Lunga chiacchierata per Giampaolo Pazzini nel podcast Centrocampo, con tanti aneddoti riguardanti la sua parentesi nerazzurra e non solo.
La chiamata dell'Inter.
"Una chiamata molto improvvisa. La domenica prima mi ero fatto male alla caviglia, una distorsione. C'era una partita infrasettimanale di Coppa Italia per la quale non ero disponibile però la domenica avrei giocato in campionato. Invece mi sono allenato il venerdì con l'Inter e sono entrato a gara in corso. Una giornata meravigliosa, nessuno poteva pensare a un esordio del genere".
L'uomo dell'esordio.
"Vero, in tutti gli esordi ho fatto bene. In Serie A, in nazionale, all'Inter, al Levante. Non so se per fortuna o bravura, per entusiasmo".
L'impatto con l'Inter.
"L'impatto iniziale è stato capire cosa sono i campioni. Inizialmente ti senti inferiore. L'Inter era fortissima, aveva appena vinto il Mondiale per club, quando entri in spogliatoio capisci perché sono campioni. Io non mi sentivo campione al loro livello, ma stare lì dentro ti porta per forza ad aumentare l'asticella giornaliera dell'allenamento, della domenica, di tante cose. Capisci che hanno vinto tutto perché si allenano così, perché in allenamento vanno a 200 all'ora, l'uno contro uno è la vita. Una squadra fortissima sia tecnicamente che per personalità, spaventosa. Più gente c'era e più si caricava. Più li insultavano e più era meglio. Quello ti coinvolge, entri in quel circolo e vedi le cose diversamente. Poi devi vincere titoli, devi andare. Un'esperienza clamorosa".
"Io sono arrivato con grandissima umiltà, poi certo la prima doppietta mi ha aiutato ad entrare nel gruppo. Mi hanno subito ben voluto, mi sono trovato molto bene. Ma il gap è allenarsi forte: se lo fa chi ha vinto tutti quegli scudetti... Non era facile farsi largo. Però Eto'o era un campione super, Milito, Stankovic, Zanetti, in difesa Materazzi, Samuel, Chivu, Cordoba, Maicon che da terzino era pazzesco. Quando ho raggiunto risultati ero in gruppi strepitosi. Lì poteva anche essere che non facessero cene, ognuno si facesse gli affari suoi, che magari con qualcuno c'era qualche problema, ma tu arrivavi alle 20.30 nel tunnel per cui anche se abbiamo problemi io lotto con te e tu con me. Loro avevano l'obiettivo, a prescindere da chi fosse il compagno c'era un chip nella testa per cui dovevi vincere. Quello ti resta perché lo percepisci, ti entra dentro".
Le difficoltà dal secondo anno all'Inter.
"I primi sei mesi avevano ancora l'onda lunga del Mondiale per club che volevano vincere per chiudere il cerchio del triplete ed eravamo sotto di 13 dal Milan. Leonardo è stato bravissimo a riaccendere la voglia nei campioni. Arriviamo a -2 dal Milan e perdiamo il derby, ma alla fine dell'annata il ciclo penso si fosse esaurito. L'anno dopo è stato complicato, Leo è andato via, sono arrivati quattro allenatori. Era un gruppo complicato, tosto. Lasciarne fuori uno era complicato. L'unico che ci è riuscito è stato Ranieri che ha cercato di racimolare quello che vedeva ancora e ha fatto un buon lavoro perché abbiamo fatto diverse vittorie di fila. Ci siamo riavvicinati al Milan ma vedevi che l'equilibrio era molto sottile. Infatti perdiamo a Lecce, se non sbaglio, col portiere che prende 126 in pagella e lì è finita, è bastata per far crollare quel che Ranieri era riuscito a ricreare".
"Scazzi vari? Se ne vedevano spesso... Magari il giorno prima si menavano, il giorno dopo giocavano e si dicevano che dovevano vincere. A Lecce mi ricordo Sneijder che aveva discusso con Ranieri su una palla per cui poi in tv fecero vedere che ci eravamo risposti male con Sneijder. E Ranieri disse qualcosa a Sneijder che cominciò a rispondere. Se non sbaglio fu sostituito. Ma anche in allenamento succedeva di perdere la partitella, un fallo non fischiato. Marco Materazzi quando non giocava non ti diceva che era pronto quando c'era bisogno. Avevano personalità enormi, però poi quelle personalità le hai in mezzo al campo".
L'anno con Stramaccioni e l'addio all'Inter.
"Stramaccioni mi disse che per lui avrebbe giocato Milito: nessun problema. Giocavi ogni tre giorni, la società aveva fatto altre scelte, voleva puntare su Longo che veniva dalla Youth League, a gennaio avevano preso Rocchi, però ho apprezzato che mi abbia detto com'era la situazione".
Le differenze tra Milan e Inter.
"Due presidenti clamorosi, Moratti e Berlusconi, presidenti veri che tifano e ci mettono i soldi. L'Inter aveva una squadra fortissima, il Milan a livello di organizzazione con Berlusconi e Galliani, Milanello, per immagine, storia, era clamoroso. L'Inter era campione del mondo e il Milan era la più titolata al mondo. Due realtà clamorose. Però era un Milan che era finito, era la stagione dopo che erano andati via tutti i senatori. C'era una rifondazione totale. La squadra era buona ma non per vincere".
Roma-Sampdoria del 2010.
"Un momento che è diventato storia. Ha fatto felice tante persone, anche nell'altra metà di Roma. Una partita che è entrata nella storia perché è anche grazie a quella partita che l'Inter ha vinto il triplete e la Sampdoria è andata in Champions. Io ero diffidato, la settimana prima ho fatto gol al 92'. C'era la cosa di prendere il giallo per saltare Roma, perché poi mancavano tre giornate in cui giocavamo con Livorno, Palermo e a Napoli. La nostra idea era andarci a giocare tutto col Palermo. A Roma si può perdere. Nelle ultime partite ero molto frenato, poi col Milan ho fatto un accenno per togliere la maglia e un compagno me l'ha tenuta giù. Ci sono anche queste dinamiche. Storari ha preso qualsiasi cosa. Doveva andare così... Però è una delle poche volte in cui mi insultano, ma dovrebbero insultare i loro giocatori che hanno perso. Noi eravamo inermi a fine primo tempo, sotto 1-0, non ci capivamo niente. Forse è stata anche la pressione perché noi non abbiamo fatto un'ottima partita, ma eravamo più leggeri perché per noi quella partita come andava andava. Io a Roma ho anche amici da Daniele a Luca, è stata tosta..."
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