A chiudere la domenica calcistica della 29esima giornata di campionato è Torino-Inter, la trasferta crocevia per gli uomini di Simone Inzaghi, reduci dalla vittoria di Liverpool che non è comunque bastata a sovvertire l’esito del passaggio del turno, indirizzato dall’andata di San Siro.
L’ex Lazio si presenta in casa di Juric con il solito 3-5-2, orfano di De Vrij e Brozovic, assenze pesanti che il piacentino cerca di tamponare mal riuscendoci, soprattutto a centrocampo dove la mancanza del croato manda ancora una volta in confusione l’Inter, che dà ancora una conferma di un brozocentrismo importante e onestamente invalidante. Juric, a conti fatti, pare quello meglio provveduto e avere ragione rispetto all’avversario nelle scelte iniziali soprattutto, con Buongiorno preferito a Rodriguez nella linea di difesa e Lukic preferito a Ricci. Berisha al posto di Milinkovic-Savic, infortunato, è probabilmente la benedizione di serata: tutto fuorché un caso che l’ex Spal si opponga in maniera veemente almeno un paio di volte alla squadra di Inzaghi, sbarrando strada verso la porta e interponendosi di netto in quella verso la seconda stella.
Al forfait di Brozo, Inzaghi sceglie di sopperire con Vecino più che con Vidal nel tentativo di mettere in mezzo fisico e intelligenza corroborati da mobilità tattica. Un tentativo già fatto con il Sassuolo, con Barella all’occorrenza rivisitato play basso, esperimento che non ha dato grandi frutti e che difficilmente si ripeterà come difficilmente capiterà ancora di vedere l’uruguaiano al posto dell’onnipresente Brozo, la cui assenza ieri è costata parecchio. Se la mobilità del croato fa di lui una cerniera di centrocampo, abbassandosi spesso e volentieri sulla linea dei centrali per dare una mano in fase d’impostazione, diverso è il lavoro che riesce a fare l’ex Fiorentina, sempre posizionato sul livello di Barella e Calhanoglu. Lavoro richiesto dal piacentino stesso che sin dai primi minuti di match richiede all’ex viola un lavoro di pressione alta e “disinteresse” dietro, lasciando agli esterni il compito di saliscendi che nel corso della gara andrà inevitabilmente ad impattare sulla prestazione di Darmian e persino Perisic, entrambi limitati dalla pressione asfissiante di Vojvoda e Brekalo il primo, di Singo il secondo.
A soffrire meno tra i due è il croato che pur rendendo il favore di spina nel fianco al dirimpettaio ivoriano non riesce a scodellare palloni importanti verso un’area di rigore ben sigillata dai tre a protezione di Berisha che rendono vita complicata agli attaccanti. Difesa granitica corroborata dalla coppia di centrocampisti Lukic-Mandragora che premono e spremono Calhanoglu e Barella, costretti a cercare vie centrali che si spengono spesso sui piedi di Bremer, troppe volte in anticipo su Lautaro, più volte braccato nei movimenti e nei tentativi d’incursione. Non è un caso che le conclusioni più significative arrivino da fuori e/o da Edin Dzeko, meno statico rispetto al compagno di reparto ma costretto ad un lavoro sporco che finisce per sottrarre energie vitali, già messe a dura prova da un immenso Bremer e dal compagno Djidji, potenzialmente utili nel finale di gara, quando la squadra di casa perde brillantezza e non a caso subisce il gol del pari. Ma a trascinare in trappola il gruppo di Inzaghi è la leggerezza difensiva del duo Handanovic-Darmian, colpevoli sul gol di Bremer arrivato al 12esimo, dopo un tiro per parte mai capitolato. Tiro di Belotti che impegna Handanovic, reattivo a spazzare in angolo (ma non a bloccare) un pallone velenoso che prende una strana traiettoria che mette in difficoltà lo sloveno. Pallone che dopo la battuta dalla bandierina resta “vagante” tra maglie bianche e granata e sul quale si fionda il brasiliano ventiquattrenne, lasciato smarcato da Darmian a due passi dal capitano interista, rimasto praticamente immobile e inerme sulla zampata del 3 torinista, perfetto nella coordinazione e nell’esecuzione libera da impedimenti difensivi.
