Lunga, profonda e commovente intervista all'allenatore dell'Inter, lasciatosi andare allo sgorgare di emozioni e mostratosi a tratti inedito nel "film scritto e diretto da Cristian Chivu" di DAZN a cura di Andrea Marinozzi, 'La migliore versione di noi". Chiacchierata durante la quale l'allenatore dei campioni d'Italia si racconta a cuore aperto e a 360 gradi, ripercorrendo varie fasi, tappe, aneddoti, stati d'animo di quello che è stato il lungo e variopinto percorso che ha portato alla conquista del Doblete. Di seguito la trascrizione quasi integrale dell'intervista che riavvolge il nastro del suo primo anno da allenatore della Beneamata.

Le emozioni del primo Scudetto da allenatore... dell'Inter

Avete mostrato la vostra miglior versione?
"Direi di sì, con alti e bassi, perché bisogna accettare anche questo, fa parte del percorso, fa parte del processo, però come status è sempre stata tutti i giorni la nostra versione migliore. Poi la partita è una storia a sé, una storia a parte, dipende anche da mille situazioni nelle quali ti devi adattare, perché l'avversario non propone mai quello che prepari, quindi bisogna accettare che ci sono delle insidie che bisogna saper superare e le superi quando metti in campo la tua miglior versione di ciò che hai in quel giorno specifico, sia da punto di vista mentale che fisico".

Per lei che film è stato?
"Meraviglioso, adesso a giochi fatti. E duro perché mi sono trovato in una situazione con una certa responsabilità con un gruppo di giocatori già formato, con certi valori perché l'hanno dimostrato nei ultimi 5-6 anni. All'inizio ci sono state tante incertezze, perché non sai come funzionano le cose, anche se ho avuto la fortuna di conoscere questo gruppo, di conoscere questi giocatori. Negli anni con la Primavera spesso siamo andati ad Appiano, quindi un'idea di quello che sono loro dal punto di vista umano, personale, me la sono fatta nel passato. Però è stato bello, perché mi hanno messo alla prova di tirare fuori anche da me stesso la migliore versione".

È successo solo 88 anni fa che un giocatore campione d'Italia nerazzurro poi vincesse il campionato anche da allenatore... La cosa che ha fatto più godere il tifoso interista... Che effetto le fa partecipare ancora a questa grande storia?
"È un'emozione particolare che non ho mai perso in tutti questi anni perché il bello dell'Inter è che quando arrivi, e quando arrivai da giocatore era il 2007, inizi a conoscere quello che è la storia, inizia a vivere personalmente quello che è. Vuol dire vivere in questa società, in questa squadra, ti rimane dentro, ti rimane dentro per sempre, perché c'è un modo di fare, un modo di percepire determinate cose che non le togli più dalla tua vita. Ho un grande riconoscimento per quello che è stato il mio passato, a partire dalla Romania, dalle squadre in cui ho giocato... Roma è un pezzo importante nella mia vita, ma l'Inter... non perché sono stati sette anni, ma perché all'Inter è stata la parte più bella della mia carriera. Probabilmente anche per la maturità raggiunta dal punto di vista umano, probabilmente anche perché l'estate in cui sono arrivato a Milano ho conosciuto la mia futura moglie, con quale sto tuttora insieme dopo 19 anni. Ho due figlie nate a Milano, quindi è una cosa speciale per me, una cosa particolare, parlando di quello che è stata la mia stagione, avere questa responsabilità e la possibilità di allenare la squadra che hai dentro il cuore è bello. È bello e stressante perché è una grossa responsabilità, perché non voglio deludere le aspettative, le persone che mi hanno dato questa opportunità, le persone che hanno creduto in me e poi i giocatori, soprattutto loro, perché ,i conoscevano già prima, probabilmente avevano certi dubbi per quanto riguarda quello che sono io dal punto di vista umano, quello che sono io anche dal punto di vista tecnico, però ce l'abbiamo fatta insieme. È un valore immenso, perché sì, avevo vinto da giocatore, ma vincere da allenatore è ancora più bello".

