Altre parti dell'intervista di Marcus Thuram pubblicata oggi dalla Gazzetta dello Sport dopo le anticipazioni di ieri.
Non fosse stato figlio di Lilian, ora sarebbe così forte?
«No. Lui è stato fondamentale per me, da giovane e ancora oggi. Con lui guadagno tempo, una parola sua sono 2-3 settimane di lavoro per un altro».
Ma oggi è lui il papà di Marcus o resta lei il figlio di Lilian?
«No, resto io figlio suo. E sono anche il grande fratello di Khephren. Sono fiero della mia famiglia».
È stato un peso, essere figlio di un campione?
«A volte lo è stato. Mio padre mi aveva preparato, “ti giudicheranno per il cognome, diranno che ci sei solo perché sei mio figlio”. Non è stato piacevole, quando ero bambino, sentir dire cattiverie dai genitori dei ragazzi con cui giocavo. Rispondevo così: “guardate che se segno, non è perché il portiere avversario si sposta per far segnare il figlio di Lilian”».
Con Khephren avete scommesso su chi vince più trofei quest’anno?
«C’è stata la possibilità di giocare insieme, quando ero al Borussia il Nizza mi voleva ma poi non se ne è fatto nulla. No, nessuna scommessa con lui. Gli auguro il meglio. Non proprio il meglio meglio eh… Diciamo a lui sì, alla squadra in cui gioca no».
È davvero più forte di lei?
«Sì, lo è. E sa perché? Perché può imparare dal papà e poi dal fratello, è fortunato».
Lei è appassionato di manga. In chi si rivede?
«Il mio preferito è Dragon Ball Z, il personaggio è Super Saiyan 4: lo adoro, è veloce, potente. E poi Captain Tsubasa (in Italia Holly e Benji, ndr): tifavo per Mark Lenders, è nato ala e poi è diventato centravanti, come me».
Cosa ha provato durante il malore di Bove?
«Ero paralizzato, sangue ghiacciato, non sapevo cosa fare. Ma è come una sveglia sulla vita. Dopo la partita ho chiamato tutte le persone a cui voglio bene, una ad una, per dire loro quanto le amo».
Ha la sensazione che il carrozzone sia costretto sempre ad andare avanti?
«Il calcio è un business, ci sono di mezzo i soldi della gente, c’è chi vuole e deve guadagnare. Ma noi calciatori a Firenze ci siamo fermati. Siamo essere umani: queste cose possono accadere a tutti. E dunque bene è stato bloccare la partita».
Si fa abbastanza sulla salute? Anche dal punto di vista mentale?
«Non è facile per noi gestire la pressione. Ma dipende sempre dal tipo di approccio. Vede, io amo veramente il calcio, è la mia vita. Ha ragione Davide (Frattesi, ndr), ho sentito il suo consiglio ai più giovani, “non prendete mai tutto al 100%”. Ecco: se si perde la componente del gioco, siamo finiti. Mentalmente è importante riuscire a staccare. Ad esempio dai social: sono nocivi per i calciatori. Quando sbagliamo una partita, non abbiamo ucciso nessuno eh! Può capitare, ci sarà sempre la sfida successiva per riscattarsi».
All’Europeo lei e altri giocatori francesi vi siete schierati contro Le Pen, alla vigilia delle elezioni. Perché in Italia non c’è la stessa sensibilità?
«Io posso parlare per me. È stato naturale per il sottoscritto e per Kylian (Mbappé, ndr). Siamo giovani, neri, è stato giusto capire quel che stava accadendo e poi parlare».
Le è mai capitato di subire un episodio razzista qui in Italia?
«A me personalmente mai».
Se le accadesse, cosa farebbe?
«Non starei zitto. Parlare non è mai stato un problema, denunciare delle cose che non trovo giuste, idem. Poi non giudico chi non fa come me».
Parliamo del suo idolo, Adriano. Che effetto le fa, vederlo oggi?
«Ho letto che si sente felice nella sua favela, lo vedo su instagram sorridente: conta questo».
Lo sa che Simone Inzaghi ha segnato 4 gol in una sola gara in Champions?
«Non lo sapevo. Non penso che ci riuscirò, anche perché lui dopo due gol mi fa uscire (risata, ndr)».
Ma come fa a sorridere sempre?
«Sono felice, faccio quel che ho sempre voluto nella vita. Perché non dovrei?».
Ci racconta il rapporto col sonno?
«Ogni pomeriggio che non c’è allenamento, dormo. E mica metto la sveglia: come una roulette russa, quando mi sveglio, mi sveglio».
E il cuscino in trasferta?
«Sempre con me. Ho bisogno di sapere che posso appoggiare bene la mia testa».
Dove si vede tra 15 anni?
«Mi piacerebbe quello che fa Titì Henry, con la Cbs. Vorrei lavorare in una tv americana, è un tipo di commento più rilassato, qui in Italia o in Francia ci prendiamo tutti troppo sul serio. E in ogni caso, vorrei andare a vivere negli States».
Lei in campo ha qualcosa di Henry, no?
«Ma no… Lui era di un altro livello, ehi. Lo sento spesso, è più easy parlare con lui che con mio padre. Un giorno mi ha raccontato che in Italia gli facevano fare il quinto a centrocampo, ma come è possibile?».
Tutto vero.
«È che nella vita dipende sempre dal posto in cui ti trovi».
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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