Anno nuovo, vita nuova. La prima sortita casalinga ufficiale dell'Inter formato 2020, contro l'Atalanta, viene introdotta nel pre-gara da una suggestiva scenografia ideata dal team della Media House nerazzurra. Spettacolo di luci a San Siro, ma sabato sera indigesto per i sostenitori locali: 1-1 scialbo, del quale - tutto sommato - ci si può anche accontentare. Il malvisto ex dell'incontro Gian Piero Gasperini torna al Meazza, tutt'altro che in punta di piedi, con l'obiettivo di guastare la festa alla formazione di Antonio Conte. Riuscendoci. La Beneamata si mantiene in equilibrio sul crinale della pareggite: malattia curabile, in attesa di una risposta dal mercato in entrata. Tre pari nelle ultime cinque di campionato: calo giustificato dall'emergenza indisponibili. Ma la Juventus continua ad avere una media Scudetto e la Lazio, nella sua consapevole ingenuità, s'avvicina con prepotenza.
Costruita fedelmente sui princìpi del gioco palla a terra e di un agonismo spietato, l'Atalanta non teme il prato di San Siro - sul quale sta scrivendo le pagine di storia della sua avventura europea - e si presenta al Municipio 7 proponendo le proprie idee di calcio, come sempre fatto negli ultimi anni sia in Italia che a livello internazionale, senza temere un avversario che in ottica classifica ha ottenuto undici punti in più di sé medesima. I meneghini sono costretti a prendere le misure fin da subito con la traboccante aggressività degli orobici: nonostante ciò, l'approccio alla gara è pragmatico. Palo di Lukaku, gol di Lautaro Martinez (splendido aggancio di tacco col mancino, in seguito il tiro ad incrociare effettuato con l'altro piede). Tutto questo in cinque minuti. Poi, man mano, la fiamma nerazzurra si spegne. Le occasioni di raddoppio arrivano, ma svaniscono per colpa di un'imprecisione deleteria e di un egregio salvataggio compiuto sulla linea di porta da parte di Palomino, che neutralizza uno scavetto sotto porta del Toro argentino.
Il pubblico milanese reclama la rete del 2-0, ma questa non arriva e col passare del tempo i bergamaschi salgono di baricentro, oltre che di autostima: sortite offensive minacciose, trame intessute con la giusta pazienza e precisione, conclusioni spesso e volentieri mirate verso lo specchio. Il pericolo più angosciante arriva al 40': flipper clamoroso all'interno dell'area piccola interista, ed è proprio vero che la mano de Dios salva gli argentini, perché quando Lautaro da terra allaccia Toloi a due passi dalla sua porta, il Var non interviene e per gli atalantini è solo calcio d'angolo. Il rigore ci starebbe? Assolutamente no, perché agli albori dell'azione c'è una spinta piuttosto plateale compiuta da Duvan Zapata nei confronti dello stesso rioplatense (che in ogni caso sbaglia a non domare gli impulsi). Nella ripresa gli ospiti escono allo scoperto. L'ingresso di Malinovskyi cambia volto alla Dea: ghirigori in mezzo al campo, concretezza negli ultimi metri. Un palo clamoroso dell'ucraino si rivela il primo spaventoso campanello d'allarme per un'Inter che sembra quasi voler rinunciare ad attaccare. Evidentemente non ne ha. I ragazzi di Gasperini, invece, galoppano. Superano tutti i 185 centimetri d'altezza, hanno un fisico d'acciaio e prediligono il calcio gladiatorio. Le somiglianze con un match di Premier League sono evidenti: combattività estrema, poca badanza al tatticismo, molti uomini in zona palla e spettacolari giocate nello stretto.
Tutto molto bello, ma la palla ce l'hanno soltanto Gomez e compagni. I quali non dominano, ma schiacciano gli avversari nei loro cinquanta metri. E la frittata, se lasciata cuocere, prima o poi viene servita: a un quarto d'ora dalla fine Robin Gosens sigla il pareggio, raccogliendo un pallone vagante in area di rigore e anticipando Candreva. È una rete che ricorda quelle di Gigi Riva: sporche, cercate, e per questo belle anche esteticamente. Un altro giocatore, in quelle circostanze, lascia scorrere il pallone credendo di non poterci arrivare. Il tedesco, invece, no: si tuffa in maniera goffa sulla sfera, rischiando di fare la figura del bislacco, eppure trova l'impatto giusto. Gli avversari, in quella frazione di secondo, restano estasiati (per non dir incantati). Andare oltre l'ostacolo? Sì, si può fare. 1-1, palla al centro. E l'Inter non ne ha. Tant'è che arranca. Politano (il quale, come sembra, ha dato il suo assenso a un trasferimento al Milan) entra in campo per dare la scossa, ma fa il girandolino. La squadra è spompata, mentalmente c'è un calo. Ma se il tuo obiettivo è lo Scudetto, non puoi permetterti distrazioni: il solito Malinovskyi s'intrufola all'interno dei sedici metri, là dove un ingenuo Bastoni l'ostacola irregolarmente. Calcio di rigore. Non limpido, vero, ma fin troppo bene era andata a Lautaro nel primo tempo.
Al Meazza gli spettatori s'immergono in realtà spazio-temporali aliene: saranno due i punti persi, oppure tre? Perché la paura di perderla è tangibile. E più di qualche presente con i capelli bianchi richiama alla memoria l'abituale storiella: 25 maggio 1967, vincevamo 1-0 dopo sette minuti, abbiamo rinunciato ad attaccare ed è andata com'è andata. La regola non scritta del calcio: non puoi accontentarti di un vantaggio risicato. Ma è caratteristica genetica degli interisti quella di estrarre gli artigli quando si è spalle al muro. Ed è così che Samir Handanovic, con la fascia al braccio e soprattutto con i guantoni alle mani, respinge il tiro dal dischetto eseguito da Muriel. Finisce in parità, grazie al portiere che si conquista la fama di Za Ekipo. In sloveno, "per la squadra".
Grazie al suo capitano, l'Inter chiude il girone d'andata a quota 46 punti. Una sconfitta soltanto: quella contro la Juve, che vale 6 punti in ottica classifica. È stato compiuto un miracolo, ma non basta: nel calcio vince chi corre di più, e chi corre meglio. Occorre continuare così, e poi vincere lo scontro diretto a Torino. Questo è il destino, già segnato, dei nerazzurri. Testa bassa e pedalare, con un occhio al mercato.
Autore: Andrea Pontone / Twitter: @_AndreaPontone
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