E cosa passava nella sua testa in questo momento qui (al triplice fischio di Inter-Parma, ndr)?
"È finita. Ho respirato per una volta. Sì. È sempre così nel calcio. Vincere una partita è un sospiro di sollievo. Perderla diventa una tragedia, un dramma, perché... Ti vengono in mente cose che hai sbagliato, che avresti potuto fare meglio, quelle che sono state le letture durante la gara, quello che non ha funzionato, quello che magari non sono riuscito a trasmettere".

Vincere è più facile, perché sospiri sollievo, ma nello stesso tempo ti fai anche un paio di domande. Ma quel sorrisino lì al momento, (al termine di Inter-Parma, ndr), che significava?
"Ma direi che avevo speso già tanto nel fare certe esultanze durante la stagione, perché spesso sono andato in campo, spesso mi sono buttato in ginocchia, ho tirato fuori magari un po' di tutto quello che avevo dentro. Questa, sì, era la ciliegina sulla torta su tutto quello che sono state le mie emozioni personali, senza mai perdere di vista quello che è stato il lavoro dei ragazzi, dello staff, della società, il sostegno anche del pubblico, dei tifosi. E sorridevo perché ero felice che era finita. Ed è finita nei migliori modi possibili, quello che credo un allenatore sogna, una persona sogna quando gli è data una carica con una grossa responsabilità. Ero felice per la mia famiglia, che anche per loro era finita, perché l'hanno vissuta probabilmente con più tensione rispetto a quelle che sono state le mie sensazioni in questa stagione. Ed è finita anche per i ragazzi, che veramente ce l'hanno messa tutta".

Capitolo comunicazione e metodologia 

La comunicazione esterna, quella con noi giornalisti, è stata la parte che le è piaciuta meno del suo lavoro?
"Non sono mai stato un amante di fare interviste, anche perché spesso si cercano i titoli e per me ci sono cose che valgono più di un titolo, sono cose più profonde, più valori da trasmettere, da insegnare a tutti quelli che ci seguono perché c'è una mancanza, soprattutto in questo periodo, di certi valori che rappresentano lo sport, perché alla fine si tratta di uno sport e il calcio è la cosa più bella. C'è tanta passione, c'è tanto tifo, ci sono tante cose che secondo me potrebbero essere fatte in maniera migliore per trasmettere qualcosa. Ma purtroppo viviamo in un mondo dove i social hanno fatto un salto di qualità dal punto di vista comunicativo, dal punto di vista mediatico e nell'impatto mediatico che c'è in questo mondo spesso si trasmettono dei valori che secondo me non hanno a che fare con quello che è la vita. Quello che dovrebbe essere, senza perdere i valori, i principi, quelle che sono le cose giuste che fanno crescere comunque generazioni importanti nel mondo".

Se la sente di dare un consiglio a noi giornalisti e magari anche ai suoi colleghi per migliorare un po' l'economia?
"No, no. Voi fate la vostra parte ed è giusto così perché comunque c'è una deontologia dal punto di vista giornalistico e di quello che è la vostra responsabilità. Quello che magari altre persone che hanno accesso a questo mondo social, che hanno migliaia di followers, hanno migliaia di persone che li guardano, probabilmente dovrebbero imparare un po' di più è mantenere comunque un livello... Trasmettere qualcosa che non sia solo odio, episodi a sfavore, critiche e così via. È un bel lavoro da fare, ma si parla un po' poco di quello che è il calcio. Si parla più di episodi, di polemiche ed è giusto che sia così perché lo è sempre stato, ma bisogna che finiscano dieci minuti dopo e si veda anche la parte del bicchiere mezzo pieno, di quello che è il lavoro, il percorso e le cose che questo sport meraviglioso ti dà".

