"Domani non guardo Juve-Milan, perché ho la serata libera e c'è la NFL da guardare".
“Il derby? Prima avrò qualche giorno di riposo, mi godrò la famiglia e guarderò la NFL. E domenica andrò anche a Madrid a vederla dal vivo”.
Appena possibile, dalla bocca di Cristian Chivu escono quelle tre letterine che messe insieme compongono una sigla che ha un che di affascinante: NFL, ovvero la lega regina del football americano. Il tecnico dell’Inter, quindi, è annoverabile tra le centinaia di milioni di fan di quello che per gli Stati Uniti e non solo è qualcosa di più che un semplice sport. Per il popolo statunitense, il football è cultura, spettacolo, parte integrante del tessuto urbano e sociale di una nazione intera. È la lega sportiva più ricca del mondo, capace nel 2024 di generare ricavi per oltre 23 miliardi di dollari e che ha come culmine dell’annata sportiva un evento, il Superbowl, che è il carrarmato dello sport business, capace di creare un indotto economico da capogiro e dove per uno spot di 30 secondi le aziende sono pronte a svenarsi con costi medi, per l'anno 2025, da otto milioni di dollari; roba, insomma, da far apparire la finale di Champions League una piccola formica al confronto. Una passione che a quanto pare si espande per il globo, con match che si giocano nei vari angoli del pianeta, e che ha coinvolto anche mister Chivu. Ma attenzione, perché dietro quella che può essere dipinta come una semplice passione, può esserci molto di più; ad esempio, questo interesse può dirci molto del modo in cui Chivu intende evolvere nel suo mestiere di allenatore. Spieghiamo meglio.
Lo scopo del football americano, detto in soldoni, è questo: la squadra che attacca ha quattro tentativi (downs) per avanzare col pallone di almeno 10 yard sul campo, ogni qualvolta ci riesce il conto delle iarde da raggiungere e dei tentativi si azzera, fino al momento di arrivare a punti tramite touchdown (volgarmente ‘meta’) o con il field goal (altrettanto volgarmente ‘calcio piazzato’) che valgono rispettivamente sei e tre punti (nel primo caso, diventano sette se la squadra realizza anche il calcio addizionale o addirittura otto se la squadra prova a segnare un altro touchdown correndo o passando la palla dall'area del campo di gioco); in caso di assalto respinto, si va col punt, il calcione a riconsegnare palla all'avversario. Ma dietro un funzionamento così basico e un gioco che a vederlo con gli occhi del neofita sembra qualcosa di poco tecnico e volendo anche un po' triviale, c’è molto, molto di più: c’è una tecnica raffinata, nel lancio del quarterback come nella ricezione dei compagni, ma soprattutto c’è tantissimo da vedere anche oltre lo semplice sviluppo dell’azione palla in mano.
Non a caso, uno dei manuali tecnici più noti e apprezzati dedicati a questo sport ha come titolo ‘Levate gli occhi dalla palla’. Perché probabilmente il bello del football è proprio questo: una volta effettuato lo snap, che sarebbe il lancio che il centro effettua all’indietro verso il proprio quarterback, si consumano in contemporanea una serie di partite nella partita, tra il blocco che attacca e quello che difende, creando un effetto che per godersi in tutto e per tutto servirebbero almeno cinque paia di occhi. L’arrivare al momento adrenalinico del touchdown deriva dalla memorizzazione e dall’applicazione di migliaia di schemi, che riempiono libri di tattica, i cosiddetti playbook, grandi pressappoco come un’enciclopedia. Il tutto allo scopo di creare un’orchestra perfetta che possa agire con sincronismo perfetto per agevolare il raggiungimento della fatidica end zone.
E dai movimenti di quest’orchestra deriva in un certo qual modo anche la mutua ‘salvezza’ dello schema ma anche del portatore di palla: basta che un ingranaggio non funzioni nel modo giusto ed ecco che due-tre marcantoni ti arrivano addosso a valanga vanificando ogni buona intenzione se non l’integrità di qualche osso o muscolo. Discorso che può essere ribaltato anche per la squadra in difesa, che altrettante migliaia di schemi deve imparare per cercare di neutralizzare le offensive avversarie, e anche lì ogni cosa deve funzionare al meglio o tanti saluti io vado in meta. Insomma, dietro a quello che sembra uno sport rude c’è un lavoro di intelligenza e strategia legate allo sport senza pari. Al punto tale che i roster di una franchigia NFL sono composti da oltre una cinquantina di elementi e sono distinti e separati a seconda che si attacchi o si difenda, e che un solo allenatore per gestire il tutto non può assolutamente bastare, anzi: uno staff tecnico di una squadra di football americano comprende in media un centinaio di persone, tra tanti specialisti degli schemi offensivi e altrettanti dedicati a quelli difensivi, personale di supporto, data analysts, personale addetto all’equipaggiamento e compagnia cantante.
A questo punto, ecco come emerge la potenziale chiave di lettura dell’occhio di riguardo che Chivu nutre nei confronti della NFL: dallo sport che offre un’infinita gamma di studi e soluzioni tattiche, e che oltretutto si gioca in un campo con dimensioni simili a quelle di un campo da calcio, il tecnico rumeno può, se non attingere in toto, sicuramente prendere tanti, tantissimi spunti dal modo in cui una squadra della NFL agisce sul campo, si muove, aggredisce e capisce i momenti, per usare un’espressione a lui tanto cara e che traslata al football americano ha volendo ancora più valenza perché i momenti possono anche essere infinitesimali, anche il tempo di un errore di valutazione fatto in un microsecondo che impedisce di ricevere o intercettare il pallone. Una traccia tangibile di questa osservazione sta, come peraltro già evidenziato, nella pressione sul portatore di palla avversario, come le difese aggressive del football provano a pressare il quarterback prima che questi effettui il lancio. E se ciò non fosse sufficiente, allora pensiamo a quante volte Chivu cita e spende parole di elogio per il proprio staff, che lo aiuta nel lavoro e al tempo stesso si dimostra proattivo nel trovare nuove soluzioni tattiche come si è visto con la meraviglia sganciata da Hakan Calhanoglu e Piotr Zielinski a Verona. Ecco, il ruolo chiave del gruppo di supporto è un’altra caratteristica assimilabile al lavoro che si svolge nella NFL.
L’ambizione di Chivu non sarà quella di essere assimilato a nomi come quelli di leggende del football come Vince Lombardi, George Halas o Curly Lambeau, tanto quanto quella di imparare quanto più possibile per portare qualcosa di innovativo al suo bagaglio tecnico e insieme al calcio di oggi. E ogni cosa può essere frutto di conoscenza, anche quella derivante da ciò che viene definito una semplice passione. E si può essere sicuri che Chivu, in fondo in fondo, invidi alla NFL il fatto che, vista la conformazione temporalmente ristretta del campionato, di tempo per allenarsi e migliorare ce ne sia in abbondanza…
Autore: Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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