'Loro'. Per una strana coincidenza, lo scorso week-end, a qualche tifoso interista sarà capitato di passare dal buio di una sala cinematografica alle luci della Scala del Calcio che hanno illuminato il Derby d'Italia con in mente questo pronome personale. D'un tratto, per molti è stato facile accorgersi che la dinamica costruita nel film di Paolo Sorrentino e dalle migliaia di nerazzurri che hanno popolato San Siro è la stessa: un mondo da rappresentare senza alcuna indulgenza, in un ritratto metaforico del reale che divide il 'noi' dagli altri.
Se nella pellicola del regista napoletano, già dal primo frame, si specifica che non esistono intenti cronachistici, il prologo della proiezione di Inter-Juventus offerta dalla Curva Nord con la prima coreografia della serie è un viaggio nella finzione di Pinocchio per mettersi sullo stesso piano della nemesi storica. "Tutto è perfettamente chiaro! Ragazzo mio, tu sei esaurito! Sì, e non vi è che una cura: il riposo nel paese dei balocchi!", la citazione del fumetto Disney tratto dal celeberrimo romanzo di Collodi della CN. Un invito canzonatorio della parte più accesa del tifo della Beneamata alla Vecchia Signora che qualche minuto dopo si sublima con l'arrivo del burattino che nella città immaginaria può vantarsi di aver vinto 35 scudetti, 7 finali di Champions League e di non essere mai stato in Serie B. Un oltraggio allo stile Juve con il quale il pubblico del Meazza, rappresentando fedelmente il pensiero di milioni di fan interisti sparsi per il globo, sembra dire: "Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli". Per smascherare la loro vera indole e per continuare, di pari passo, a scolpire nella pietra la propria identità. Ecco il pronome di prima persona che fa nuovamente capolino per distinguersi da 'loro', e che viene urlato a tutto volume verso il cielo di Milano grazie alla strofa di 'C'è solo l'Inter': "E mi torna ancora in mente l'avvocato Prisco, lui diceva che la Serie A è nel nostro DNA, io non rubo il campionato ed in Serie B non son mai stato”. Che diventa il grido liberatorio universale del popolo del cielo e della notte, nel desiderio di catarsi vent'anni dopo Iuliano-Ronaldo, padre di tutti gli episodi della saga infinita tra le due compagini.
Niente di tutto questo, anzi: nel calcio non v'è giustizia neanche nell'anno zero del Var, tecnologia che – come ampiamente previsto – ha finito per alimentare ulteriori polemiche anziché smussarle. Il caso da moviola che infiamma la sfida è infatti quello che Daniele Orsato decide di andare a visionare grazie all'ausilio delle immagini tv, il fallo di Vecino su Mandzukic, che da giallo in presa diretta diventa rosso dopo la review. Decisione che può anche starci, non per il cinema che si è costruito attorno alla ferita sulla gamba del croato, ma che irrimediabilmente - essendo macroepisodio che condiziona l'andamento della gara - deve costituire il metro di giudizio fondante della direzione da lì al 90' e oltre. Peccato che il fischietto di Schio vada in dribbling secco sul secondo caso più eclatante in ordine temporale della serata, l'intervento scomposto di Pjanic ai danni di Rafinha. Scelta 'insensibile' se abbiamo ben interpretato le parole di Buffon dopo l'eliminazione dalla Champions League per via di quel signore inglese con la pattumiera nel cuore. Inconcepibile, infatti, lasciare in 10 contro 11 una squadra che viaggia a -19 dalla regina d'Italia da sei anni per quasi una partita intera quando si ha la possibilità di ristabilire la parità numerica. Bastava applicare il regolamento, neanche la legge della compensazione, perché di dubbi sulla sanzione per il centrocampista bosniaco non ne sono mai esistiti. E nessun protocollo rivisto del Video Assistant Referee potrà eliminare queste topiche, né spiegarci perché il miglior arbitro d'Italia abbia perso la tranquillità quando la comunicazione via auricolare con i colleghi avrebbe dovuto dargli ulteriori sicurezze nella sfida che avrebbe potuto scrivere un futuro diverso al nostro calcio. Almeno questo è quello che 'loro', i responsabili della classe arbitrale, ci hanno sempre fatto credere, nascondendo in maniera frettolosa la personalità dell'uomo che scende in campo con il fischietto, che non c'entra niente con la sensibilità: i direttori di gara attualmente in attività sono stati abituati ad arbitrare utilizzando unicamente i loro occhi, a fidarsi solo di questi. Al massimo a condividere la verità con quelli dei guardalinee o dei giudici di porta. Il confronto con la macchina è, per sua natura, impari e spesso costringe a mettere in discussione la propria centralità o a ridisegnarla. Fatto non da poco per chi, dopo più di vent'anni di carriera deve cambiare forzatamente i processi mentali che precedono e seguono un fischio: non si parla del Var come nemico, ma della presunzione di infallibilità che deriva dal considerarlo un oracolo.
E, allora, cosa ci ha insegnato il Derby d'Italia numero 233 della storia? La morale della favola, quella con il solito finale scontato, l'ha fornita con qualche giorno di ritardo Alessandro Antonello, ad nerazzurro: "Nel mondo del calcio tante cose stanno cambiando. Purtroppo, però, sembra che alcune rimangano sempre le stesse. Noi, comunque, siamo orgogliosi della nostra storia".
Il 'tutto deve cambiare perché tutto resti come prima' gattopardesco attualizzato ai giorni nostri diventa la rivendicazione della vittoria come unica cosa che conta a prescindere dai mezzi con cui la si ottiene, pur di mettere a tacere la voce del mutamento. "Tollero la polemica su cose veritiere, su cose inesistenti no: in quel caso devi stare zitto e dire che devi migliorare", disse Buffon ormai più di un anno fa dopo le polemiche post Juve-Inter e Juve-Napoli. Una filosofia facile da adottare in Italia, quando si flirta con il potere dall'anno della propria fondazione, meno quando si mette piede in Europa: là, senza coerenza alcuna, è più logico appellarsi agli alibi dei perdenti. Come un'Inter qualsiasi.
VIDEO - DISASTRO ORSATO? VENT'ANNI FA LA PARTITA SCANDALO DEL '98
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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