Lei aveva la percezione che il gruppo che l'anno scorso avevaperso finale di Champions e scudetto fosse finito? E l'ha cambiato una volta che ha incontrato i suoi ragazzi? E si era preparato un discorso il primo giorno che ha entrato nello spogliatoio?
"Ogni volta che ho preparato qualcosa è finita male. Mi sono perso delle cose, mi sono perso probabilmente i messaggi che avrei voluto trasmettere. No, non sono il tipo, vado a pelle, vado a sensazioni. Sì, ho un'idea di quello che voglio trasmettere e poi inizio a svilupparla senza andare oltre, senza parlare troppo, perché sono stato anche dall'altra parte. So quando un attore inizia a raccontare cose che dopo un po' si perdono, cioè il livello di attenzione dall'altra parte diventa sempre meno. Io non ho mai avuto la sensazione che questo gruppo era finito, anche perché ho sempre apprezzato quello che è stato il percorso dell'anno scorso, il coraggio che hanno avuto di provare fino in fondo a essere competitivi e a cercare di vincere tutti quei trofei che erano in palio. Poi a volte ci riesci, a volte meno. Ho sempre detto dall'inizio che non deve diventare un'ossessione, perché le ossessioni creano aspettative e le aspettative possono creare delusioni. Nell'Inter non esistono regole, ma esistono standard. Gli standard devono essere sempre alti: nel comportamento, nell'essere la migliore versione di quello che siamo noi tutti i giorni, quotidianamente, di aver la premurosità per quanto riguarda i compagni che abbiamo di fianco. Perché sono cose, piccoli dettagli, che possono fare la differenza. L'idea generale era togliere l'ego, togliere l'io e pensare più a noi e pensare che se si vuole essere competitivi bisogna rinunciare un po' a quello che è l'egoismo, pensare più al gruppo, pensare meno a quello che sono io per mettere a disposizione del gruppo tutto quello che ho. Non è stato semplice perché ti trovi a una settimana da una grande delusione, perché perdere una finale del genere, arrivare e trasmettere qualcosa è duro perché le parole le porta via il vento soprattutto in quella situazione e in quel momento. Io ho spesso detto che avrei cercato di dare tutto quello che ho, quelle che sono le mie competenze, la mia esperienza nel vissuto da giocatore e da allenatore anche per cercare di trasmettere qualcosa. Gli ho detto che gli avrei detto sempre la verità, perché ci tengo molto a dire le cose come ci sono. Credo che questo l'ho detto il primo giorno. Ho detto di aver bisogno di giocatori che hanno voglia di essere allenati, che hanno voglia di essere allenabili, che si mettono a disposizione di tutte quelle che sono le nostre idee, le mie idee, senza perdere di vista quello che di buono è stato fatto nei anni precedenti.

Quanto è cambiata la comunicazione? Adesso si deve essere molto più psicologo anche nel calcio, secondo lei?
"È una generazione differente, i sei anni nel settore giovanile a me sono serviti a capire che le cose che funzionavano con noi, con me, i vari discorsi motivazionali oggi non funzionano più e bisogna adattarsi a quello che sono loro, bisogna adattarsi a quello che è il mondo che viviamo perché va tutto a una velocità immensa e bisogna avere una certa sensibilità nel capire come ti devi approcciare a loro sia come gruppo ma soprattutto dal punto di vista individuale. Nei sei anni che ho fatto nel settore giovanile ho imparato questo".

Anche con Esposito?
"Con lui, anche. Ho imparato prima a parlare, a parlare dal punto di vista calcistico, delle terminologie, cose che servono quando ti presenti..."

Ma l'hai aiutata qualcuno?
"No, ho fatto tutto da solo, ci ho messo sei anni".

