Nella settimana che porta al derby di Milano, l'ex attaccante dell'Inter Roberto Boninsegna si è raccontato in esclusiva a FcInterNews, svelando aneddoti e retroscena della sua carriera. Molte anche le considerazioni sul momento attuale dei nerazzurri.
Lei è cresciuto nel vivaio della Grande Inter, ma Herrera le precluse il salto in prima squadra: resta ancora oggi un rimpianto questo per lei?
"Certamente. Fui bocciato dal Mago, mi allontanai per sei anni da Appiano. Quando successivamente Herrera tornò all'Inter nel '70, mi disse che non era stata colpa sua, bensì di Allodi. Ma in realtà la responsabilità se la son 'palleggiata' a vicenda. Tant'è che Corso disse: 'Il nostro problema è il centravanti, ce ne avevamo uno in casa e lo abbiamo mandato via'. Per me quella è stata inizialmente una sconfitta, perché l'Inter vinse tutto in quegli anni. Ma riuscii comunque a riemergere, per poi rientrare dalla porta principale".
In seguito, appunto, tornò a Milano.
"Ritrovai un'Inter che già perdeva pezzi rispetto all'ossatura che l'aveva consegnata ai fasti della storia: Suarez era alla Sampdoria, Corso al Genoa, Guarneri al Bologna, Burgnich al Napoli... D'altro canto, entravano dei giovani importanti: penso a Bellugi, Oriali, Marini. In quel periodo lì c'è stato un bel ricambio generazionale".
Prima del riapprodo in nerazzurro, ha costituito una coppia da sogno con Gigi Riva a Cagliari...
"Esatto. In Sardegna ho vissuto tre anni splendidi, tanto da conquistare la Nazionale. Nei primi due anni con Riva dormivamo in camera insieme, poi mi sono sposato e ho preferito mia moglie (ride, ndr). In campo, ogni tanto, qualche vaffa è partito, ma ci sta. Lui usava solo il mancino, inevitabilmente io nella coppia d'attacco dovevo giocare a destra. Sono stati comunque anni meravigliosi".
Poi, d'un lampo, il ritorno all'Inter.
"Nell'estate del '69 il presidente Scopigno si presentò e disse che eravamo arrivati secondi perché l'organico era ridotto, così arrivò alla conclusione che per fare cassa uno tra me e Riva dovesse andar via. Io gli dissi: 'Guardi, a Cagliari sto bene ma, se devo far le valigie preferirei ripresentarmi all'Inter'. Lui mi accontentò".
Nel '70 arrivò la grande chiamata azzurra: quale ricordo conserva di quei Mondiali?
"Anche lì ci fu un fatto strano: inizialmente non venni convocato, al punto che mi stavo allenando in disparte ad Appiano Gentile. Poi arrivò la notizia dell'infortunio di Anastasi. Il giorno dopo partii, destinazione Messico. E giocai tutte le partite da titolare, segnando in semifinale ed in finale".
Italia-Germania 4-3: la partita del secolo.
"Gara indimenticabile. La bellezza di quella semifinale sta nei supplementari: se non avesse segnato Schnellinger, sarebbe finita 1-0 grazie al mio gol. Ma poi ci fu un'alternanza incredibile di reti messe a segno: cinque gol in mezz'ora, spettacolo puro. Riuscimmo a battere una grande Germania, con ottimi campioni. Siamo passati alla storia".
E poi, la finale con il Brasile...
"Anche qui c'è un retroscena: si andò all'intervallo sull'1-1, noi ci credevamo. Ma dopo fu commesso un grande errore: Valcareggi era fissato sul fatto che Mazzola e Rivera non potessero giocare insieme, invece secondo me potevano coesistere. Il rossonero partì in panchina, al punto che Pelè disse: 'Se gli italiani in finale di Coppa del Mondo non schierano il Pallone d'Oro, chissà che squadra hanno'. Valcareggi lo inserì a 6' dalla fine, sul 3-1: forse era un po' confuso".
La sua epoca fu segnata dai soprannomi: ricorda ancora la 'partita della lattina'?
"A dir la verità, non mi ricordo tanto, perché fui stordito. Perdevamo 2-1, avevo appena fatto gol quando mi sentii arrivare in testa una lattina di Coca Cola dagli spalti. Una volta svenuto fui portato negli spogliatoi, dove di tanto in tanto sentivo il pubblico urlare. Finì con una disfatta, ma i miei compagni mi rassicurarono: l'arbitro gli disse che la gara per lui era finita nel momento della mia sostituzione. Difatti si rigiocò".
