Riavvolgiamo il nastro e torniamo a Empoli. Dopo tre giorni di polemiche che offuscano l'importantissima vittoria sul Napoli, l'Inter va al Castellani e gioca una partita normale, risolta da Keita. Niente di speciale: match condotto a ritmi blandi, poi gli ingressi di Nainggolan e Lautaro danno l'accelerata giusta. Si va alla sosta con un terzo posto solidissimo e la certezza di poter guardare al 2019 con entusiasmo.
Ma è proprio qui, mentre non si gioca, che qualcosa si rompe. Cosa? Non si sa. Quel che è certo è che, anche a causa del mercato prolungato, si va in campo con i rumors nelle orecchie e pensieri strani nella testa. Dalle discussioni estenuanti sul rinnovo di Icardi al 'mal di pancia' di Perisic, dai desideri di Miranda a quelli di Candreva, passando per le voci su Vecino, Skriniar, Gagliardini, Keita e, soprattutto, il 'caso' Nainggolan. Insomma, quasi tutti i giocatori della rosa nerazzurra vengono investiti da un martellamento quotidiano. L'ambiente comincia a temere non si sa bene cosa. Qualcuno – in vista del match col Benevento – già paventa il fantasma del Pordenone. E, invece, arriva una goleada, con chi gioca poco che risponde presente. Ma l'aria continua a essere pesante, sembra che da un momento all'altro debba succedere qualcosa. Si inizia a parlare di obiettivi obbligati per Luciano Spalletti: vincere almeno una coppa e restare nelle prime quattro l'unica via per restare in panchina. "L'ombra di Conte", "Il fantasma di Mourinho", "La sagoma di Simeone". Così, dal nulla. Non si capisce bene cosa si pretenda da una squadra eliminata nel girone più difficile della Champions solo per la regola dei gol in trasferta e terza in classifica. Ma tant'è.
Si torna a giocare il campionato, con San Siro chiuso per i buu a Koulibaly e con Keita infortunato. L'Inter non va oltre lo 0-0 con il Sassuolo e i timori ancestrali iniziano a prendere corpo. A Torino, ancora peggio: le scelte in attacco sono limitate, con Keita ko, Politano a mezzo servizio e Perisic in piena bufera mercato. Partenza decente, gol falliti e ai granata basta un colpo di testa di Izzo per portare a casa tre punti. Il resto, è storia recente: l'eliminazione dalla Coppa Italia ai rigori con la Lazio e il rovescio indecoroso con il Bologna.
Trovare una spiegazione diventa esercizio ai limiti dell'impossibile. Un'inversione di rotta senza senso. Da fuori si può constatare uno psicodramma alimentato pian piano, prima con voci di mercato, poi con i dubbi sulla guida tecnica, fino a riverberarsi sul campo, facendo avverare i peggiori incubi. Una sorta di catarsi riuscita male. Perché non può bastare la delusione per un paio di partite andate storte a giustificare schizofrenie e deliri di ogni genere così tanto accentuati da destabilizzare l'ambiente. L'Inter era ed è terza. Ed è ancora in corsa in Europa. In questo lasso di tempo ha perso la Coppa Italia ai calci di rigore e qualche punto dalle inseguitrici. Stop. C'è tutto il tempo per rimettersi in carreggiata. Basta volerlo.
Soprattutto, servirà fare quadrato, chiudere a doppia mandata i cancelli di Appiano evitando gli spifferi e remare tutti dalla stessa parte. Società, squadra e tifosi. Senza disperdere energie mentali preziose e senza dare credito a chi, come ha acutamente indicato Spalletti, non scrive per dare notizie ma per strategia. Quale, poi, non si sa. O forse sì. Resta il fatto che rovinare un'intera stagione per andare dietro a chi parla di "Caos Calvo", francamente, sarebbe un errore imperdonabile. Ognuno, quindi, si prenda le proprie responsabilità e pensi al bene dell'Inter. La società faccia la società (e magari pianifichi una strategia comunicativa efficace per ribattere colpo su colpo ai continui attacchi...); l'allenatore non perda lucidità; i giocatori tornino quelli che sono stati fino a dicembre; i tifosi non cadano nel tranello mediatico e supportino la squadra in ogni caso. Ai margini chi non lo farà.
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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