Gennaio, tempo di mercato di riparazione. Dove anche un acquisto poco reclamizzato, ma assai confacente ai bisogni tattici della squadra, può fare la differenza: ossia, ciò che si definisce l’uomo giusto al posto giusto ed al momento giusto. Il caso di Antonio Manicone, centrocampista comprato dall’Inter a stagione 1992/’93 ampiamente iniziata, il classico personaggio non da copertina, serio e diffidente, schivo e concreto, duttile sul rettangolo verde come nella vita. Una vita che l’ha visto terzo di quattro figli di una coppia spostatasi nel 1955 da Matera a Milano in cerca di una fortuna metropolitana guadagnata attraverso enormi sacrifici alla stregua di moltissime altre famiglie di allora: il sudore come filo conduttore di un’intera carriera, dunque, per questo guerriero classe 1966 nato e cresciuto alla Bovisa, uno dei popolari quartieri meneghini simbolo di lavoro e schiscèta, fatica e risparmio, orgoglio e responsabilità. Anima di una movimentata città che, all’epoca in cui il Biscione decise di riappropriarsi del cartellino di quel suo calciatore che a metà anni Ottanta era stato uno dei perni della Primavera nerazzurra diretta da Mario Corso, smetteva d’un tratto d’essere bevuta e cominciava a lasciare sempre maggior spazio al disonorevole periodo targato Tangentopoli.
Natale 1992: l’Inter, rivoluzionata da appena cinque mesi per mezzo dell’imponente restyling tecnico fortemente voluto dal presidente Ernesto Pellegrini, è reduce da due pesantissime sconfitte contro Ancona e Lazio che altro non sono che lo sconnesso finale di un’altalenante prima porzione di torneo fatta di tante illusioni e diversi equivoci costati una già considerevole distanza dalla vetta della classifica, occupata dal multimiliardario Milan campione in carica guidato dal fido berlusconiano Fabio Capello. Il pubblico, che in estate aveva a malincuore salutato il poderoso e vincente trio tedesco Brehme-Klinsmann-Matthaeus a vantaggio di un accattivante quartetto di stranieri nuovo di zecca (i centrocampisti Igor Shalimov e Matthias Sammer, gli attaccanti Darko Pancev e Ruben Sosa), legittimamente rumoreggia: un solo successo nelle ultime cinque gare, per giunta ottenuto al novantesimo di fronte ad un modesto Brescia, è bilancio inammissibile per uno dei club che, grazie alle cospicue operazioni estive che avevano portato all’ombra della Madonnina pure gli ex juventini Luigi De Agostini e Salvatore Schillaci, in agosto veniva unanimemente additato come una delle rivali più accreditate della favorita compagine rossonera.
Alla ripresa del campionato, però, l’allenatore Osvaldo Bagnoli – anch’egli instancabile e riservato milanese della Bovisa, col quale Manicone instaurò subito un magnifico rapporto di semplicità improntato sulla reciproca stima – iniziò a inserire in pianta stabile il conterraneo ventiseienne arrivato dall’Udinese durante il mercato autunnale che, in silenzio e senza le luci della ribalta puntate addosso, da lì in seguito avrebbe mutato radicalmente l’assetto ed i risultati della truppa nerazzurra. Giocatore geometrico ed essenziale, bravo nel recuperare e nel ripartire, intelligente uomo ovunque davanti alla difesa capace di mettere l’undici di mister Bagnoli in condizioni finalmente di funzionare, avendo donato un equilibrio ed una razionalità sino a quel momento sconosciute a una rosa colma di anarchici centrocampisti dalle spiccate caratteristiche offensive e, fatta eccezione per uno spaesato e riluttante Sammer ben presto divorato dalla nostalgia per la sua Germania, nessun operaio specializzato nell’interdire e dettare i ritmi alla squadra.
Un operaio non con le stigmate del fuoriclasse, ma di un’efficacia tale che tuttavia gli avrebbe immediatamente garantito applausi convinti da parte degli esigenti tifosi della Beneamata che nella tiepida aria primaverile del 1993, danzando spensierati a San Siro sulle note dell’indelebile coro “Attenzione a Ruben Sosa!” dedicato ad uno degli acquisti maggiormente redditizi dell’era Pellegrini, sognavano ad occhi aperti un’impossibile rimonta, peraltro sfiorata e comunque sfociata in un degnissimo secondo posto, ai danni dei “cugini”.
Allora come adesso, la formazione interista è alle prese con una difficile risalita tricolore e, oltre che necessitare di un consistente sostituto per un campione del livello di Samuel Eto’o, ha bisogno di rinforzarsi a metà campo: un calciatore prezioso, dinamico ed al top psicofisico della carriera tipo l’Antonio Manicone di diciannove anni fa, protagonista della vittoria in coppa Uefa la stagione successiva e ora apprezzato vice-allenatore della Berretti nerazzurra, servirebbe di certo. Se dovesse poi giungere in sordina, per la felicità dei dirigenti del Biscione ligi all’oculata politica economica recentemente imposta dalla società di Corso Vittorio Emanuele, sarebbe l’ideale: l’importante, però, è che si riveli giocatore in grado di regalare oggettivamente qualcosa in più ad una compagine che oggi, pur facendo i conti con l’inevitabile logorio atletico che avanza inesorabile nei muscoli di molti degli eroi del Triplete, a ranghi completi è in ogni caso da ritenersi competitiva almeno quanto due dei tre club che attualmente la precedono in classifica.
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