Le squadre cercano giocatori, l'Inter vuole uomini. Campioni nella testa poi nelle gambe. Gente forte in campo, fortissima negli spogliatoi. Che faccia gruppo, lo valorizzi, non pensi al singolare. E' questo l'indirizzo-base della dirigenza nerazzurra. Nelle scelte di mercato. Nella futura composizione di una scuderia già zeppa di uomini-squadra e leader completi. Che all'Inter sono presenti in ogni reparto, persino in panchina. Non è un caso, è un fattore fortemente voluto. Dimarco e Barella, Lautaro e Thuram. Mkhitaryan che rinnova e resta, lo stesso Acerbi che ha dato tanto e ora va. Campioni affermati, di caratura umana. Non solo sportiva.
L'obiettivo è aggiungere giovani di sostanza e in ascesa, già' inquadrati o inquadrabili. La 'mission' nerazzurra è questa. Imprescindibile. E naviga su concetti certi ed essenziali. Che nel tempo producono vittorie e soprattutto stili gestionali. Che nel calcio di ieri e di sempre sono e saranno le basi nella costruzione di progetti altisonanti e duraturi. Lo insegna la Storia del pallone. L'alchemica Nazionale di Bearzot del quadriennio 1978/1982, il Verona anni 80 dei miracoli di Bagnoli, la fenomenale Inter di Mourinho del 2010. Tanti piedi buoni in campo, tutti fuoriclasse nella testa. L'importanza della composizione della scuderia, dunque. Che per l'Inter è priorità.
Qualità maxima in un ambiente che non ammette grandi incertezze. Perché le arti pedatorie sono fondamentali, ma senza mentalità e personalità sono poco o niente. Il top management nerazzurro sta lavorando con idee chiare e strutturali. Niente fronzoli ed esperimenti. Il punto è allestire un esercito di guerrieri. Anche un po' filosofi. Che aumentino l'irresistibilità della truppa. Ragazzi di muscoli e soprattutto di anima. Che magari si ispirino a Marco Aurelio, l'imperatore stoico che predicava successo attraverso il lavoro comunitario e la forza interiore. Combattenti nell'arena e fuori.
La Beneamata del prossimo futuro punta a una rosa completa nei ruoli, dentro un ingranaggio unico e a trazione unidirezionale. In questa strategia ecco i nomi di Palestra, Curtis Jones e Solet. Ragazzi giovani e già parecchio adulti. O esperti come il portiere Provedel. Idee chiare e maturità di fondo: questo il comune denominatore di chi si appresta a sbarcare ad Appiano Gentile. Sono tutti calciatori che valgono il prezzo del loro ingaggio, la proiezione di un futuro non azzardato. Forse per questo costano tanto, ma osservandone le caratteristiche nemmeno troppo. Del resto Beppe Marotta, Piero Ausilio e il loro staff sono fatti all'antica. E in questo modo di essere e operare sono all'avanguardia. Più moderni di chi si vende (e male) come tale.
I dirigenti del Biscione si rifanno a contenuti che hanno reso immortali club europei e nostrani, quando il made in Italy era prodotto di livello assoluto, non un ibrido incerto. Il board interista pensa, agisce come quei presidenti e direttori sportivi del passato che nella scelta dei giocatori utilizzavano parametri precisi. Inderogabili. Ai piani alti di viale Liberazione piace il giocatore consapevole, che sappia andare oltre le proprie responsabilità. Evidentemente non basta. Lo vogliono anche marmoreo nella personalità. Che abbia propensione quasi oratoriane verso la centralità del gruppo. Del resto all'Inter già non esistono correnti e polemiche, ogni conflitto viene gestito al suo interno.
Non contiamo mezzo caso o mal di pancia negli ultimi anni, e non solo per le vittorie che certo aiutano a rasserenare. A dissipare ogni divergenza. All'Inter i campioni sono attaccati alla maglia, a un ambiente che nel tempo da vincente è diventato anche prestigioso. Un attaccamento che quest'anno ha raggiunto il vertice nelle mezze crisi di un cammino quasi perfetto, deficitario solo in Champions. Il gruppo si è compattato nei momenti di difficoltà, nessuno dei Chivu boys si è tirato indietro. Ne sa qualcosa Lautaro Martinez, innamorato di questi colori quanto la bandiera Javier Zanetti. Ne sanno qualcosa quelli del non lontano passato come Andrea Ranocchia, che di quella squadra era leader aggregante, anche quando partiva dalla panchina. Ne sanno molto giocatori come Barella, ad alto riconoscimento internazionale. Che di mollare la Pinetina non ci pensano e nessuno prova a chiederglielo. E lo comprendono anche gli altri club, disperati complici della sconfitta e della non-costruzione di storie aggreganti.
La ricerca di profili con precise caratteristiche umane e molto distinguibili: ecco il principale e tutt'altro che banale input dello staff interista. Che aspetta come Godot giocatori molto concreti nella gestione della grandi ambizioni, eccellenti manovratori della resilienza collettiva ed individuale. È la condicio sine qua non del mercato nerazzurro. Che sara' quest'anno più oneroso che in passato, ma ancora più allineato a questa linea guida. Che premia chi dal campo già alza lo sguardo sulla maestosità di San Siro. E chi da leader sogna un giorno di poterlo fare.
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