Intervenuti nella giornata inaugurale del 'Festival dello Sport' organizzato da La Gazzetta dello Sport durante il convegno dal titolo 'Argentino vivo', cinque ex nerazzurri di lusso come Javier Zanetti, Esteban Cambiasso, Diego Milito, Hernan Crespo e Juan Sebastian Veron toccano anche il tema Inter nella lunga chiacchierata a sfondo albiceleste. Ecco le principali dichiarazioni raccolte da FcInterNews.it:
ZANETTI - “Il mio primo ricordo è la presentazione alla Terrazza Martini. Diluvio universale, arrivavo dentro un sogno. Io ero lo sconosciuto per tanti, una scommessa. Arrivare all’Inter era la mia grande opportunità. Lì ci aspettavano grandi giocatori, alcuni già dirigenti, come Bergomi, Facchetti, Angelillo, Mazzola: è stato il primo approccio con questa grande famiglia, il primo passo che significava per me una seconda vita in Italia legata ad una famiglia come l’Inter. Come è cambiato il calcio da quando sono arrivato ad adesso? Tanto. Il mio primo allenamento, e lo racconta sempre Bergomi, non davo la palla a nessuno. Ho imparato tanto tatticamente. Noi argentini portiamo la nostra essenza e essere in Italia da giovane è stata una palestra importante, sia dentro che fuori dal campo. In questi anni abbiamo visto che sono cambiati anche gli allenamenti, a partire dal ritiro. Ci sono lavori più specifici per il singolo, prima ricordo tante corse lunghe. Ora è più innovativo, ci sono altre piattaforme che lo permettono e più persone nello staff. Se rivedo qualcosa di Milito in Lautaro? Che domanda. Diego per il calcio mondiale è stato uno dei più forti. Vedo Lautaro che si è adattato subito al nostro calcio e sta facendo vedere quello che può dare, può ancora migliorare ed è in un momento dove è il presente e il futuro dell’Inter e dell’Argentina. È cresciuto dietro Diego e per lui è stato importante, l’ha consigliato bene. Lo vedo quotidianamente e si comporta come un professionista, ha voglia di stupire. Gli auguro una grande carriera perché per la giovane età è già molto pronto. A quale Mondiale sono più legato? Quello del 1986, è quello che ho vissuto in maniera più intensa con la passione di un tifoso in Argentina. È stato indimenticabile. Kempes, Maradona o Messi? Tutti tre. Ognuno è stato il più forte nel suo momento. A me non piacciono i paragoni, quello che hanno fatto sarà indimenticabile. Sono orgoglioso che siano della nostra terra e che abbiano divertito”.
CAMBIASSO - “Ho vissuto tante cose in Italia, ho vinto e ho avuto due figli a Milano. Sono stato bene, quando ho smesso sono tornato qui e Milano vale più di un Triplete per me. Ho vinto tanto, è vero, ma la cosa più importante per me è aver trovato un posto in cui mi sento a casa. Il ricordo principale? Sono tanti anni… i più forti non sono legati alle partite, ma agli allenamenti. In Italia ho trovato una casa, alla Pinetina una seconda casa. Ho tanti ricordi, gioie e dolori, soprattutto negli allenamenti. Poi chiaro che la finale di Madrid e la semifinale di Barcellona hanno un posto particolare nel cuore. E’ più facile trovare similitudini che differenze tra il calcio argentino e quello italiano: noi in Argentina abbiamo il 60% delle persone che vengono dall’Italia, e questo molti non lo sanno. Ci sono tanti punti in comune. La grande differenza che trovo è che noi essendo un paese che vende, a 18 anni o sei fatto come giocatore o non hai speranze. In Italia si parla di giovani ancora a 25 anni, da noi no. Questa è una grande differenza. Poi se hai la fortuna di Javier spunti a 18 in Argentina e chiudi a 40 in Italia. Ma credo sia anche un discorso economico. Nel calcio prima c’era più ‘violenza’, ora danno subito un giallo a contatti leggeri. Il regolamento è cambiato. La grinta argentina? Io ho portato quello che avevo, la mia valigia aveva quello che aveva e l’ho sempre messa a disposizione del club, per rispetto di me stesso. Lo specchio ti dice sempre la verità. Tendenzialmente cerco di non dare le colpe ai ragazzi: possono avere grinta o altro, ma