Stagione 1970-71: scudetto e titolo capocannonieri per lei. Mica male...
"Eh, fu una bella soddisfazione. Quel campionato passò alla storia per il cosiddetto 'scudetto del sorpasso'. Per me quell'annata fu una doppia gioia".
Una sua opinione sull'attuale bomber nerazzurro Mauro Icardi?
"In area lo vedo molto bene, a volte si estranea un po' troppo dal gioco ma quando gli capita la palla buona non sbaglia. Sa finalizzare, l'Inter per il gioco che propone ha bisogno di lui, tant'è vero che in queste ultime giornate si è sentita la sua mancanza. Credo sia un calciatore tanto intelligente quanto importante per i nerazzurri".
Adesso per l'Inter si parla di Lautaro Marinez: lo conosce?
"No, devo esser sincero. Rimandiamo il giudizio, aspettando di vederlo esprimere le proprie doti in Italia".
Come giudica l'andamento stagionale dei nerazzurri?
"Non è facile spiegarsi questa metamorfosi incredibile: nove punti nelle ultime dieci partite, una media da zona retrocessione. Bisognerebbe esser dentro l'ambiente per potersi spiegare il perché. C'è qualcosa che non quadra: una squadra come l'Inter non può giocare così male, contro il Benevento i tifosi hanno fischiato dal primo all'ultimo minuto. Per fortuna siamo riusciti a conquistare i tre punti grazie ai due stopper Skriniar e Ranocchia, questo fa ben sperare".
Spalletti, a suo avviso, ha colpe?
"Quando le cose vanno male, la responsabilità si divide in egual misura tra la società, l'allenatore e la squadra. Quando si vince lo si fa tutti insieme, lo stesso discorso deve valere nei momenti di difficoltà".
Adesso i nerazzurri sono attesi al varco per la stracittadina contro i cugini rossoneri.
"Il derby è sempre una bellissima partita, va sempre fuori da ogni logica e risultato. Troviamo un Milan carico che sta facendo degli ottimi risultati, ma questo conta fino ad un certo punto: dobbiamo affrontarlo con grinta, carattere e preparazione. Sarà fondamentale l'aspetto psicologico: è la partita dell'anno, può stravolgere il campionato. Bisogna cercare di vincerla".
Discorso Champions: chi vede favorito?
"Attualmente tra tutte le squadre candidate sta giocando meglio la Lazio, però tutto dipenderà da noi. Sarebbe un guaio non centrare la qualificazione in Champions".
Quando parla dell'Inter utilizza il 'noi': tifa ancora per i nerazzurri?
"Io sono nato interista, anche quando giocavo nell'oratorio in parrocchia indossavo la maglia dell'Inter sotto a quella del Sant'Egidio. Ancora oggi la Beneamata per me viene prima di tutto: quando gioca vicino Mantova la vado a vedere: sono andato a Ferrara, a Reggio Emilia, a Verona... Ogni tanto vengo anche a Milano".
Cosa si nasconde, allora, dietro il suo trasferimento alla Juventus nell'estate del '76?
"Purtroppo allora c'era il vincolo, non si poteva rinunciare. La cessione ai bianconeri è stata come una pugnalata al cuore per me, che come ripeto sono nerazzurro da sempre. Per me quella è stata una sconfitta, ero incazzato ed arrabbiato. Anche se devo dire che a Torino ho vissuto tre anni ricchi di successi: ho vinto due Scudetti, una Coppa UEFA ed una Coppa Italia. Perciò meglio di così non poteva andare, anzi, se devo dire una cattiveria, ringrazio quelli che hanno convinto Fraizzoli a mandarmi via".
In generale, dunque, si può dire che il suo rapporto con l'Inter sia stato un po' un amore impossibile.
"Esattamente. Sono sempre stato trattato male da questa società, da Herrera a Fraizzoli. Quest'ultimo, quando mi comunicò la cessione, mi disse: 'La società vuole venderti'. Io gli risposi: 'Guardi che sopra di Lei non c'è nessuno, per cui se Lei non vuole cedermi io resto qui'. Ma non ci fu verso".
Il 9 marzo si festeggeranno i 110 anni di storia dell'Inter: lei prenderà parte alla cerimonia?
"Certo, sono stato invitato e parteciperò".
Autore: Andrea Pontone / Twitter: @_AndreaPontone
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