Dopo due anni disastrosi  l’Inter ha messo un certificato di garanzia sulle basi che ha posto per il futuro. La vittoria sul Verona va ben al di là del semplice risultato.
Gli anni sono sembrati molto più lunghi perché la memoria nerazzurra ha colpevolmente annesso anche l’annata seguente al triplete.  Ma per quanti problemi possano esserci stati, una stagione in cui vinci Supercoppa italiana, Mondiale per club e Coppa Italia deve essere considerata una stagione ottima. 
Ognuno di noi si è fatto più di un'idea di quanto accaduto tra il 2011 e il 2013, e oggi una nuova proprietà sta portandoci in una dimensione ancora sconosciuta ma seducente.
Quello che ci stava facendo discutere era il presente. 
Un gennaio inquietante in termini di risultati e una dirigenza che sembrava temporaneamente allo sbando. Poi l’acquisto giusto (Hernanes) e un altro particolarmente valido per il ruolo (D’Ambrosio) hanno creato un nuovo entusiasmo e ritrovato le certezze agli oggetti smarriti. 
La prestazione di sabato sera è però uno di quei rompicapo appassionanti, capaci di mandare in crisi ogni singola certezza. Spesso ho letto e ascoltato colleghi che, a seguito di una qualunque vittoria e sconfitta, esponevano concetti radicali secondo i quali il tipo di risultato e di prestazione aveva un significato chiaro e inequivocabile. Giudizi al netto e indistinguibili che proclamavano la mediocrità in caso di prestazione deludente e la settimana dopo, grazie a una vittoria, leggevi titoli tonitruanti a raccontare inizi di una nuova era.
Ma a furia di avvitarsi su trattati trancianti che esponevano insindacabilmente perché l’Inter avesse una squadra mediocre, un po’ tutti hanno iniziato a crederlo. Finendo col non riuscire a distinguere il valore di un giocatore, di una prestazione, di una vittoria, un pareggio e una sconfitta. In questi tre anni i continui terremoti societari e tecnici hanno preso il sopravvento sulla lucidità e impedito di mettere in atto il più efficace dei rimedi: la pazienza. Invece di marcare ogni singolo giocatore con un valore ben sotto la media, relegandolo a ordinario ci siamo fatti prendere tutti, me compreso, da una foga che va in automatico e fa dire a chiunque “per me il problema dell’Inter è…”.
Sabato però ho visto in Jonathan l'esterno di inizio stagione, capace di fare benissimo entrambe le fasi. Irriconoscibile per la sua freschezza e le sue iniziative. Davanti a lui un giovane Albertazzi in difficoltà, ma l’ispirazione è stata indiscutibile.
Parliamo di un terzino che in parecchie partite è avulso dalla manovra, banale nei passaggi e nelle soluzioni e che in altre diventa irresistibile. C’è da chiedersi perciò da cosa dipenda e quale sia il reale valore del brasiliano (a meno che non lo chiami Prandelli… in quel caso sarà italo brasiliano). 
Ranocchia è stato per molti un giocatore discreto ma con un approccio spesso indolente, a tratti poco concentrato, in contrasto con le qualità che lo renderebbero di gran lunga il migliore del reparto.

Ed ecco che con il Torino e il Verona tira fuori due prestazioni vicine alla perfezione. Icardi, che tanti trovavano "scarso", sta imparando a fare il centro boa, gli manca una maggiore malizia in termini di movimenti nel corso di tutta la partita, ma il suo peso in area e i progressi sono evidenti. 
E poi Mazzarri. Ha fatto giocare D’Ambrosio finalmente, anche se per l’assenza di Nagatomo, ha dato equilibri in ogni reparto e gioca stabilmente con le due punte. 
Allo stesso tempo mi auguro che Mazzarri scopra quanto Kovacic sia più utile e creativo di Guarin. Il colombiano ci prova, si sbatte, a volte dialoga, prova a capire cosa sia il gioco di squadra ma tira sempre e non segna mai. Qualcosa in merito si deve fare, la sua esplosività è espressa solo al 50% in questo modo. Non sarebbe una bocciatura ma il tentativo di verificare un'alternativa. Io ho criticato Mazzarri, ho la presunzione di sferzarlo anche grazie a questi articoli. Ho detto diverse volte perché non mi convince come tecnico dell’Inter ma chi, come me, ha delle perplessità non può sottrarsi dal riconoscerne i meriti che gli vanno dati. L’onestà ha a che fare anche con un esercizio intellettuale. È stupido e stucchevole dire sempre le stesse cose di un allenatore o un giocatore senza mai tenere conto delle variabili. Non è necessario cambiare idea radicalmente ma integrare le proprie valutazioni con una prospettiva diversa aiuta a non diventare ottusi. E dunque a invecchiare. 
Per quanto riguarda l’attestato di mediocrità, così maldestramente attribuito alla squadra, i tifosi sospendano i punti esclamativi e valutino con meno preconcetti in questo periodo di insolita tranquillità.

Sezione: Editoriale / Data: Lun 17 marzo 2014 alle 00:00
Autore: Lapo De Carlo
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