Buon 31 maggio, interisti.
Sembrerà strano come augurio, ed effettivamente lo stupore è comprensibile. Eppure nell'intento di celebrare la data odierna, questa non esattamente dolce come ricorrenza per gli interisti, non c'è un sadico tentativo di rigirare una lama in una ferita da poco cicatrizzata, al contrario quello di porre l'accento su quanto necessario talvolta sia cadere, seppur facendosi malissimo. Era il 31 maggio di un anno fa e l'Inter, reduce da quattro gare, tra quarti di finale e semifinale, da brividi che giustificavano quel pizzico di arroganza con la quale gli oggi campioni d'Italia (ma non all'epoca, quando l'obiettivo Tricolore era sfumato all'ultima curva sul più bello) si erano presentati all'Allianz Arena di Monaco di Baviera. Stadio in cui qualche mese prima Davide Frattesi aveva pigiato sul tasto play dei sogni e stadio in cui da quei sogni l'Inter è stata brutalmente risvegliata.
Un risveglio da coma per gli interisti presenti tra le mura di uno stadio diventato la casa di un claustrofobico incubo durato poco più di novanta minuti ma rimasto indelebile per il resto dei giorni a venire. Uno, due, tre, quattro e persino cinque gol del PSG, a zero per un'Inter, uscita dall'Allianz demolita sotto tutti i punti di vista. Ma la realtà della notte di Monaco aveva superato di gran lunga la fantasia e il canovaccio recitato in Baviera non era stato preventivato neanche lontanamente dal più ardito degli scommettitori, tornati però in forma smagliante già all'indomani del match quando a piovere come gol dei parigini a Monaco erano le previsioni di sparigliamento totale delle file nerazzurre che sì, qualche giorno dopo sono andate incontro ad una rivoluzione partita dal trasferimento in Arabia di Simone Inzaghi, dilaniato da una stagione comprimente e asfissiante all'ennesima potenza, ma finita a ritrovare la bussola proprio grazie a quel 'novellino' Cristian Chivu al quale Marotta &co hanno scelto di affidare il progetto tecnico della squadra vicecampione d'Europa. La scelta che sulle prime era apparsa come un vero e proprio tentativo alla cieca di salvare il salvabile in pieno naufragio si è rivelato essere stato il brutale cambio di rotta che ha messo di fatto in salvo l'equipaggio.
Coraggio, ardore e eccezionale manualità hanno fatto di Chivu il capitano perfetto al comando di un timone al quale è riuscito a dare stabilità. Certo non senza scossoni e complicazioni iniziali, ma che hanno fatto del ritorno dal Mondiale per Club la partenza della grande navigata verso la conquista di un Double che ha un valore ben più alto e profondo di due semplici trofei in più nella grande sala dell'HQ in Viale della Liberazione. Con la manualità di un nostromo e la sensibilità di uno psicologo, il tecnico di Resita è entrato in punta di piedi alla Pinetina e altrettanto nelle menti dei suoi ragazzi, pettinando delicatamente i loro pensieri e lasciando che la luce pian piano tornasse a farsi strada tra i tanti ingarbugliati fili che pian piano, con zelo, è riuscito a districare. Lo ha ammesso lo stesso Dimarco: "Già al Mondiale per Club mi ha detto delle parole forti perché sapeva che avevo bisogno di ritrovare la fiducia che avevo perso. Devo dire che piano piano con le parole e il lavoro ho riacquistato autostima e fare questa stagione qua".
E così è stato. Passo dopo passo, giorno dopo giorno, instillando goccia dopo goccia una leggera dose di autostima e fiducia in se stessi che gli interisti presenti a Monaco avevano lasciato tra le mura dell'Allianz quella notte di un anno fa. Emblematiche le lacrime a fine partita di Lautaro Martinez rimasto, come a Istanbul, con lo sguardo intontito, attonito, pieno di lacrime che copiose gli rigavano il volto, ma con dignitoso e fiero dolore che non ha mai nascosto e di cui al contrario si è assunto il peso sotto gli occhi, altrettanto pieni di lacrime e incredulità, della sua gente e del mondo intero, pronto a inveirgli contro. Quelle lacrime, quel dolore, Lautaro sapeva, erano gli stessi di un popolo intero, vicino e lontano, a Monaco o a San Siro, sui divani o per le strade... E lui era il primo a provarlo e a mostrarlo senza remore, timori, vergogna. Lacrime che un anno dopo il capitano ha trasformato, insieme al resto di compagni e gente, in gioia, estasi, felicità e sorrisi che hanno definitivamente sanato la ferita di quella notte all'Allianz Arena di Monaco di Baviera, dove l'Inter è diventata piccola piccola contro un immenso Paris Saint Germain che ieri peraltro ha vinto la sua seconda Champions, toccando uno dei punti più dolorosi della sua storia. Lì dove indifesa, tramortita, dissolta, e chi ne ha più ne metta, è stata raccolta da chi di quel dolore ha saputo tirar fuori lo spirito di sopravvivenza prima e la voglia di tornare a vivere e correre dopo. E se è vero che vale la pena celebrare le date felici, altrettanto doveroso, a questo punto, è ricordare quelle meno liete. Per ricordarsi che non importa quanto in basso si possa andare finché c'è qualcuno disposto a farti tornare la voglia di risalire. Per ricordarsi che dopo Monaco c'è stata Piazza Duomo e che la festa 'Double' di Piazza Duomo è arrivata, probabilmente, anche grazie alla notte di Monaco.
E allora, buon 31 maggio interisti. A chi quella notte è precipitato e due settimane fa risalito.
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