Vantaggio avversario che come spesso accade immobilizza per una manciata di giri d’orologio l’Inter che tenta la reazione qualche minuto più tardi con Lautaro di testa su punizione di Calhanoglu ma l’estremo difensore di casa si conferma in gran forma e dopo il grande intervento su Dzeko nei minuti iniziali, blocca il preludio di risposta che non manca mai da parte della squadra ospite ma che trova concretezza solo nel recupero con il guizzo di Sanchez. Nei primi 45 minuti di gioco infatti i nerazzurri non trovano spazi né molte idee e a gestire il match è quasi sempre la squadra di casa, in sofferenza solo sui lanci lunghi e nei rari accenni di contropiede nerazzurri. Pressing alto, passaggi corti e marcature a uomo dei granata rendono brutta, sofferente e sporca la vita dei campioni d’Italia, costretti ad una strenua resistenza che rischia d’imbarcare un bel po’ d’acqua al 37esimo con un tocco di Ranocchia ai danni di Belotti che né Guida né tanto meno Massa al Var, giudicano irregolare. Decisione (doppia, per ciò doppiamente grave) che funge da salvagente al quale i nerazzurri s’aggrappano senza però farne un uso a loro vantaggio.
Nel secondo tempo la musica non cambia neppure con il ricorso alle forze nuove. Se Dimarco fornisce ai nerazzurri un brio e una maggiore fluidità d’uscita fino a quel momento venuti a mancare, non riesce comunque a spaccare un match che avrebbe potuto cambiare connotati se prima Vecino, poi Dzeko avessero sfruttato meglio i pennellati traversoni (il primo su punizione) che l’ex Verona serve e se il tu per tu con Berisha al 52esimo fosse stato meno ingeneroso per i meneghini. Ancora una volta fondamentale Edin Dzeko che con l’esterno classe ‘97 scambia più volte palloni che non trovano giubilo neppure con l’apporto di Robin Gosens, subentrato a inizio ripresa ad uno sfinito Ivan Perisic, mai realmente pericoloso ma salvifico su un gol praticamente fatto di Brekalo, libero di circumnavigare i difensori interisti, dribblati come birilli, dopo la sciagurata uscita di Handanovic che da terra smanaccia nel vano tentativo di strappare dai piedi il pallone al 23enne croato che con piede calamitato tiene palla fino a trovare una conclusione che Gosens spazza in angolo con tanto di eroismo degno da fumetto Marvel. L’ex Atalanta nei quarantacinque e più minuti soffre comunque la pressione avversaria e la conseguente difficoltà dei compagni a sfruttare l’ampiezza, finendo a sciorinare una sorta di control-v della prestazione di Perisic. Sintomo ulteriore di un’impasse dalla quale l’Inter non riesce a sbarazzarsi che Inzaghi prova a scuotere al 67esimo con il doppio cambio Vidal-Sanchez al posto di Vecino-Lautaro.
Se il Niño si fa perdonare, ancora un volta nel recupero, la brutta e goffa ingenuità di Anfield, meno d’impatto l’ingresso del connazionale che salvo un tiro che impegna per l’ennesima volta Berisha non regala svolta alcuna al match degli interisti. Se la scossa non arriva con gli interpreti, Inzaghi punta su un cambio di modulo che sembra suggerire una sorta di 4-2-3-1 con Dimarco che arretra al fianco di Skriniar, scivolato in coppia centrale con Ranocchia, Darmian e Correa esterni nel tridente d’attacco completato da Sanchez alle spalle di Edin Dzeko, unica vera punta, e Vidal e Barella in mediana. Soluzione che sembra non cambiare le sorti di un’Inter più dinamica ma ancora imbrigliata nella miscela di verve e furore dei padroni di casa, trascinati ancora da un irrefrenabile Bremer in una delle sue serate migliori. Tra una pioggia di gialli che si abbatte sugli uomini di Inzaghi, i nerazzurri riescono però a sfruttare un raro ma fondamentale errore: palla persa da Sanabria sulla pressione di Andrea Ranocchia con l’aiuto di Matteo Darmian, tornato a dare una mano al compagno, quindi Vidal che imposta la manovra prendendo metri, girata verso Gosens che cambia gioco buttando in mezzo un pallone alla ricerca di un attento e sempre presente Nicolò Barella che stoppa, si guarda intorno e apre per Vidal che, salito a rimorchio, trova un corridoio per Dzeko, glaciale nel servire Sanchez con un passaggio in orizzontale in mezzo a due che spacca la difesa di casa. Il Niño non sbaglia e con un destro di prima spiazza Berisha e salva l’Inter da un naufragio che oggi vale un terzo posto a -4 dal Milan capolista con una gara in più e che senza il guizzo del cileno avrebbe affondato la squadra come un sacchetto pieno di piombo.
Autore: Egle Patanè / Twitter: @eglevicious23
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