Il racconto di Cristian Chivu a Cronache di Spogliatoio, dopo l'anticipazione offerta nei giorni scorsi, è ora proposto in versione integrale. Nel dialogo con Emanuele Corazzi, dopo la sua visione legata al sentirsi ancora un apprendista, prosegue spiegando di non avere la percezione di avere ancora tutta la vita davanti per allenare: "Lo dico perché so che questo è un mondo che ti può togliere tanto dal punto di vista di come stai percependo determinate cose; il rischio di mettere determinate maschere in determinati momenti. Questa cosa non mi piace, quando verrò risucchiato da questa parte che non mi piace credo che dirò basta. Non penso di avere una vita davanti, vivo quello che sono oggi per preparare meglio il domani, ma non mi sono dato cinque, dieci o venti anni di mestiere perché prima o poi si casca nel momento in cui devi mettere la maschera per vari motivi. Io cercherò di non farlo".

Due anni fa parlasti con noi senza panchine in Serie A.

"Ero anche più giovane e avevo meno capelli bianchi. È cambiato poco, devo citare due cose: l'opportunità concessami dal Parma, per poi proseguire con quella all'Inter. Un anno e mezzo di panchine da allenatore professionista in Serie A, questo è cambiato. Ma dal punto di vista umano non è cambiato nulla: ho sempre la stessa passione e ambizione, credo di essere sempre la stessa persona. Continuo a fare del mio meglio, ad essere la migliore versione che posso essere trasmettendo passione e amore per il calcio".

A volte ti svegli e non sai dove sei.

"Sì, specie quando giochiamo ogni tre giorni. Ed è una bella situazione, perché alleno una squadra che preferisce giocare invece di allenarsi una settimana intera. Però per noi e lo staff è dura, appena finisce una partita pensi alla prossima perché in meno di 72 ore devi giocare di nuovo. Dopo sei partite non sai dove sei, se hai preparato la fase difensiva o offensiva. La cosa ti sbalordisce per bene".

Cosa fai per allentare la pressione? E quanto ti aiuta tua moglie?

"Se sono riuscito a trovare una stabilità è grazie all'amore della famiglia che mi ha accompagnato in questo anno e mezzo non semplice dal punto di vista delle aspettative e anche delle responsabilità sul piano personale. Ho la fortuna di avere una moglie che mi toglie tanto extra-calcio, che è incuriosita dal mio mondo e che cerca di consigliarmi cose funzionali. È partecipe, vuole condividere i momenti e a volte mi cazzia per come rispondo ai giornalisti o per le cose che vede da bordocampo tipo gli sputi, dettagli che per lei contano. Certe cose restano dentro, io penso di essere uno di quelli che sputa meno. Loro da fuori vedono le cose che noi non riusciamo a controllare".

Quest'anno sei più sicuro di te.

"Ho imparato a essere più stabile nelle mie incertezze. Il successo e l'insuccesso sono due bastardi che tratto sempre alla stessa maniera. Non paragono niente, non mi esalto se le cose vanno bene e non mi deprimo se non vanno come vorrei".

Il non ritiro prima della partita è un atto di coraggio.

"No, non so se ci vuole coraggio. Ci vuole comprensione per quello che riguarda il mondo calcio. Non mi piace l'integralismo, mi piacciono le idee nuove per la gestione di una partita. Non alleno per la mia coscienza, ma per i miei ragazzi, per quello che vedo e per la sensibilità che ho in determinate situazioni non aggiungendo cose che potrebbero togliere energia ed entusiasmo. Non mi interessano i giudizi, quella decisione la presi perché sapevo quanto avessimo sprecato nel 2-2 col Napoli e allora mi interessava di più il recupero subito dopo la partita poi la rifinitura puoi anche saltarla soprattutto per le energie mentali. Ho sottovalutato quello che abbiamo sprecato sul piano mentale quest'anno col Napoli nel tentativo di recuperare la partita dove eravamo sotto 2-0, andando poi a Madrid dove qualcosa durante la partita come energie ci è mancato. Avrei dovuto dare una mezza giornata al gruppo, col senno di poi penso che avrebbe fatto bene a tutti".

