"Non ho mai visto calciatori con questa qualità, con questo primo controllo, con questa velocità di smarcamento, con questa trasmissione di palla e cambi di direzione. Il passaggio era sempre sul piede giusto”. Le parole a Sky Sport di Raffaele Palladino dopo la demolizione dell’Atalanta ad opera del Bayern Monaco sono le più esplicative possibili per chi vuole davvero capire la differenza tra il livello delle squadre italiane e quelle al top in Europa. Quando gli addetti ai lavori parlano genericamente di 'intensità' fanno sempre riferimento alla velocità del pallone che in Champions League raggiunge picchi inarrivabili per tanti campionati, ad eccezione della Premier League, l’unica che tiene il passo. In questa speciale classifica, che spesso è anche indice di spettacolarità, la Serie A è molto attardata per un motivo su tutti: la tattica prevale sulla tecnica. Quando, invece, dovrebbero andare a braccetto: impossibile allenare la comprensione del gioco senza conoscere le basi dei vari gesti tecnici.
Martedì sera, dopo il 6-1 tennistico con cui i bavaresi hanno annichilito la Dea, Fabio Capello ha incalzato il tecnico nerazzurro sul modo di stare in campo di De Roon e compagni, sottintendendo che, con un altro approccio strategico, il gap in termini di punteggio non sarebbe stato così ampio. Per tutta risposta, con toni garbati come nel suo stile sempre misurato, l’ex Monza e Fiorentina ha puntualizzato che nessun tipo di modulo avrebbe potuto cambiare l’esito di una sfida impari nei valori individuali. Ma che, anzi, la scelta di giocare ‘uomo contro uomo’ a tutto campo è una filosofia che arriva da lontano ed è nel DNA dell’Atalanta dai tempi di Gian Piero Gasperini. "Non difenderemo a zona, questo è chiaro. Io ho questa mentalità e non la cambierò”, ha spiegato Palladino. Che, in seguito, ha completato il suo ragionamento asserendo che, anche difendendo in blocco basso, la splendida orchestra di Vincent Kompany avrebbe trovato il modo di colpire l’avversario. Pensiero condivisibile visto che col baricentro schiacciato verso la propria, l’Atalanta sarebbe stata preda di una riaggressione feroce una volta recuperata palla. Insomma, i punti deboli del Bayern Monaco di cui aveva parlato Palladino alla vigilia sono rimasti chiusi nella sala video del centro sportivo di Zingonia perché nel calcio, alla fine della fiera, contano gli interpreti. E i tedeschi sono una superpotenza su scala mondiale che fanno un altro sport rispetto alla maggior parte delle formazioni di tutto il mondo. Comprese le italiane con più storia e tradizione dei bergamaschi, che pure rimangono gli ultimi rappresentanti del belpaese ad aver sollevato un trofeo UEFA, l’Europa League del 2024. Altro livello, più basso, come la Serie A degli ultimi tempi, che di tanto in tanto produce qualche eccellenza che si fa notare anche fuori confine. E’ successo al Napoli di Luciano Spalletti, che comunque si è fermato ai quarti di finale di Champions, battuto dal Milan di Stefano Pioli, ma soprattutto all’Inter di Simone Inzaghi, capace di raggiungere contro ogni pronostico due finali nelle scorse tre stagioni.
E ora in tanti, su opposte barricate, tirano fuori questa statistica per avvalorare la loro teorie, innescando sempre e comunque dei cortocircuiti. Avendo come unico riferimento il risultato finale: tutto o niente, gloria o scherno, nell’Italia da sempre patria dei campanili. C’è chi cita le imprese nerazzurre con Bayern e Barcellona, chi ricorda la debacle col PSG. Qualcuno, per fortuna, va oltre e ripropone alcune clip che riportano in auge il gioco relazionale dell’era inzaghiana. Andatevi a vedere, a proposito di Bayern Monaco, come l’Inter segnò all’Allianz Arena il gol dell’1-0 l’anno scorso: da Yann Sommer fino a Lautaro Martinez, due minuti di possesso palla paziente ma mai sterile, orizzontale ma sempre orientato alla ricerca dello spazio da occupare in verticale funzionale a colpire l’avversario. Altro che difesa e contropiede, che pure è uno stile che negli anni ha prodotto trionfi. "L’Inter dà sempre la sensazione di essere pericolosa", dissero in coro i bavaresi, da Thomas Muller fino a Vincent Kompany. Qualcuno ha la memoria corta, occorre rinfrescarla.
Ma l’Inter di Inzaghi è stata una magnifica eccezione, risulta fuori luogo citarla in un senso o nell’altro per esaltarla o denigrarla, se si vogliono analizzare a fondo i veri problemi del calcio italiano. Un primo passo, in questo senso, è stato mosso da Gian Piero Gasperini (chi, se no?) prima dell'euroderby tra Roma e Bologna, proprio parlando dalla disfatta subita dalla sua ex squadra l'altro ieri: “Quest'anno la situazione del calcio italiano in Europa è più negativa rispetto ad altri anni, non è una cosa casuale. Sicuramente abbiamo qualche difficoltà, è inutile nasconderlo. Probabilmente siamo tutti coinvolti: gli allenatori, la società e anche l’informazione. Il problema non possono essere solo una sostituzione o un modulo tattico, è qualcosa di più profondo, che deriva probabilmente anche dai Settori giovanili e dal modo in cui vengono costruite le squadre. Il nostro campionato, se i risultati sono questi, ha qualche problema che va affrontato e coinvolge sicuramente tutti”, la riflessione di Gasp. Ripartiamo da qui. Poi, molto poi, potremo parlare dei risultati organici del nostro movimento.
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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