Dopo Inter-Brugge 3-4 qualcuno ha finalmente aperto gli occhi. In Italia funziona così: c' bisogno di una sconfitta, meglio se di certe proporzioni, per mettere in discussione il lavoro di un allenatore e della sua squadra, magari incensata fino al giorno prima. In pochi, però, hanno fatto notare che il secondo ko dei nerazzurri in questa edizione della Champions League ha dei punti in comune soprattutto con il primo, arrivato a settembre, al Bernabeu, ma ‘giustificato’ dalla critica perché incassato contro una nobile europea come il Real Madrid. Il fatto di perdere contro i campioni di Belgio, con quelle modalità, invece, ha aperto a un altro tipo di analisi, più veritiera, che distingue il percepito sull’Inter che si legge sui media dalla realtà. 

Da inizio stagione, i più attenti si saranno accorti che la filosofia di Cristian Chivu - un po’ per alcune caratteristiche naturali della rosa, un po’ per la convinzione maturata dall’esperienza per un certo tipo di calcio - è stata portata alle estreme conseguenze. Verticalità e riaggressione sono diventati principi di gioco ancora più accentuati rispetto alla scorsa annata, con il risultato di rendere l’avversario di turno un bersaglio da colpire come se questo fosse fermo, inerme. Un’utopia, visto che ormai anche le squadre più piccole sono evolute e conoscono in anticipo i tuoi punti deboli. Non è un caso che i campioni d’Italia abbiano subito almeno due gol a partita in cinque delle prime otto uscite. Nelle restanti sfide, in cui la bellezza del calcio offensivo ha offuscato la fase difensiva approssimativa, bisogna ugualmente far notare i difetti che emergono in serate solo apparentemente perfette. Il metro di giudizio della Serie A non è lo stesso di quello europeo, d’accordo, ma Inter-Brugge è figlia del recente passato, e infatti ha similitudini anche con quanto successo nelle prime sei giornate di campionato, soprattutto con Roma e Napoli. Scontri diretti vinti ma che potevano avere un epilogo opposto, se alcuni episodi non fossero girati a favore di Lautaro Martinez e compagni. Il discorso è assolutamente applicabile anche alla gara di martedì scorso, dove è proprio sembrato che l’Inter sia scesa in campo lanciando una moneta in aria con l’atteggiamento tattico di chi non sa leggere gli eventi ma, anzi, li subisce otlremodo se non riesce a imporli. Una scommessa pericolosa che, più che a sottovalutare l’antagonista di turno, porta l’Inter a non considerarlo nemmeno. L’Inter fa la sua partita, cercando di dettare la propria legge, senza curarsi delle contromosse di chi gli sta di fronte. Per questo, in meno di due mesi, è diventata la regina delle rimonte in Italia e contemporaneamente la squadra con zero punti in Coppa. Le due cose coesistono perfettamente nella stessa creatura, decisamente imperfetta come mostrano i gol subiti, e più in generale i tiri concessi. Le rughe si vedono di più quando il palcoscenico ha più luci, meno nella penombra di un campionato lontano dai suoi fasti. Per dirla con un vecchio claim pubblicitario che i tifosi interisti più vecchi ricorderanno: la potenza è nulla senza il controllo.  

Sezione: Editoriale / Data: Gio 15 ottobre 2026 alle 00:00
Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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Mattia Zangari
autore
Giornalista pubblicista che, da quando ha cominciato a lavorare per FcInterNews.it, è convinto che chi sa solo di Inter non sa niente di Inter. Per anni voce del calcio giovanile, oggi concentrato sulla prima squadra per ragioni di anzianità.