C’è chi dice che il calcio sia ‘solo’ un gioco, ma più mi guardo intorno, più mi convinco che non sia così. Vedere un uomo che spende la propria vita per questo sport, mi fa pensare che ci sia qualcosa di vero e profondo alla base di tutto e che non si tratti soltanto ‘di correre dietro a un pallone’. Javier Adelmar Zanetti, soprannominato Pupi, è vent’anni che lo rincorre quel pallone e se dovesse rispondere alla domanda: “Cos’è il calcio per te?”, sono sicura che non risponderebbe mai: “E’ un gioco”.
Javier ha iniziato fin da piccolo a capire che, per lui, il calcio avrebbe significato tutto. Ci ha creduto fin da giovanissimo, quando aiutava papà Ignazio lavorando come muratore e fra una pausa e l’altra finiva sempre a giocare al campetto di “Dock Sud”, la periferia di Buenos Aires, dove è cresciuto. Un ragazzino come tanti, con molti sogni, speranze e voglia di farcela in una realtà difficile, come quella argentina. Dopo anni di militanza nelle squadre giovanili, a soli 22 anni, nell’estate del 1995, approda in un grande club come l’Inter: un mondo nuovo, diverso, lontano anni luce da quello della propria infanzia. Da quel momento in poi la sua vita e la sua carriera calcistica si coloreranno per sempre di nerazzurro. Zanetti diventa l’eccezione in un calcio sempre più orientato verso interessi e notorietà: come la maggior parte delle persone, si lascia trasportare dai sentimenti e dalle emozioni che la vita ci regala e si innamora di una squadra, di una società, di una città e inevitabilmente il suo amore viene ricambiato. Diventa capitano, colonna portante dello spogliatoio e bandiera intoccabile per il popolo nerazzurro.
In oltre quindici anni di Inter, Javier Zanetti ha dato e continua a dare tutto ciò che è, come persona e calciatore. Basta guardare una sua partita per capire chi sia Pupi: un uomo leale, rispettoso, instancabile, un esempio insomma. Con professionalità e abnegazione ha sempre amato l’Inter e dopo aver passato anni difficili, si deve essere onorati che sia stato un grande uomo ad alzare al cielo i numerosi trofei vinti in questi anni dall’Inter. Più che in qualsiasi altro momento, quella notte del 22 maggio, le sue lacrime di gioia erano mischiate alle nostre e i suoi brividi erano gli stessi che percorrevano la nostra schiena, perché è come se Javier ci fosse sempre stato e sapesse, più di chiunque altro, ciò che stavamo provando.
Il capitano è cresciuto come calciatore ma anche e soprattutto come uomo e ci ha insegnato ancora di più che tirare un calcio a un pallone non è solo un gioco: per molti significa salvare la propria vita. Con la moglie Paula ha creato la “Fondazione P.U.P.I.”, che opera in Argentina, aiutando i bambini più poveri e disagiati: ragazzini che hanno sogni e desideri, gli stessi del nostro capitano, quando aveva la loro età, e ancora non immaginava come sarebbe stata la sua vita. Una vita ricca di soddisfazioni che lo ha portato, a 37 anni, a raggiunge quota 519 presenze in campionato con la medesima maglia. Ma i record da raggiungere e superare sono ancora tanti e capitan Zanetti non si vuole fermare proprio ora: in realtà sembra che non intraveda ancora il momento di fermarsi e di questo ne siamo felici.
Mi viene in mente ora, come non mai, il commento che scrisse un tifoso: “Avere Zanetti significa che Dio ci ama”. Una frase forte che sintetizza, però, il pensiero di tutti gli interisti che sono grati di avere come capitano della propria squadra del cuore, un uomo come Zanetti. In questo giorno speciale, caro Javier, rinnovarti il nostro affetto e la nostra gratitudine è doveroso: grazie perché continui a essere te stesso, perché non ci hai mai voltato le spalle, perché ami l’Inter quanto noi, perché siamo sicuri di trovarti in ogni momento, bello o brutto che sia, e perché, ogni volta che scendi in campo, ci ricordi che il calcio non è solo un gioco. Grazie, unico e immenso capitano.
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