L'infortunio di Dumfries, che resterà fuori fino a marzo, è letteralmente una tegola per Chivu. Eppure qualcuno pensa che, come già capitato in passato, il tecnico di turno dovrà fare con quello che ha, senza poter contare su un intervento dal mercato invernale. Follia? Forse, ma tale scenario non può essere scartato a priori proprio tenendo presente i precedenti. 

Basterebbe questo per far capire che no, l'Inter non è il Bayern o il PSG d'Italia. Si confonde troppo spesso capacità d'investimento con status di campo. E qui passa tutta la differenza del mondo. E dire che uno come Beppe Bergomi, da tempo immemore ormai, continua a sottolineare questa enorme incapacità di comprendere la realtà che si riscontra nei giudizi attorno alla Beneamata. "In questi anni, l'Inter è stata la più brava, ma non è mai stata la più forte". Una differenza sottile ma enorme. Lo Zio attribuisce un valore al lavoro di campo, smontando quella tesi che vuole i nerazzurri "obbligati" a vincere tutto perché investiti di una superiorità quasi divina. Vittoria o fallimento. Come se perdere una finale di Champions equivalesse a venire eliminati dalla Primavera del Feyenoord o dal mediocre PSV. Le sconfitte fanno tutte male, ma non sono tutte uguali. E non solo per i ricavi.

L'Inter, specialmente con Inzaghi, ha raggiunto un livello altissimo in fatto di qualità di gioco che ha consentito di ottenere risultati in Italia e in Europa. Questa capacità di competere con mostri sacri quali Barcellona, Bayern, City e compagnia, evidentemente, ha creato il cortocircuito nella percezione generale. Questa Inter forte ci è diventata, non ci è nata. Negli ultimi anni i risultati sono stati raggiunti vincendo scommesse o rilanciando calciatori che venivano definiti "bolliti", spesso ricorrendo ai parametri zero o agli scarti di altre società. Mentre altri club, anche italiani, spendevano e continuano a spendere centinaia di milioni sul mercato, Marotta e Ausilio - non senza errori - hanno provato a tenere la rosa competitiva con l'obiettivo principale di far quadrare i conti. 

La bravura sul campo, però, si è ben presto trasformata in un boomerang. Il motivo? Ci si è dimenticati delle premesse, tanto quelle relative all'avvento di Inzaghi quanto, ora, quelle che riguardano l'approdo di Chivu. Quando il tecnico romeno ricorda le previsioni nefaste in estate, lo fa per rinfrescare la memoria proprio sulle premesse. E lo stesso si può dire per il ciclo Inzaghi: da "rischia il quarto posto" a "obbligati a vincere tutto" il passo è stato breve e disonesto. E a qualcuno fa comodo così. Gli stessi a cui dà fastidio quando Bergomi ripete il mantra dell'Inter "più brava ma non più forte". Se ne facciano una ragione.

Sezione: In Primo Piano / Data: Gio 01 gennaio 2026 alle 09:00
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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