bisogna dargli le responsabilità. In Italia sento i ragazzi che fanno tutto il settore giovanile in una big per vincere e convincere, poi a 19 anni per diventare giocatori devono andare in Serie C o in Serie B per poi tornare nelle grandi squadre. E così non è facile. Io tendo a difendere il giocatore, c’è la gavetta ma da noi uno come Hernan (Crespo, ndr) ha deciso una Copa Libertadores a 21 anni. Lui era forte, ma ci vuole anche il coraggio di dire ‘vai’ al ragazzo. Lautaro e Dybala? Non sono giudice, è l’ultima cosa che farei in vita mia. Sono bravissimi, per fortuna li abbiamo e sono il presente e il futuro dell’Argentina. Per fortuna sia uno che l’altro sono in costante crescita, ogni volta uno è felice di vederli crescere e penso che sia il discorso della professionalità. C’è sempre da imparare e loro lo stanno interpretando bene, è un piacere vederli. Dybala ha una capacità di tiro nello stretto importante: giocate di classe, porta la palla al piede e calcia senza preparare il tiro, non arma tutto il gesto tecnico e riesce a dare forza e precisione. Lautaro si muove bene in area, una capacità meno visibile ma se arriva sempre lì vuol dire che è sempre pronto. La gente dice dice ‘gli è rimasta lì’, ma lui prima ha fatto dieci movimenti. Ha grande intelligenza. La difficoltà della Nazionale argentina? Il calcio è cresciuto in tutto il mondo, l’Italia è stata fuori dal Mondiale. E i Mondiali ci sono ogni 4 anni, quindi non corretto dire che non si vince da 20 anni. Vincere non è facile, ci sono tante nazionali competitive. Non penso che sia un problema solo dell’Argentina. A quale Mondiale sono più legato? Al 90’, anche se abbiamo perso la finale. Quello per me è stato il Mondiale da tifoso. Kempes, Maradona o Messi? Kempes è stato il primo eroe a vincere un Mondiale, Maradona è nato nella parte povera dell’Argentina e tutti si possono rivedere in lui nell’illusione e nell’idea di diventare, mentre Messi è cresciuto all’estero ed è stato più lontano dagli argentini. Poi c’è il discorso della non vittoria in nazionale, già affrontato prima. Ma Leo si sta godendo tutto l’amore che avrebbe meritato già da tanti anni fa. Sono stato compagno di Leo, quindi per questo lo vedo anche come meno mito. Maradona o Pelé? Su questo non c’è paragone (ride, ndr)”.
MILITO - “La doppietta di Madrid? Sono rimasto commosso anche io, lo sono ogni volta che ricordo la finale di Madrid. Sono i momenti più belli vissuti in carriera, mi vengono sempre grandi brividi. Cosa consiglio ai giocatori giovani argentini ora in Italia come Brunetta (centrocampista Parma, ndr)? Sicuramente avrà bisogno di tempo, come tutti. Lui è un giocatore giovane, ha fatto bene ed è bravo, ma ha bisogno di tempo. Il consiglio è di abituarsi il prima possibile all’Italia e al calcio italiano, che è molto difficile. Chi sarà il prossimo campionissimo dopo Lautaro? Noi abbiamo la fortuna che ogni tanto esce sempre un giocatore importante dall'Argentina. Lautaro è completo, ha dimostrato il suo valore e non è facile trovarne altri così. Ma ce ne sono altri come Reniero del Racing che può fare bene in ogni campionato. Il gol che ricordo con più affetto in Serie A? E’ difficile scegliere, per fortuna sono stati tanti. Ricordo il primo con il Genoa, contro l’Ascoli, nell’esordio in B nel 2004. Era il giusto impatto con il calcio italiano per mettermi in mostra al primo pallone toccato. Poi un altro importante è quello di Siena nel 2010 perché ci ha permesso di vincere uno Scudetto importante per noi (l’Inter, ndr). Ha un grande significato. Anche quello a Palermo, dice Cambiasso? Era l’1-1, stava per nascere mia figlia, mia moglie era in ospedale e ho rischiato di non giocare. Alla fine ho giocato la partita e ho fatto gol. Come vedo questa stagione? Vedo un campionato più equilibrato, anche se la Juve ha vinto. Ho visto una grande Inter, credo che il gap sia ridotto e mi fa piacere. Spero che possa lottare fino alla fine per lo Scudetto, deve farlo per la sua storia”.
