A tutto Roberto Martínez. Il Ct del Belgio, in una chiacchierata esclusiva con FcInterNews, oltre a parlare della sua Nazionale, tocca ogni tema e ogni giocatore che possa essere connesso ai nerazzurri (e non).
Cosa si prova a guidare la Nazionale numero uno al mondo per il ranking FIFA?
“È il terzo anno che il Belgio si trova in questa posizione. E ovviamente ne siamo orgogliosi. Come Paese abbiamo meno di mezzo milione di licenze. E questo dimostra il gran lavoro che si è svolto negli ultimi 15 anni: quello che ha portato allo sviluppo dell’attuale generazione di calciatori. Detto questo adesso dobbiamo metterci ancora più sotto. Quando scendi in campo, non conta la posizione del ranking”.
Avete disputato un grande Mondiale. E nei Diavoli Rossi militano calciatori fortissimi. Come siete arrivati a questo punto?
“Si tratta di una combinazione di aspetti. Non è una formula magica, ma un progetto preciso su come si è sviluppato il calcio belga, iniziato nel 2002. Da lì tutti gli atleti delle accademie hanno seguito un preciso stile di gioco. Si propone una certa forma e un determinato sviluppo dei ragazzi. Da un punto di vista tecnico è stato molto importante. Da allora poi i calciatori del Belgio sono emigrati, diventando fondamentali nei diversi spogliatoi dei top club europei. In questo senso c’è un aspetto meno controllabile da parte della Federazione, che è quello del singolo tesserato che punta a crescere, adattarsi ad una nuova Nazione e migliorare. Tutte queste peculiarità differenti hanno permesso l’evoluzione di questa generazione, che definisco speciale. Per una combinazione di progettualità e sviluppo dell’individuo, per calciatori di registro mondiale”.
Come è cambiato il suo lavoro con la pandemia?
“Prima lavoravamo sulle statistiche potendo andare al campo e vedere dal vivo le partite. Adesso sull’interpretazione dei numeri che ci vengono forniti. Tutto è a distanza. Ma la responsabilità del lavoro non è cambiata. Certo, non possiamo viaggiare per assistere live alle gare, ma lavoriamo tutti insieme per parametrare al meglio le informazioni raccolte”.
Tra qualche mese, si spera, ci sarà l’Europeo. Immagino che il Belgio parta per vincere.
“Io non credo che ci si possa avvicinare ad un tale torneo con la volontà di vincere. Non dipende solo da te. Quello che puoi fare è arrivare al massimo livello possibile e prepararti ad ogni gara con l’intenzione di battere il tuo avversario. Noi siamo migliorati rispetto al Mondiale del 2018. C’è tanta voglia di fare bene. Ma conosciamo benissimo la difficoltà di un torneo che si disputerà in giro per l’Europa. Affronteremo due anfitrioni come Russia e Danimarca a San Pietroburgo e a Copenaghen, quindi non sarà semplice quantificare le possibili difficoltà da incontrare. In Belgio c’è la speranza di poter fare bene e si cullano molte aspettative. Si nota come tutto il mondo vuol far parte di questo viaggio: affronteremo le avversità insieme”.
Come vede l’Italia?
“Mi incanta. Sono sempre stato un grande fan di Roberto Mancini. Gli Azzurri non hanno perso nemmeno una partita l’anno scorso. Giocano un calcio moderno e dinamico. Può vincere contro chiunque. Se mi piace qualche giocatore in particolare? No, sono molto soddisfatto dei miei (sorride, ndr)”.
E allora parliamo di Lukaku. Un supereroe per i tifosi dell’Inter.
