tutto, nessuno lo nega. Ma anche i telefoni Nokia a un certo punto hanno smesso di essere il futuro (e difatti poi l'azienda ha pure alzato bandiera bianca su quel fronte). Ecco perché la sensazione generale è che il ciclo sia arrivato alla naturale conclusione. Attenzione però: non significa buttare via tutto. Perché il rinnovo di De Vrij avrebbe perfettamente senso, anche in preda ai deliri onirici. In una squadra che cambia pelle serve ancora qualcuno che sappia difendere senza inseguire gli attaccanti col fiatone dopo trenta metri. L’olandese può tranquillamente diventare il 'senatore utile', quello che magari gioca meno ma non sembra ogni volta impegnato in una maratona di New York. Poi arriva lui: Solet. Il classico acquisto che fa impazzire il tifoso interista moderno. Grosso, cattivo, veloce, tecnica sorprendente, faccia da uno che se entra in tackle ti sparisce il pallone e forse anche - potenzialmente - una tibia. In pratica l’esatto contrario di certi difensori 'esperti' che ormai, quando vedono un attaccante rapido, iniziano direttamente a pregare. L'idea sarebbe chiara, anche a Doraemon: ringiovanire senza diventare una squadra di Primavera imbucata in Champions League. E per farlo servono sacrifici.

Frattesi, per esempio, è uno di quei giocatori che ogni tifoso ama… ma che a malincuore si è rassegnato a salutare perché, come con quella fidanzata bellissima e adorabile diventata però troppo amica e poco fidanzata a 'na certa se dovemo salutà - per dirla alla romana, e chissà che non sia proprio Roma la soluzione perfetta -. Meno esploso in tal senso l'amore con il buon Kristijan Asllani che nell'ideale interista sembra rimasto intrappolato nel peggior ruolo possibile: l’erede designato (incompiuto) di Calhanoglu. Un po’ come essere il nuovo Modric, il nuovo Pirlo o il nuovo cantante dei Queen. Teoricamente bellissimo, praticamente un inferno. Luis Henrique e Pavard? Qui entra in gioco il tema preferito dei dirigenti: la sostenibilità. Tradotto dal marottese: 'Ci servono soldi'. E poi c’è Bisseck. Ah, Yann Bisseck. Ogni volta che tocca palla metà tifoseria vede il nuovo Van Dijk, l’altra metà teme una giocata che potrebbe causare se non un blackout nel quartiere, di sicuro nei picemaker di molti. Ma il potenziale è enorme. Talmente enorme che se davvero il Bayern Monaco bussasse con una valigia piena di milioni, a Milano farebbero fatica a fingere indifferenza. Stesso discorso per Diouf, il classico giocatore che oggi definiremmo 'jolly', mentre vent’anni fa si sarebbe chiamato semplicemente "uno che corre dappertutto", che però il suo da dire ce l'ha. Il tema più delicato, però, resta Calhanoglu. Ogni giorno dalla Turchia arriva una nuova indiscrezione. Ormai manca solo il comunicato "Hakan avvistato mentre compra Lokum vicino allo stadio del Galatasaray". La sensazione è che qualcosa ci sia davvero. Ma l'Inter non può permettersi di svendere il cervello della squadra e se parte, deve farlo per un’offerta seria. Non per due strette di mano, un baklava e una promessa d’amicizia eterna. Perché senza Calhanoglu cambierebbe tutto. E qui entra in scena il sogno proibito: Nico Paz.

Il nome che fa partire immediatamente i paragoni irresponsabili, i video su YouTube in 4K e le frasi tipo "questo tra due anni vale 100 milioni". Il talento argentino rappresenterebbe esattamente ciò che manca all’Inter: fantasia, uno contro uno, calcio verticale, imprevedibilità. In pratica un giocatore che, quando riceve palla tra le linee, non pensa automaticamente a scaricare all’indietro sul braccetto. E allora ecco l’idea da fantacalcio manageriale avanzato. Chissà se... pure per Marotta. Ma tanto che ce ne importa? Visto che di onirico si parla, nel mercato ideale dalle parti della Milano che sogna, in Viale della Liberazione si potrebbe persino ipotizzare il seguente piano: il Real Madrid vuole Dumfries subito, prima del Mondiale, ma pagando il prezzo della clausola, ovvero 20 milioni. Perfetto. L’Inter aprirebbe alla cessione, provando il colpo diplomatico: voi riprendete Nico Paz dal Como tramite recompra a 23 milioni e poi ne parliamo da persone civili. Una trattativa talmente complessa da sembrare inventata da un tifoso insonne alle 3:17. E proprio per questo incredibilmente affascinante. Così tanto da farcelo sperare davvero. Il risultato finale sarebbe un centrocampo quasi poetico. Senza quasi. Perché se di sogni parliamo, tanto vale farlo in grande e ad un centrocampo con il diez oggi di Fabregas si aggiungerebbe il gioiellino di casa appena tornato: Ale Stankovic. Che Chivu, da buono zio quale è, non farà cedere mai e trattiene costi quel che costi in quella stessa Appiano dove anni fa c'era, a fianco a lui, il padre. Anyway, romanticismo a parte, centrocampo poetico non per dire e quindi Nico Paz e Stankovic in mezzo, Barella e Zielinski mezzali, Sucic come riserva intelligente di tutti, Mkhitaryan eventualmente nel ruolo di saggio maestro zen che entra venti minuti e ti insegna ancora come si gioca a calcio senza sudare apparentemente mai... E Diouf? Ovunque. Letteralmente ovunque. 

Poi c’è Palestra, altro nome di cui il tifoso interista non può più fare a meno. Un po' come all'epoca fu Tonali, ma in fondo è questo il bello del mercato. E non solo quello 'dei trip'. E anche in quello reale, quello senza grossi viaggi utopici, la verità è che non serve che sia tutto realistico. Serve che tutto trovi senso emotivamente. Poter immaginare un’Inter più giovane, più tecnica, più coraggiosa. Un’Inter che smetta di dare l’impressione di essere costruita guardando la carta d’identità al contrario, il prezzo del giocatore, come far quadrare i conti e le strategie sulle scrivanie di Viale della Liberazione o la paura di restare fregati sul più bello: perché il punto non è soltanto vincere, neppure nei braccio di ferro di mercato. E mentre, sognando, ci chiedevamo chi fosse l'eventuale sostituto di Bisseck in caso di addio e come finisse la trattativa col Liverpool per Curtis Jones, le immagini di Ausilio in volo per il Regno Unito svaniscono di colpo quando suona la sveglia e ci riporta alla solita Prima della Gazza che ci dice tutto ma ancora niente. Peccato, ma va bene così. D'altronde alla fine, non è 'l'esito della trattativa' la vera vittoria, ma tornare a giocare, anche nei 'meeting', con coraggio. 

Sezione: Editoriale / Data: Dom 07 giugno 2026 alle 00:00
Egle Patanè / Twitter: @eglevicious23
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Egle Patanè
autore
Simpatizzante Colchonera, alma argentina, sangue catanese e corredo genetico interista. Figlia dell’Etna, ma nipote di Peppino Prisco, parlo e scrivo di Inter dal 10 agosto 1993. Nata lo stesso giorno di capitan Zanetti ma 20 anni dopo, giusto il tempo di non ereditarne calma e saggezza. Vivo nel segno del 23: con la diplomazia di Materazzi