Hai portato concetti tuoi, specie sulla gestione dei cartellini gialli che hai voluto diversa rispetto al passato.

"Non giudico il passato, giudico quello che sono io e come valuto i cartellini. Ma ho fatto anche io scelte forti con due difensori ammoniti dopo mezz'ora decidendo di levarne uno per non compromettere l'integrità della squadra. Non cambio l'ammonito, ma non parto dall'idea che l'ammonito vada cambiato subito per paura di restare in dieci. Io voglio responsabilità dai miei giocatori, specie i difensori hanno esperienza e sanno giocatore con un giallo sulle spalle. Poi se prendono il secondo giallo pazienza, mi prenderò sempre io la responsabilità. Ma non è mai facile giocare come difensore sapere che con un giallo vieni sostituito perché stacchi la spina; magari mancano venti minuti prima dell'intervallo, pensa che potrebbe essere sostituito e fa dei danni alla squadra. Sono stato chiaro: ci sono momenti dove un ammonito verrà tolto in base a ciò che fa in campo in quei minuti, poi mi prendo io la responsabilità".

Quanto è difficile fare uscire un giocatore dalla comfort zone?

"Se vuoi crescere devi farlo. Ci sono mille sfumature da accettare, in campo e fuori. Mi piace questa sfida ma deve piacere anche a loro, perché ti fa vedere quello che sai di te da un'angolazione diversa. Devi accettare questi cambiamenti, perché pretendo che sia tu che devi accettare tutto. La cosa piace al gruppo, mantiene l'entusiasmo che serve per portare avanti la stagione".

Ti piace giocare?

"Sì, il calcio ha l'attrezzo in mezzo e bisogna fare determinate cose quando sei in possesso. Quando non ce l'hai devi fare le cose giuste per recuperare la palla il prima possibile".

Anche perché sulla fase di non possesso bisogna lavorare.

"Non posso giudicare da tre partite giocate sin qui il lavoro che stiamo facendo da un anno. Siamo all'inizio della stagione, abbiamo fatto errori individuali e collettivi che ci hanno portato a subire gol, qualcosa che nessuno di noi voleva. Ma quello che ho guardato sempre con fiducia e orgoglio è stata la reazione a quello che abbiamo subito. Tre partite dove siamo andati sotto di due gol le abbiamo portate a buon fine, prendo quanto di buono abbiamo fatto sapendo che dobbiamo migliorare molto quando non abbiamo l'attrezzo".

Avere l'attrezzo è fondamentale in Europa?

"Dipende. Dipende dal momento della stagione, da quello che sei riuscito a costruire, dalla fiducia. L'Europa è un'incognita specie più avanti perché non sai come finiscono le partite. Avere il dominio della palla non ti porta a vincere, bisogna avere l'equilibrio giusto nel fare tutte e due le cose specie in Champions dove la qualità individuale è molto alta, trovi squadre preparatissime con giocatori che ti possono mettere in difficoltà per qualità e per quello che rappresentano. Bisogna trovare il giusto equilibrio senza perdere identità, piano gioco ed autostima".

Gli inglesi calciano forte. Come stanno Jones, Stones e Spence?

"Spence lavora da una settimana col gruppo e non ci sono cose che non possa fare. Jones è sempre stato presente e Stones sta facendo la riatletizzazione, sta meglio anche lui. Non sono calciatori diversi da noi, abbiamo scelto persone che assomigliano molto al nostro modo di essere e di fare. Jones e Spence si sono calati benissimo in quello che è questo gruppo, sotto ogni punto di vista. Anche gli altri lo hanno percepito. Stones è più serio ma è una persona meravigliosa; ci fa piacere averlo, per l'esperienza e ciò che rappresenta come giocatore può darci tanto sotto tutti i punti di vista".

Josep Martinez ha bisogno di chilometri.