“Non mi sorprende. Romelu ha sempre anticipato le tappe. A 16 anni giocava già in prima squadra. Ha già vissuto due trasferimenti particolarmente importanti. Io ho avuto la possibilità di lavorare con lui a livello di club e ho visto la sua evoluzione. Lukaku è uno dei migliori goleador della storia del calcio. È ancora molto giovane e queste valutazioni dovrebbero essere esplicitate quando un atleta si ritira. Ma nel suo caso si è sempre vista questa capacità di segnare. Una dote innata, che lo rende speciale. Adesso poi che gioca in Italia ha sviluppato una nuova maturità. La relazione con l’Inter e con Antonio Conte denota l’intensità di voler vincere lo Scudetto. Ricordo che quando i nerazzurri non avevano di fatto diritto nel reclamare la lotta al titolo Romelu mi disse: ‘Vado all’Inter per vincere la Serie A’. In quel momento sembrava proibitivo. E adesso si vede, da come ha terminato il 2020 e iniziato il 2021, come lui abbia dato un passo alla sua carriera: la capacità realizzativa è supportata da leadership, maturità e gioco per la propria squadra”.
Sembra anche una persona che non dimentica le proprie origini.
“Senza dubbio. La sua qualità umana è un qualcosa di prezioso. Parliamo di un ragazzo intelligente, che parla correttamente sette lingue differenti. È curioso, altrimenti non avrebbe lasciato la sua famiglia per conoscere il mondo così giovane. Lo ricordo al Chelsea. Era uno spettacolo vederlo al West Bromwich Albion. Poi con l’Everton abbiamo pagato il prezzo più alto della storia del club per il cartellino di un giocatore. E lui ci ripagò diventando il massimo marcatore di tutti i tempi. Nonostante tutto questo resta una persona molto umana, che sa differenziare quando sta in campo e quando sta fuori. Disgraziatamente non tutti sono come lui. Romelu ha interesse per il prossimo e cerca di creare una comunità migliore. E questo è un aspetto genuino che culla dentro di sé”.
È anche protagonista nella lotta al razzismo. Più volte ha dimostrato di non avere paura di dire ciò che pensa.
“Nella società moderna abbiamo bisogno di calciatori che possano sostenere questo ruolo di educatori, su cosa sia realmente importante. Lui lo ha sempre fatto con rispetto, senza essere individualista, per un mondo migliore. Che sia in Italia, in Belgio o in giro per l’Europa, Romelu è sempre stato d’esempio per i giovani”.
Non so cosa sia successo all’Everton quando lo avete comprato. Ma prima che arrivasse in Italia una prima pagina su di lui titolava: “Vale davvero 83 milioni di euro”? Poi in molti si sono ricreduti.
“Da noi arrivò in prestito. Successivamente facemmo quel grande investimento su di lui dopo un anno che già giocava con noi. E la notizia che fosse diventato di proprietà dell’Everton rese felici tutti i nostri tifosi. E direi che lo stesso discorso possa essere esteso anche a quando firmò con i Red Devils inglesi. Se in Italia si diceva il contrario era semplicemente perché c’era un disconoscimento totale della sua figura, magari dovuto ai rumors di quello che stava succedendo allo United. Per fortuna lui non si è mai curato di certe dicerie. A Romelu è sempre e solo importata la volontà di avere successo nell’Inter, di rendere la società ancora più grande e del provare a conquistare un trofeo con i nerazzurri. Adesso sono convinto che tutto il mondo interista, anzi che gli amanti del calcio italiano, possono dirsi convinti che il trasferimento di Romelu Lukaku a Milano, per via del rapporto qualità-prezzo, sia stato uno dei più economici e convenienti degli ultimi dieci anni”.
Se l’Inter vincesse lo Scudetto e voi arrivaste fino in fondo all’Europe, Big Rom potrebbe vincere il Pallone d’Oro?
“Sì, certo. Poi chiaro che il selezionatore del Belgio non dovrebbe mai commentare questa possibilità, perché risponderebbe in modo egoista. Ma Romelu è totalmente capace di ottenere qualsiasi premio individuale. Soprattutto se davvero il suo trasferimento all’Inter andasse a cambiare le sorti della squadra nerazzurra. Oggi giustamente si tessono le lodi di Robert Lewandowski: ecco Lukaku negli ultimi sette mesi è stato sicuramente al top. La risposta alla sua domanda si trova nei fatti, ma non dovrebbe porre tale questione sui suoi giocatori al tecnico del Belgio: proprio perché per me la risposta è ovvia. Io sono anche di parte”.
