Ci sono serate in cui non avresti proprio voglia di scrivere niente, da tanto ti girano le palle. E ti vien da dire la solita Inter, il solito braccino, la solita mediocrità, la solita musica, il solito copione.

Eppure non è esattamente così. Eppure, in campionato, questa squadra sta dando più di quanto fosse lecito attendersi. Eppure, per quanto visto fino ad oggi, era lecito aspettarsi qualcosa in più nella sfida decisiva col Barcellona, di fronte ad un pubblico chiamato a gran voce da Conte e che non si è fatto pregare due volte per riempire il Meazza; oltre duecentomila spettatori tra Spal, Roma e Barça. Una prova d’amore che nessun’altra tifoseria in Italia può solo lontanamente avvicinare. Invece il giochino si è inceppato sul più bello, frantumandosi in mille pezzi che adesso il tecnico salentino dovrà essere bravo a rimettere insieme. Perché serate come questa possono lasciare il segno nelle menti di calciatori che, ancora una volta, si sono spaventati di loro stessi prima di tutto e di tutti.

Inutile vivere nel passato, inutile ripetersi come sarebbe andata se con lo Slavia non avessimo fatto una partita al limite della decenza, offrendo uno spettacolo poco decoroso pur gettando alle ortiche perlomeno quattro occasioni da rete spaziali. Né, tantomeno, è utile ripensare a quel secondo tempo senza un senso a Dortmund, dove sei riuscito a buttare via una partita praticamente vinta e che, numeri alla mano, ti avrebbe fatto andare avanti nell’Europa dei grandi con un turno d’anticipo. La realtà è quella dell’ennesima serataccia da dimenticare al Meazza, come un anno fa contro un timido e debole PSV. Sì, insomma, è cambiato il manico ma la sostanza, nella massima manifestazione continentale, no. E non riesci a darti una spiegazione; o, meglio, una spiegazione te la puoi dare se pensi al centrocampo con cui hai affrontato il Barcellona, senza i due titolari, con una riserva fuori. Praticamente in tre per tre posti, senza ricambi in panchina e limitati tecnicamente in maniera esponenziale. Ma c’erano quelli che si lamentavano per la mancanza di Messi, lasciato a casa in una delle serate inutili a cui i catalani sono abituati vincendo il proprio girone quasi sempre con una o due giornate d’anticipo. Sì, davvero, si lamentavano; senza ricordare che l’Inter, in campo, ci andava con i giocatori contati, stanchi, sfibrati, sfiatati e, cosa più importante, senza la rosa degli avversari.

Perché il punto sta qui; serve a poco girarci intorno, per l’ennesima volta la sensazione è quella di una squadra con poca personalità, al netto di occasioni sprecate, paratissime del portiere avversario ed errori o orrori marchiani, probabilmente punita oltre misura dai catalani che hanno fatto una gita a Milano, magari qualche spesuccia in Montenapoleone, affrontato la gara in scioltezza, senza pressione, vinto forse nemmeno loro stessi sapendo come, ma poco importa.

Suning, dopo aver rimesso in ordine conti e conticini, dopo aver traghettato la Società fuori dalle sabbie mobili del ridicolo e risibile fair play finanziario, ha iniziato un’operazione che vorrebbe portare l’Inter ai fasti di un decennio fa, e sembrano passati trent’anni. Il progetto è intrigante, ottima la scelta di chi deve dirigere i calciatori dalla panchina, ma la materia prima latita; nel senso che va bene tutto, grazie di tutto, adesso però, una volta sistemato il contorno, vanno fatti acquisti mirati. D’accordo il ragazzo di prospettiva, personalmente sono il primo a sostenerlo, ma la realtà, la quotidianità, racconta di portare in nerazzurro giocatori pronti, senza paure o braccine corte, incazzati quel che serve e con la cattiveria giusta nei momenti giusti. Non mi va di fare classifiche di demerito, sarebbe troppo facile trovare capri espiatori in almeno sei undicesimi della squadra, né di intentare un processo alle intenzioni per la testardaggine con la quale Antonio Conte porta avanti il discorso della difesa a tre, ancora una volta puntualmente bucata con palla a terra per vie centrali; perché Godin a tre non è la stessa cosa, Skriniar pure, gli esterni sono timidi, spesso impacciati e il centrocampo, quando non fa filtro, quando ha mancanze importanti, non regge l’urto degli avversari, se l’asticella di chi ti trovi di fronte si alza.

A dir la verità spiace; perché la squadra ha dato, senza il minimo dubbio, tutto quanto aveva da offrire ai propri tifosi. Perché sarebbe ingiusto, poco edificante e del tutto senza senso buttare nel cesso cinque mesi di gran lavoro per una sconfitta, seppure dolorosa, per di più in totale emergenza. Ecco, come scritto poco sopra, spero questa serata racconti a chi di dovere una prerogativa dalla quale è obbligatorio e necessario ripartire; acquistare, investire, puntellare la rosa. Con gente dal rendimento sicuro, non con ventenni che poi forse, magari, domani, chissà.

Detto ciò domenica sera sarò davanti alla tv a soffrire, gioire, incazzarmi, urlare ed esultare; perché sono interista, perché esserlo è bellissimo, anche dopo il Barcellona, perché credo in questi ragazzi e in chi li guida. Ci sono altri traguardi da raggiungere, l’anno è nemmeno a metà, quindi rialziamoci in fretta, senza paure.

Alla prossima.

Sezione: Editoriale / Data: Mer 11 Dicembre 2019 alle 00:00
Autore: Gabriele Borzillo / Twitter: @GBorzillo
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