Finora Rocchi ha giustificato ogni tipo di controversia arbitrale nata da cortocircuiti del sistema e della connessione arbitro-VAR parlando di "discrezionalità dell’arbitro". Una giustificazione che fin qui ha sempre aiutato arbitri, designatore ma anche addetti ai lavori a rintanarsi nella confortevole “zona protetta” ogni qualvolta in cui è risultato scomodo spiegare qualche anomalia arbitrale che non potesse ammettere anche soltanto la banale verità secondo la quale si sbaglia o si è semplicemente scarsi. Tenendo conto che fino a questo momento sono stati plurimi i controversi casi in cui si è parlato di discrezionalità dell’arbitro, principio propinato a mo' di acqua santa, sarebbe dunque lecito prendere il principio in questione come valido. Il che significa che l’errore o presunto tale di La Penna in Inter-Juve dovrebbe giovare della regola di cui sopra. E se è vero quanto affermato sinora da Rocchi tutta la questione potrebbe ridursi in: La Penna, tenendo conto che Kalulu era già stato ammonito generosamente, avrebbe potuto pensarci un po’ di più prima di concedere un altro giallo certamente molto, molto leggero. Chiudendo di fatto qui la questione, che se pure non finisse lì perché in un derby d’Italia nulla finisce mai lì, di sicuro neanche è lecito riversare in un caso di stato che scomoda persino la politica, o addirittura la mafia come nel caso di Saviano. Tutto poco, poco eccessivo. Ma chiariamo un attimo meglio. Perché questa sarebbe una riduzione troppo semplicistica che finora è stata data per buona, ma può finalmente aver raggiunto, per citare lo stesso Giorgio Chiellini, un punto di non ritorno che fa scoppiare la bolla.
L’espulsione di Kalulu è dunque, per il principio di discrezionalità dell’arbitro, lecita e altrettanto lecito è condividere o meno la sua decisione. Il problema, e ha ragione in tal senso l'ex capitano bianconero, è quanto stabilito dal regolamento che inibisce il VAR a intervenire nel caso di doppia ammonizione: il che significa che Chiffi da Lissone non ha potuto chiamare all’appello La Penna, che in caso contrario quindi in caso di On Field Review, avrebbe potuto rivedere l’azione e nel caso correggere o confermare quanto fischiato. Altrettanto ragione ha l’ex difensore della Juventus quando parla di malfunzionamenti di sistema in generale che coinvolgono tutti e non a caso ogni settimana "siamo qui a parlare", per citare le sue stesse parole. "La partita più importante rovinata da un provvedimento frettoloso e inadeguato" che non può essere corretto. Il punto sta esattamente qui e Chiellini lo centra in pieno. E l’attenzione andrebbe focalizzata su questo, che è un problema che affligge il calcio italiano ormai da troppo tempo. Negli anni, le correzioni hanno sì oliato il binomio arbitro-VAR, ma lo hanno altresì complicato: l’eccessiva 'burocratizzazione', la mania della lente d’ingrandimento e la conseguente fobia da contatto ha portato ad un distacco via via sempre più netto dal concetto di calcio originale che oggi sembra a volte un ricordo sbiadito. "Questo è lo spettacolo che dovrebbe offrire il calcio italiano?" Ha giustamente provocato Chiellini. E la risposta è chiaramente no. La domanda sorge però spontanea: ma qual è lo spettacolo che dovrebbe offrire il calcio italiano?
Quello di una polemica così tanto clamorosamente esasperata per un presunto errore arbitrale (che però viene assolto dalle giustificazioni finora propinate da un designatore che nel caso specifico dimentica quanto predicato fin qui)? Ma al di là di questo, gli aspetti entrati in gioco sono troppi e vale la pena analizzarne il più possibile e se è vero che la reazione della Juventus nella sua totalità ha tutte le ragioni per essere legittima, sicuramente meno legittima è la modalità con la quale si è pronunciata sulle prime: con un’aggressione vera e propria al direttore di gara che, fino a prova contraria, non fa onore a nessuno come non ha fatto onore l’uscita di Allegri di qualche anno fa in finale di Coppa Italia, condannata da ogni parte (anche alla Continassa). Ma non siamo qui per fare le pulci a nessuno, anzi, al contrario per cercare di osservare quanto accaduto due sere fa a San Siro nella sua complessità e tornando alla reazione della Juve: si può dire sì spropositata ma anche comprensibile contestualizzando tutta la situazione viziata da adrenalina, nervosismo, poca lucidità in generale. Come altrettanto comprensibile però potrebbe essere considerata la reazione di Alessandro Bastoni all’espulsione di Kalulu. Non ha mai esultato nessuno all’espulsione di un avversario o dopo aver ricevuto un rigore a favore all’ultimo minuto che può decidere la partita, anche se per un abbaglio? E perché l’esultanza di Bastoni dovrebbe risultare tanto moralmente più spregevole di un’altra? Chiederselo è doveroso per capire meglio, nel bene di una tara da dover trovare, che non equivale necessariamente ad applaudire il difensore. Ma ad assolverlo. Nella stessa misura in cui si può perdonare lo scivolone della dirigenza bianconera nell’accerchiare La Penna a fine primo tempo altrettanto si può fare nell’assolvere il 95 di Chivu che si è macchiato di umanità in una reazione ascrivibile all’istintività del momento. Certo è che all’ingenuità di quell’esultanza va poi aggiunta un’esperienza dosata male che ha portato di fatto allo smascheramento di un bluff comune a ogni calciatore su questo pianeta. E qui arriva il tasto dolente e delicato.