Però ascoltandole dopo la stagione fatta è un obiettivo raggiunto?
"No, io non mi accontento mai di quello che sono diventato, sono aperto a tutto. Ho questa disponibilità di non accontentarmi mai di quello che sono, consapevole del fatto che l'orizzonte è ancora più largo e io ho tante cose da imparare. Quello che ho imparato a fare è uscire dalla mia zona di comfort e non accettare mai e non credere mai che una cosa è quella giusta e si deve fare. Mi sono sempre messo alla prova anche andando contro quelli che erano i miei pensieri o quella che era la realtà di una situazione che avrebbe potuto creare dei problemi se non rispettavo determinati codici e determinate cose che il mondo del calcio ti trasmette. Ho detto no, vaffa..., faccio al modo mio, provo ad avere coraggio, provo a cambiare qualcosa perché ci vuole sempre qualcosa di nuovo che crea stimoli, che toglie l'abitudine, che toglie la routine quotidiana e le scelte che ho fatto a non fare i ritiri o dare i giorni liberi prima di una partita sono state fatte in base a quello che era la mia pancia. Volevo anche io uscire da quelle che sono le solite cose che il mondo del calcio abbraccia sempre spesso e volentieri nei luoghi comuni. Bisogna uscirne e cercare. Alla fine quando vinci è tutto più semplice perché tutte le scelte che hai fatto durante la stagione ti danno ragione. Ma non sono state semplici. Dal primo giorno che ho deciso di togliere il ritiro pre-gara, soprattutto per le partite in casa, ho visto da parte di alcuni giocatori un po' di diffidenza. 'Perché non lo dobbiamo fare? Serve per la concentrazione alla gara...'. Invece, qualche mese dopo, dove si giocava a un orario comunque anticipato, ho chiesto a loro se volevano fare il ritiro e mi hanno risposto tutti di no. Quindi è una cosa che all'inizio è stata un po' presa con qualche dubbio, invece poi è diventata abitudine. Quando diventa abitudine vuol dire che sei entrato dentro, che hai fatto capire che i luoghi comuni sono importanti, le scaramanzie, le abitudini sono cose che uno sportivo ha, ma a volte bisogna superarle, evolversi e cercare cose nuove che ti danno stimoli e qualcosa che ti riempie d'orgoglio quando i giochi sono fatti".

A proposito di riposo, pensa che possa essere anche una metodologia di allenamento per alleggerire un po' la mente in alcuni periodi della stagione?
"Quella senza dubbio, perché tu da allenatore cerchi sempre di portare alla squadra al completo con tutte le soluzioni, con tutto quello che è la preparazione a una partita e a volte togliendo determinate cose come l'allenamento, la rifinitura pre-gara, il giorno prima alla partita o far saltare un ritiro dove tutti pensano che si sta insieme per creare gruppo e armonia, la testa inizia già a pensare e a visualizzare quelle che sono la partita nel giorno successivo. La generazione è cambiata. Hanno una capacità di adattarsi veramente a quello che è la partita in dieci minuti in spogliatoio".

Ma lei è mai riuscito a riposarsi durante la stagione?
"No, io no, però è stato bello. Credevo che dormire 5-6 ore bastasse. Il problema è quando entri in quel giro di partite giocate ogni tre giorni. Lì è dura, perché non capisci proprio. Finita una partita, parlando di sospiro e sollievo perché è finita, na non hai tempo di pensare a niente perché sai che tra tre giorni, tra 72 ore giochi di nuovo, hai due giorni a disposizione per preparare un'altra. Non è semplice, però è bello perché ti tiene vivo. Fare lo switch da una partita all'altra non è mai semplice, gestire una sconfitta è ancora più dura perché nel bene e nel male quello che conta è sempre la prossima".