Nel vostro parco attaccanti c’è Origi, accostato al nerazzurro. Sarebbe felice Divock facesse nell’Inter quello che fa da voi, cioè il vice Lukaku?
“È un gran talento. Da giovanissimo ha raggiunto un livello elevato di prestazione. Nel 2014 era titolare nel Mondiale in Brasile, sono già passati sette anni. Resta un atleta giovane, che nonostante nelle ultime tre stagioni abbia segnato reti storiche per Champions League e Premier col Liverpool, non ha avuto il minutaggio che ci si poteva aspettare, almeno qui in Belgio. È un atleta che non ha paura, nulla è troppo grande per lui, tanto che ha avuto quel successo di cui parlavo prima. Certo è che gli servirebbe giocare di più, e avere un ruolo più centrale. Qui da noi ci sono molte aspettative riguardanti alla sua decisione in questa sessione di mercato”.
Da una certezza ad una promessa: Vanheusden. Lei lo ha fatto esordire in Nazionale. È da top club come l’Inter?
“Senza dubbio alcuno. Zinho ha potenzialità incredibili. Peccato si sia infortunato proprio poco dopo il suo debutto con la selezione maggiore. È un leader nato, è molto difficile trovare giocatori con questa caratteristica. Ci sono buoni difensori e attaccanti, lui ha doti in entrambe le fasi, ma l’essere un trascinatore alla sua età è qualcosa che hai o non hai. E Zinho ha questa grande qualità. In più possiede grande tecnica: è un calciatore moderno”.
Un’Inter belga insomma. Ci sono pure Persyn ed Emmers.
“Non dimentichiamo Sienna Miangue che ha un passato nerazzurro. Tutto il mondo ha buoni ricordi quando si uniscono il Belgio e l’Inter. Tibo sta crescendo in una posizione molto importante nella nostra selezione. Le ali capaci di macinare chilometri sono fondamentali e questo tipo di calciatori avranno sempre le loro occasioni in Nazionale. I nostri giovani sin da piccoli devono apprendere tre lingue diverse e questo ti permette di crescere all’estero ed essere molto adattabili. I giocatori che ha menzionato lo dimostrano: quando devi maturare non importa che tu sia fuori dalla tua zona di confort: hai le capacità per dimostrare le tue qualità”.
Chi invece ha toppato all’Inter è Radja Nainggolan. Mi sembra di capire che non avete avuto un rapporto così buono. Cosa è successo?
“No, non è così. Io come allenatore devo prendere delle decisioni. Il lavoro più duro è ridurre la rosa a 23 giocatori. Nelle posizioni di attacco del Belgio ci sono diversi profili e devi cercare un equilibrio. Poi è facile dire che la nostra relazione non fosse buona, ma non è così. È sempre stato tutto molto professionale. Io devo selezionare 23 calciatori che formino la miglior rosa, che è diverso dallo scegliere i 23 più forti”.
Cosa pensa di Antonio Conte?
“Mi incanta. Plasma un ambiente esigente e crea squadre vincenti: pensi alla flessibilità tattica del suo Chelsea dentro ad una struttura ben precisa. Tira fuori il massimo dai suoi calciatori. Non posso che apprezzare molto il lavoro”.
Ultima domanda, che vale non per l’immediato. Ma fra uno-due-cinque-dieci anni, quando terminerà la sua traiettoria con il Belgio, l’Italia potrebbe essere un’opzione gradita? Magari per un ricongiungimento con Romelu…
“Io a 16 anni lasciai casa mia per andare a Saragozza. A 21 mi trasferii in Inghilterra. Ora sono in Belgio. Amo scoprire diverse culture attraverso il calcio e i progetti sono sempre relazioni umane. Nel senso che ogni istituzione o società è rappresentata da una persona. Non mi è mai importato in che Paese e campionato. La Serie A è sempre stato un torneo bello da seguire. Quando ero un giovane atleta da voi c’erano grandi referenti. E anche oggi, e lo dico da allenatore, è una competizione che ti appassiona”.
Vuole aggiungere altro?
“La saluto e dico a tutti i vostri lettori che sono piuttosto sicuro che quest’anno l’Inter vincerà lo Scudetto”.
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