"Tutti hanno bisogno di chilometri, specie i portieri. Il giudizio dopo un errore nel calcio diverge da sport come il tennis, centinaia di persone giudicano un errore come fosse la fine del mondo. E non è giusto, il portiere è la persona più predisposta ad essere giudicato per quello che fa in campo. Magari un attaccante se sbaglia a tu per tu col portiere non viene giudicato allo stesso modo, anche se ha sbagliato un gol che poteva decidere una partita. Invece un portiere viene giudicato in maniera drastica. Non è semplice per un portiere mantenere quell'autostima e quella forza mentale per reagire. Io guardo come si reagisce dopo un errore, i miei uomini hanno sempre reagito alla grande dopo un errore. E uno come lui che si prende la responsabilità degli errori, mantiene un livello di professionalità importante e si mette a disposizione del gruppo per me è più che pronto".

E in tal senso la convocazione nella Nazionale spagnola può averlo aiutato, è un attestato di stima.

"Speriamo abbia aiutato anche la percezione di chi da fuori lo giudica", afferma con un sorriso.

Diouf vuole giocare a centrocampo.

"A me non lo ha detto... Non so se lo ha dichiarato, ho imparato che le parole a volte vengono messe fuori dal contesto e si fanno i titoli; ho imparato ma lo sapevo già. Il ragazzo è applicato, cerca di fare del suo meglio nel dare alla squadra ciò che serve nei momenti di una partita che affrontiamo. È curioso, ha voglia di migliorare, passiamo molto tempo in sala video a livello individuale per fargli capire certe cose specie quando non si ha la palla. Lo vedo molto attento, poi è ovvio che si tratta di far giocare un giocatore in un ruolo che non ha mai fatto, che non è predisposto nel fare certe cose in fase difensiva. Ma per l'applicazione, la voglia di giocare e migliorare è da dieci e lode sotto tutti i punti di vista. È un processo lungo, serve tempo e serve fare errori perché gli errori ti portano a fare miglioramenti prima possibile senza perdere di vista il fatto che si sente un centrocampista. Questo glielo do, perché per come è costruita questa squadra l'energia che ci dà quando è in possesso palla e la spensieratezza quando vede la porta avversaria sono caratteristiche che non abbiamo".

Poi è uno che calcia tanto.

"Deve farlo meglio. A volte va anche sul destro che è una cosa che mi piace, ha padronanza nel piede debole. Deve trovare le soluzioni nell'imbucarsi o nel mettere l'attaccante davanti alla porta o nel cercare un dai e vai; però le cose le sa fare, non è facile accettare di giocare in un ruolo non tuo, in una squadra come l'Inter dove se fai un errore vieni giudicato come se fossi l'ultimo della terra, dove sappiamo tutti la percezione dell'anno scorso. Ha una forza caratteriale spaventosa, tutto quello che è successo l'anno scorso poteva ammazzare tutti ma non lui; ha fatto mesi e mesi senza alzare lo sguardo o la voce, non ha mai mancato un allenamento. Sono contento che possa fare vedere le sue qualità al servizio della squadra. E sono contento sia stato convocato in Nazionale, arrivare a giocare per la Francia non è semplice. Sono stracontento del suo lavoro e dei margini di miglioramento che ha".

A che punto è la crescita di Pio Esposito?

"Cresce, cresce bene. Cresce giocando, facendo la differenza, essendo decisivo con noi e in Nazionale. Ha un'autostima che gli permette di mantenere i piedi per terra, consapevole di avere margini di miglioramento. Non lo considero un giovane, ma fa la Serie A da un anno. Ha fatto vedere di essere rimasto sulla strada della crescita e che coi gol che ha fatto sa martellare da solo per la sua crescita individuale". 

C'è chi fa pressione vera e pressione accennata. Lautaro sta dando una dimostrazione incredibile in tal senso.

"Non solo lui, anche Thuram ed Esposito. Hanno capito che fare la pressione in un determinato modo aiuta a recuperare meglio il pallone e a difendere un pelino più alto. Abbiamo la convinzione di fare quello che è utile alla squadra, se no è inutile pretendere determinate cose se non vengono fatte per convinzione. Per me è un piacere vederli accompagnare i compagni in pressione, perché so che indirizzeranno il pallone da una parte e ci permetteranno di recuperare palla prima possibile. Poi possiamo sbagliare le pressioni, per la bravura dell'avversario o perché arriviamo in ritardo; ma a me interessa quella reazione, come torniamo a fare un blocco compatto nella ricerca di recuperare la palla".