A cuore aperto e senza mezzi termini su Alessandro Bastoni

Ci racconta che chiave ha utilizzato con Bastoni in un momento più difficile?
La chiave che ho utilizzato in un momento più difficile? Prima di tutto l'ho difeso, ecco. Per me la cosa più importante era quello. Per tutto quello che vedevo, sentivo e soprattutto dopo la partita. Io mi prendo quel tempo di mezz'ora prima di arrivare da voi a fare un'intervista dove un po' mi pulisco le mie idee e inizio a capire quello che voglio trasmettere. Quella lì era una serata particolare, per quello che avevo detto io il giorno prima in conferenza stampa, per quello che era accaduto... perché mi era capitata la situazione peggiore che un allenatore poteva affrontare, soprattutto dopo quelle che erano le mie parole prima, ma non perché lui aveva bisogno di essere difeso ma perché quello che si era generato a livello mediatico. Le trasmissioni sportive post-gara andavano subito in una direzione che a me non stava bene perché attaccavano un giocatore. Erano partiti da una simulazione, che era una simulazione, e poi sono arrivati a tirar fuori anche l'esultanza. Bisogna capire due cose. Per quanto riguarda la simulazione, lui non aveva colpe. È colpa di un protocollo VAR che non poteva intervenire. Poi la mano, io continuo a dirlo, Kalulu, verso Ale, la allunga: il tocco è leggerissimo, e questo l'avevo detto anche prima, e dovevo andare a dire quello che vedevo. Quello che a me non piaceva è che nessuno, ed erano tanti ex colleghi, ex giocatori, riusciva a mettere in mezzo le emozioni di una partita, quello che vuol dire giocare un Inter-Juve in quelle condizioni, quello che è il lato emotivo portato a livelli altissimi e in cui ogni cosa, ogni piccolo dettaglio, secondo me fa la differenza. E lì era un po' arrabbiato perché si andava in una direzione dove il mio giocatore era messo in piazza dove tiravano dei sassi, una cosa che è successo anche mesi dopo e ha continuato e continua tuttora. Ale è un ragazzo intelligente, forse uno dei ragazzi più intelligenti che io ho incontrato nella mia vita in questo mondo del calcio, perché ha una sensibilità a parte, ha un'intelligenza a parte che rispecchia quello che è lui come persona, come uomo. Però il campo è tutta un'altra cosa e lui aveva capito che era l'importanza di quella partita, quello che rappresenta a lui per il mondo Inter. Poi ha dovuto subire una gogna mediatica senza precedenti perché, lo devo dire: io non ho mai visto una cosa del genere. Non è stato semplice da gestire. Quello che ho scelto io è schierarmi dalla parte del giocatore, dalla parte della mia squadra, dalla parte di quello che rappresento. Avevo capito che determinate cose, certi valori che voglio trasmettere in questo mondo è meglio che li lascio perdere, è meglio che inizi a pensare a quello che voglio dai miei giocatori e quelli che sono i nostri obiettivi perché a un certo punto devi accettare il fatto che è un mondo speciale e ti devi adattare perché se no ti mangiano i lupi. Ma quello che non volevo perdere era la credibilità e la stima dei miei giocatori, perché in fondo quello che conta sono loro, non è quello che si dice intorno, ma sono quelli con cui io lavoro, quelli che mi guardano, mi ascoltano e cercano di darmi quello che io chiedo. Il messaggio ricevuto da Ale Bastoni, la mattina dopo, per me vale più di ogni cosa nel mondo, non lo posso raccontare. Io ho cercato sempre di confortarlo un po', ho cercato di dargli fiducia e di fargli capire che quello che conta è la stima dei compagni, è la stima del mondo in cui lui si trova, con cui lavora, perché in fondo la cosa più importante è quella. Nascondere determinate cose non è semplice. Lui ha cercato di nasconderle e io avevo capito perché noi avevamo capito come staff che era un momento non facile. Poi, sai, un episodio negativo non viene mai da solo. Arriva una valanga di cose che ti succedono, di tutto in quel periodo. Ha avuto l'infortunio nel derby, che non si è ripreso, poi è andato in Nazionale e anche lì è successo quello che è successo. Però quello che conta è che lui la faccia l'ha sempre messa. È più facile scappare, è più facile girarti, voltarti, andare, metterti a parte e dire 'in questo momento non me la sento, o sto male, o non sto bene, quindi aspetto il tempo che passa per poi rimettermi in gioco'. Invece lui no. Tutto il gruppo Inter e sono convinto, poi lo so per certo, che anche in Nazionale tutta la squadra ha apprezzato quello che lui ha messo a disposizione, nonostante era un periodo... Lui veramente è andato in Nazionale con le stampelle. Perché ha avuto con noi dieci giorni in cui non riusciva ad appoggiare il piede per terra, ma lui la faccia l'ha messa, è andato là, si è messo a disposizione del gruppo, poi la scelta di un allenatore che decide che lui deve giocare. Ma la cosa bella è che hanno sempre saputo trovare la parola giusta, il gesto giusto nei confronti di di un ragazzo in difficoltà e Ale aveva bisogno e ha sentito tutto l'affetto, tutta la riconoscenza e l'amore nei suoi confronti".