CRESPO - “Le differenze che ho trovato come allenatore tra Italia e Argentina? L’Argentina esporta talenti, in Italia arrivano già pronti e questo significa un valore economico. In Argentina trovi un po’ di tutto, dall’emergente all’anziano che torna a ricevere applausi e gloria fino a chi non riesce a decollare. Una grande ‘insalata’ che per l’allenatore è una palestra enorme. Lautaro e Dybala? Lautaro sta giocando in una squadra top europea e questo lo deve rendere orgoglioso. Credo che abbia una mentalità e una personalità che gli permetteranno di essere il centravanti dell’Inter per tanti anni. Visti i grossi cambiamenti, Lautaro ha afrontato il passaggio dal Racing all’Inter: un grande salto anche a livello di vita. Dopo il primo anno da titolare all’Inter, per il suo bene e per quello dell’Inter, gli consiglio un po’ di stabilità. E immagino che Zanetti come dirigente i conti li faccia. Partire da un meno 20 gol che devi fare ti fa maturare e ti fa fare il salto di qualità anche dal punto di vista caratteriale. Se sono allenatore alla Conte o alla Ancelotti? Caratterialmente con Carletto ho condiviso tante esperienze, ma il modo di fare il mio lavoro è essere me stesso. Non conosco bene Antonio, ma ha molta personalità e sa quello che vuole. Ha portato l’Inter ad essere competitiva dopo anni, tanto di cappello. Umanamente mi trovo più vicino a Carlo per le esperienze condivise”.
VERON - “Non ho fatto l’allenatore, ma sono vicino a chi lavora sul campo. Il calcio è uno, quando sei fuori dal campo hai più possibilità di vederlo dall’alto. In campo decifrarlo è più difficile, anche se noi siamo abituati. L’allenatore ha questa cosa di convincere 30 ragazzi a portare un’idea sul campo, ed è molto difficile. Forse la cosa più difficile che c’è e ho stima per chi sceglie questa carriera. Da dirigente per me non è semplice, ma comunque è un ruolo in cui trovi e gestisci la passione, soprattutto qui in Argentina. Poi devi mettere in un foglio una serie di idee che hai per trovarti dentro il tuo stesso progetto, dove le cose devono incastrarsi bene. Il calcio italiano? Per me ha sempre avuto la forza per essere il campionato più difficile al mondo e si è addormentato su quello. Poi quando si è svegliato è stato superato da quello inglese e spagnolo, si sono aperte più strade per i calciatori e ha perso un po’ quel fascino che comunque ha sempre mantenuto. Il calcio italiano per me rimarrà il migliore che si possa trovare, ma oggi ha trovato nuovi allenatori, nuove idee. Si è lasciato il calcio duro, si è avvicinato più alle idee di quello spagnolo e si vede anche in Nazionale. Tra qualche anno ci sarà di nuovo quel calcio che a me ha portato a dire ‘sono nel calcio più difficile’. Oggi è su quella strada. Quanto è importante la cattiveria? Non solo quella. Il giocatore è cattivo, poi dipende dalla fame che porti addosso. Dalla voglia di diventare il migliore. Se non hai fame, puoi essere cattivo ma alla fine sarai solo uno in più. Per essere un campione e fare strada in grandi squadre, oltre ad essere cattivo, ti serve la fame di vincere. In chi mi rivedo nel calcio di oggi? Se mi scappano i nomi è per colpa dell’età, ma c’è un ragazzo come Correa che conosco da ragazzino e ha tanta qualità anche se gioca più avanti rispetto a me. E’ chiaro nelle giocate, veloce e ha un buon calcio. Può migliorare e ha caratteristiche simili alle mie, anche se io potevo giocare più arretrato rispetto a come gioca lui oggi”.
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Autore: Stefano Bertocchi / Twitter: @stebertz8
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