Se è vero che l’operato di La Penna nell’espulsione di Kalulu potrebbe pure far parte di quella cerchia di casi in cui si parla di discrezionalità dell’arbitro, quella discrezione resta un caso da penna rossa in moviola. Ma il fischietto romano, va detto, sul momento dell’azione si lascia ingannare dalla velocità, percependo il colpo più grave di quanto realmente sia stato anche grazie all’inganno teso appunto dal difensore nerazzurro. L’ex Atalanta eccede nella reazione al colpetto subito da Kalulu che di fatto c’è ma non passibile di ammonizione. Eccessività, quella interpretata da Bastoni, che per regolamento arbitrale prende il nome di simulazione che non può essere negata, ma neppure demonizzata in tali proporzioni. Il motivo è presto spiegato e si riallaccia al discorso di cui sopra quando parliamo di esperienza dosata male: da che calcio è calcio, ad alti livelli soprattutto, una delle caratteristiche più ricercate nei grandi giocatori è proprio l’esperienza che per inciso significa anche e soprattutto capire i momenti di una partita, capire le situazioni e quando anticipare sotto vari aspetti gli avversari e talvolta anche gli arbitri. Si può forse negare di aver applaudito più volte una giocata d’esperienza di un atleta? Laddove la parola esperienza ha sempre sottinteso un bluff, o se preferite finta (finta non per niente), ben riuscito. Quello che non è accaduto al difensore interista che, già in serata non brillante, ha peccato di esecuzione riuscita male di un canonico compito da adempiere durante una qualunque performance. Per dirla in soldoni, Bastoni ha semplicemente eseguito male un compitino per casa che fa parte dell’ABC del professionismo. A tutte le longitudini e anche latitudini. Eppure oggi dirlo equivale a rischiare il linciaggio, specie all’indomani di lettura semplicistica quanto banalizzata tanto uniforme da far sembrare eretico chi trae una sintesi poco poco più ampia che sorvola il perbenismo.
Fermo restando che questo scritto non nasce con l’esigenza né la volontà di tendere uno scudo su Alessandro Bastoni che rimane con un neo sul fair play e non vuole altresì ammettere a cuor leggero disamine o semplicemente chiacchiericci meramente superficiali divampati sull’onda di un moralismo mediatico espansosi a mo' di epidemia. Del resto, ci ha pensato questa mattina Beppe Marotta a mettere le cose in chiaro, spiegando in maniera netta la posizione della società in merito, senza nascondere l'errore ma nemmeno senza concedere campo libero alle reprimende di detrattori e moralisti a basso prezzo. Una paternale collettiva piovuta da ogni dove che finisce però col trasformarsi in rumore troppo assordante che alla fine non dice nulla e stride con un passato che non vede innocenti e non trova giustificazioni a tanta presunzione d'ipocrita candore o mendace ingenuità e scalpore. Se la necessità di aggiustare i cortocircuiti del sistema urlata a gran voce da Chiellini trova ragion d’essere e condivisione pressoché totale, meno condivisibile risulta l’assurdo universo parallelo nel quale si è degenerati da quella (pur lecita) apparizione ai microfoni del dirigente bianconero al quale vannp anche ricordate, per la stessa onestà di cui si parla, tutte le volte in cui, per l’adrenalina di campo di cui sopra, lui in primis non è incappato in episodi che ne hanno macchiato il fair play. Un riavvolgimento di nastro che troverebbe esempi in ogni dove e su ogni campo che non ne legittima la natura ma con onestà e un sorriso ammette quanto facciano anch’essi parte del gioco. Diversamente non potrebbero piacerci il Superclasico, la garra di un Sudamericano, il ritmo inglese, il calcio di Puyol né la cazzimma di Gattuso. C’è poi chi a Bastoni chiede qualche scusa, e probabilmente lasciare che esprimesse il suo punto di vista ai microfoni sarebbe stato sicuramente apprezzato dal pubblico, ma anche in questo caso l’altra faccia della stessa questione pone allenatore, dirigenza, staff e allenatore nella condizione di pensare ad un bene ben più grande del bon ton comunicativo.
Un bene che è quello dell’Inter, ragione che Spalletti conosce bene - proprio lui che fu allenatore in un derby d’Italia che passò alla storia per controversie arbitrali - e al quale esortava nel suo percorso nerazzurro. Il che equivale a proteggere un giocatore che sarà oggetto di bombardamento mediatico e non solo, come mostrano i deplorevoli commenti che hanno inondato i social Bastoni e la moglie, costretti a limitare le interazioni. A proposito di social è facile interrogarsi del perché di questo prolungato silenzio anche sui canali personali, a freddo e lontano dalle telecamere e anche in questo caso la spiegazione potrebbe esserci e sicuramente c’è, ma non sta a noi cercarla. Perché qui è di calcio che si dovrebbe parlare e non di psicologia inversa di come curare nevrosi da palcoscenico o da ‘show must go on’. E a proposito di show, ha perfettamente ragione Giorgio Chiellini quando si chiede se è questo lo spettacolo che dovrebbe offrire il calcio italiano.
E la risposta non credo sia il patetico iperbole di moralismo polemico in cui si è scivolati. Una cosa è certa: a mettere d’accordo tutti in questo derby d’Italia è Chiellini quando parla di punto di non ritorno. La bolla è scoppiata e diremmo finalmente.
Autore: Egle Patanè / Twitter: @eglevicious23
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