Come vedi Stankovic? E soprattutto dove lo vedi?

"Per me è un play, davanti alla difesa. Può anche fare il mediano se costruisce a due. Ha un bel piede, deve migliorare nei tempi di gioco. Però parliamo di un giocatore che ha iniziato il suo percorso due anni fa mostrando coraggio nell'andare a giocare in Svizzera. Poi l'anno scorso ha fatto la Champions. Non bisogna considerarlo, a volte mi rimprovero anche io perché lo conosco da quando era bambino; non è giusto, l'anno scorso ha fatto tanti gol in Champions e ha vinto il campionato col Brugge. Per me è tuttora da Inter, davanti ha un Hakan Calhanoglu che sappiamo cosa significhi per questa squadra e un Piotr Zielinski che consideriamo un play. Deve mantenere quel ritmo e quella voglia di migliorarsi, poi sono sicuro che prima o poi lo vedremo all'opera".

Il modulo lo cambi poco, è questione di giocatori?

"I principi non cambiano, i moduli cambiano. Possiamo costruire a tre o a quattro, abbiamo varie modalità di difendere magari con un 4-4-2; dipende dall'avversario e da cosa adottano contro di noi. I principi devono rimanere gli stessi, come recuperare la palla il più presto possibile. Poi puoi attaccare affiancando una punta all'altra, oppure mettendone una sotto l'altra; o magari usi due mediani. Cambiamo per principi in base a quello che l'avversario vuole fare. A volte ti sorprendono perché magari con noi cambiano approccio rispetto alle partite precedenti, ti aspettano di più. Ma avendo i principi allenati sappiamo trovare soluzioni senza aspettare l'intervallo".

Qual è il tuo approccio come comunicazione? 

"Facile dare giudizi senza sapere il contorno. Non posso controllare le opinioni, mi scivolano addosso le cose che non mi interessano e sono molto attento a quelle che mi interessano".

Sai bene l'inglese.

"Ho studiato, poi l'ho migliorato quando ero all'Ajax pur avendo imparato l'olandese. Mi torna facile cambiare dall'italiano all'inglese sapendo che c'è gente che non conosce ancora bene la lingua italiana, mentre parlo in italiano mi rendo conto che alcuni non capiscono e devo spiegare anche a loro. Si perde tempo ma capiscono tutti. Anzi, penso che dovrei farlo più in inglese perché lo parlano tutti".

Hai qualcosa che vuoi portare o segui l'istinto?

"Non sono libero di dire ciò che voglio o penso a volte. Bisogna capire il messaggio da trasmettere, però ho questa libertà anche senza perdere di vista la mia responsabilità. Non cambierò la cultura nel calcio, non cambierò il modo di esprimersi ma nemmeno i miei valori e i miei principi e ciò che è utile trasmettere in certi momenti".

Com'è stato reincontrare Mourinho?

"Ci siamo visti poco, le partite Champions ti levano un sacco di tempo per gli impegni mediatici. Ma ci siamo sentiti al telefono e coi messaggi, mi ha fatto piacere rivederlo, ci siamo augurati il meglio per la stagione".

Ti sei riposato in estate?

"Io riposo veloce, dopo pochi giorni sono come nuovo. Anche grazie alla mia famiglia che mi trasmette tanta energia. Sono andato a Miami a vedere le partite del Mondiale. Vacanza, lavoro, tanto tempo per la famiglia che non riesci a dedicare durante la stagione".

Sezione: In Primo Piano / Data: Mer 07 ottobre 2026 alle 15:40
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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Christian Liotta
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Giornalista dal 2011, segue l'Inter come a suo tempo Peppino Prisco servì l'Inter e quando può gira l'Italia per lei. Da anni è la voce (scritta) delle partite della squadra nerazzurra.