Il calcio di Cristian Chivu

Pressione, riaggressione, voglia di andare a riprendersi il pallone. Come ha fatto a trasmettere questa idea al suo gruppo?
"No, non è semplice. Non è semplice. C'è una questione anche mentale, perché se uno non va, il rischio di essere superato... È una cosa che noi volevamo aggiungere a quelle che erano le qualità di questo gruppo, no? Approfittarne un po' di quello che si poteva fare, essere più aggressivi, difendere un pochettino più alti, avere il coraggio. Col tempo magari l'abbiamo persa perché poi subentra un po' l'effetto di giocare ogni tre giorni, però ci tenevo a farla, a convincerli che ci sono più possibilità quando si va a aggredire o riaggredire nel trovare le squadre impreparate, nel trovare un blocco difensivo che non è pronto a difendere perché stanno pensando un po' a quello che è la costruzione dal basso, a quello che è una palla recuperata, una transizione da parte loro. Il problema non è l'idea di andare forte per recuperare la pala, ma quanto la disponibilità di andare a duello. Perché convincere i giocatori che si va per far fallo, si va per rubare la pala, far fallo o sporcare la pala è una cosa... Ecco, questi sono i tre concetti che ho sempre ribadito a loro. E non è semplice, perché i nostri centrocampisti sono tre numero dieci. E chiedere, non lo so, a Zielinski di andare a duello e avere il coraggio di provare a prendere anche una botta, perché quando si va a duello puoi prendere anche qualche scarpata non è semplice. Però ho avuto la disponibilità loro sin da subito. Io voglio dominare le partite con la palla, senza la palla. Voglio essere lì a far capire a loro che tutti sanno come si gioca, ma nessuno sa l'impatto che noi abbiamo quando si arriva al duello. Era una cosa che cercavo di trasmettere. Poi è tutto più semplice quando vedono anche loro certe cose che si fanno senza andare a speculare quelle che sono le aspettative. Ma non è semplice. La chiave è quella, non accontentarsi mai. Anche noi avuto dei momenti dove magari abbiamo speculato, abbiamo perso le partite perché si pensava che i giochi erano fatti e chiusi".

Ascoltandola, oltre alla parola dominio, mi è venuta in mente la parola coraggio. Quindi in superiorità numerica, in prima linea contro il Como, ha sorpreso forse anche Fabregas, che ha chiamato qui il compagno per avere uno in più, ma subito lei è arrivata con Dimarco. Poi l'ho visto fare anche alla Roma, l'ho visto fare anche alla Juventus contro il Como, al Bayern Monaco contro il Real Madrid. Come nasce questa idea?
"Un 3 contro 2 in 50 metri sono sempre i favoriti loro. L'avevano fatto nel passato. Noi avevamo visto qualche filmato anche di una squadra tedesca che, se non sbaglio, è stata per primo a usufruire di questa uscita dal basso. Quindi due giocatori più portieri in costruzione e tutti altri a centrocampo, sfruttando anche il fatto che non esiste il fuorigioco da una rimessa del fondo. Quindi è un 3 contro 2 a campo aperto e come facciamo a togliere questo perché sono sempre favoriti? Poi con Buthez in porta loro hanno un altro numero 10 là. Abbiamo detto vabbè andiamo a pressare il portiere".

Ha avuto lei l'idea?
"È stata una cosa discussa tra di noi [...]. Però ci siamo divertiti perché nessuno mi ha mai detto, quando l'abbiamo provata in allenamento, 'eh mister però sai siamo uno e...' mi hanno detto che questa è la mentalità che vogliono avere sin da subito e si va, senza vedere i fantasmi. Accettare il fatto che fa parte del gioco. Poi ho detto che la responsabilità è sempre mia, quindi 'non vi preoccupate'".

In Serie A secondo lei c'è un po' troppa prudenza, il rapporto rischio-beneficio è un po' squilibrato e lei ha dimostrato, l'ha anche detto, che si può vincere anche senza la migliore difesa.
"Per me sì, ma un po' di colpe le avete anche voi. Perché andate ai luoghi comuni, andate a cercare che l'organizzazione conta. L'Italia è un po' più conservativa, non accetta il caos, piace le cose un po' fatte con certa rigorosità, con la perfezione dei piccoli dettagli. È giusto, perché tanti altri paesi hanno preso dall'Italia quello che era il blocco basso, come difendere, il catenaccio, le transizioni fatte con una certa intensità. Però loro hanno aggiunto qualcosa in più. Secondo me il giusto misto è lasciarsi andare un po' di più, accettare il fatto che la parità numerica nel calcio c'è, accettare il fatto che si può sbagliare, accettare che si può perdere un duello [...]. La mentalità nostra è rimango in partita e vediamo cosa succede. Invece fuori dall'Italia giocano spensierati. Sì, abbiamo preso un gol, andiamo a farne uno. Poi ne prendiamo un altro? E noi continuiamo ad andare a farne un altro. È facile? No, non è facile. Perché lì subentrano tante cose, ma io l'ho sempre detto, non sono qua a far vedere che tatticamente questa squadra deve avere la miglior difesa o il miglior attacco. Noi siamo qua per far crescere voi a livello individuale, per darvi un futuro e cercare di farvi capire quello che vuol dire essere nel calcio, avere una mentalità vincente senza andare ad aspettare sempre che l'allenatore vi dica cosa dovete fare. Perché l'idea di un allenatore che tu hai oggi sarà cambiata a 180 gradi con l'allenatore che arriverà dopo, perché nessun allenatore ha la stessa idea e lì potresti andare in confusione, perché se aspetti sempre l'allenatore che ti dica cosa devi fare vuol dire che sei un po' limitato".

