"Io non ce la faccio a essere Mourinho in due campionati: ho bisogno di più tempo per fare qualcosa”. Nella conferenza stampa fiume andata in scena dopo la vittoria conquistata dall'Inter sull'Udinese sabato scorso, Luciano Spalletti si è smarcato sapientemente dall'ombra ingombrante dello Special One, condottiero del Triplete, chiedendo all'ambiente un periodo di rodaggio superiore a quello concesso all'illustre collega per provare a mettere in bacheca qualche trofeo. Richiesta lecita e sacrosanta in un periodo in cui ogni tecnico sul globo è consapevole della propria posizione traballante su di una panchina. A maggior ragione nelle ore in cui l'atterraggio di Giuseppe Marotta sul pianeta nerazzurro ha rimesso in discussione ogni carica nel club sotto quella del presidente Steven Zhang, in versione panzer cinese nella festa di fine anno, è ancora Mou a dare l'esempio, questa volta da non imitare: in una strana mattinata di dicembre, infatti, il 55enne di Setubal si è svegliato improvvisamente nei panni del disoccupato di lusso, appiedato dal Manchester United, il club dei suoi sogni. La chiusura di un cerchio che in otto anni ha portato José dall'apogeo di Madrid al fango di Anfield, nel tempio laico del calcio inglese dove i santoni sono stati messi al bando. Finiti i poteri taumaturgici, neanche al mentalista lusitano è riuscito il miracolo di far risorgere i Red Devils dalle ceneri dell'Inferno sportivo in cui stanno bruciando da anni. Nemmeno tre coppe conquistate a cui Mou, in altri tempi, avrebbe dato altro peso, possono confondere i giudizi di pubblico e critica su un progetto deflagrato sulle basi di un mercato giustificabile solo se pensato come conflittuale con il board di Old Trafford. Da tempo, la parte manageriale di Mourinho ha finito per divorare quella del re della comunicazione e della guida spirituale che convince i campioni a trasformarsi in gregari e viceversa. Una dote unica nel panorama calcistico, introvabile altrove: "E' un allenatore, uno sciamano, un grandissimo psicologo: è tutto quello che ci vuole per ribaltare la testa di qualsiasi giocatore e team”, aveva detto di lui Spalletti ormai più di un anno fa. Rifiutando qualsiasi tipo di paragone: "Ha vinto in maniera continuativa, ha fatto grandissimi risultati con grandi club, quindi è un accostamento che non regge".
Eppure, i gemelli diversi di due epoche lontanissime della storia della Beneamata non sono mai stati così vicini: colpa delle circostanze delle ultime ore, quelle che hanno rimesso pericolosamente su piazza Mourinho. Lo stesso stregone che continua a essere la pietra di paragone per qualsiasi uomo varchi la soglia del centro sportivo di Appiano Gentile con la pretesa di portare il gruppo di giocatori a sua disposizione in alto. Spalletti non costituisce l'eccezione: i giornalisti non vedono l'ora di tirargli la giacca per riportare indietro il calendario al 2010, i tifosi che non vogliono bene alla loro squadra del cuore si fanno prendere da raptus di nostalgia non appena il vate di Setubal esibisce con fierezza reperti di un passato glorioso. Le tre dita sbattute in faccia ai tifosi della Juve all'andata e la mano all'orecchio per ascoltare il silenzio irreale dello Stadium nel match di ritorno resteranno incastonate tra i colpi di teatro della carriera di un fenomenale showman. La cui eredità continuerà a rimanere un fardello fino a quando qualcuno non riuscirà a rompere il tabù sollevando un trofeo a scelta tra scudetto o Champions League. Per ora, l'orologio si è fermato, continua a segnare l'anno del Signore 2010, quello dell'insediamento di Marotta come direttore generale della Juve. Il mondo è andato avanti, ma sembra voler tornare indietro capovolgendo i destini: “L'Inter di oggi è più avanti della Juventus quando arrivai io in bianconero”, ha detto il dirigente varesino a Sky. Pronunciando una verità parziale, dimenticandosi di dire che i competitor per il tricolore erano un Milan senza futuro che trovò la quadra con l'acquisto-garanzia di Ibrahimovic, e l'Inter, guarda caso orfana di Mourinho e appagata da un anno di imprese.
L'esilio dai vertici della Milano del calcio non è cominciata con l'addio di Mou o la 'cacciata' di Ibra, così come un Rinascimento meneghino non può essere segnato sulla linea del tempo solo dopo l'arrivo di due capacissimi manager come Beppe Marotta e Ivan Gazidis. Questi, semmai, tra qualche anno verranno ricordati come gli episodi che hanno scatenato una precisa restaurazione, che per la Serie A significa una sola cosa: detronizzare la Juventus che viaggia verso l'ottavo scudetto di fila. Dal settimo posto (del 2016-2017) alla gloria, questo è il remake in chiave nerazzurra che vogliono vedere i tifosi interisti dopo aver visto godere gli odiati nemici sportivi. Se sarà Spalletti il regista del film, lo dirà il tempo. Sì, perché non può diventare Mourinho in due anni. Ma nemmeno pretendere che faccia ritornare la sua Inter come in un'anacronistica rievocazione storica.
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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