Gli obiettivi post Doblete dell'Inter di Chivu

Come si può migliorare questa squadra anche in ottica Champions League?
"Per me c'ha margini importanti di miglioramento. Per me questa era una stagione importante di riacquisire quello che magari a fino all'anno scorso si era perso, qualche certezza, qualche fiducia. Perché è facile quando perdi, di perdere l'autostima. Tutti parlavano di un ciclo finito, bisogna rivoluzionare, bisogna cambiare. Io non ho mai avuto questa percezione. Io ciclo finito lo metto, ci sono dei punti interrogativi su qualche cosa che non potrebbe funzionare quando si vince, non quando si perde. Perché quando si perde il campione trova sempre qualcosina dentro, dal punto di vista dell'orgoglio, dal punto di vista di quello che è la cultura del lavoro per tirarsi su e per aggrapparsi. La bravura nostra starà quest'anno, anche se poi abbiamo vinto un campionato e una Coppa. È tanto, può essere anche poco. Dipende da che punto di vista guardi questo. Siamo stati talmente criticati, giustamente, per quella che è l'uscita dalla Champions League. Le ambizioni sappiamo tutti quali sono. Abbiamo la forza di arrivare in fondo su tutti i tre fronti? Per me sì. Però che non diventi un'ossessione, ma per nessuno. Adesso vado in giro per il Milano, ll'inizio stagione si parlava, mi dicevano 'mi raccomando', adesso si parla di nuovo di Champions, di Triplete, piano... Abbiamo solo fatto quello che sono le ambizioni di questa società. Non dobbiamo avere ossessioni. Noi dobbiamo essere la migliore versione nostra. Da questo punto di vista, secondo me, c'è da aggiungere qualcosa a questa versione nostra, perché ce ne abbiamo ancora da aggiungere.

Vuole già darci il titolo per il prossimo anno?
"Ho un problema in questo momento perché mi sto perdendo un po' su quelli che sono i pensieri. Spesso la gente mi ha chiesto adesso ma ti rendi conto di quello che hai fatto? No. Non riesco a capire. Addirittura è difficile a spiegare. Per me è normalità. Quando alleni una squadra come l'Inter è normalità. Ma questo l'ho vissuto anche da giocatore. Sì, si vince, si alza il trofeo, si fa la festa, si esulta, ma il giorno dopo finisce tutto. Perché il peggio deve ancora arrivare. Ecco, questa è l'Inter, queste sono le grandi squadre con le grandi ambizioni e grandi obiettivi ancora da raggiungere. Mi fa piacere che i nostri giocatori siano consapevoli di questo e speriamo di trovare tutti gli ingredienti che servono per fare una stagione competitiva, una stagione degna di quello che è il nome FC Internazionale Milano".

Sezione: Copertina / Data: Ven 05 giugno 2026 alle 08:10
Egle Patanè / Twitter: @eglevicious23
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Egle Patanè
autore
Simpatizzante Colchonera, alma argentina, sangue catanese e corredo genetico interista. Figlia dell’Etna, ma nipote di Peppino Prisco, parlo e scrivo di Inter dal 10 agosto 1993. Nata lo stesso giorno di capitan Zanetti ma 20 anni dopo, giusto il tempo di non ereditarne calma e saggezza. Vivo nel segno del 23: con la diplomazia di Materazzi