Un uomo solo è al comando, la sua divisa è nerazzurra, il suo nome è Roberto Mancini. Sento risuonare questa frase, presa in prestito e parafrasata dall'illustre radiocronaca con cui Mario Ferretti celebrò la fuga per la vittoria di Fausto Coppi nell'epica tappa Cuneo-Pinerolo del '49, quando penso alla situazione in casa Inter dall'arrivo del tecnico di Jesi in quel piovoso giorno di novembre. Il coach, tornato manager plenipotenziario dopo le esperienze di Manchester e Istanbul, ha messo sul tavolo la sua reputazione davanti ai tifosi ancor prima della sua carriera da tecnico, ma in questo all-in sembra aver scordato di sincronizzare l'orologio della Storia interista agli anni grigi che la Beneamata sta vivendo dopo i fasti dell'età d'oro mourinhana.
A nove mesi di distanza dalla 'decision manciniana' di varcare di nuovo i cancelli di Appiano Gentile, ora il quadro della situazione che ha portato a quella scelta inaspettata sembra sempre più chiaro: la società ha fatto di Mancini, anche considerando il grande credito che lo stesso gode verso i tifosi, il vero centro di gravità permanente nerazzurro. Questa opzione, a mio avviso, ha una forte componente di azzardo, come dimostrato dal peccato originale commesso dall'uomo che era chiamato a incendiare una vera e propria rivoluzione: ovverosia il fatto di aver preteso di trattare da grande squadra una formazione che non ci assomigliava neanche alla lontana. Il leader non può mai essere un uomo seduto in panchina: in campo, per quanto un allenatore possa avere un carisma innato, ci vanno i giocatori, quegli stessi che non avevano una guida sicura a cui rivolgersi nelle infinite pieghe negative che aveva preso la squadra nella scorsa stagione. Non ha aiutato certamente la mossa audace di Mancini di delegittimare il gruppo (servono almeno 8-9 acquisti aveva dichiarato nel post Inter-Empoli), ma fatto sta: Mancio, intendiamoci, con tutta la ragione del mondo, ha sempre creduto che la sua rosa necessitasse di un'aggiustata decisa sul mercato. Obiettivo molto facile da raggiungere per uno che ha un discreto ascendente della parti della Pinetina: nonostante il credito non certo infinito, infatti, Roberto da Jesi, mettendo in campo le sue doti persuasive nei confronti di Thohir, è riuscito ad aver tutti per sé ben quattro colpi di buon livello. Pleonastico sottolineare come almeno due dei quattro di cui sopra sono ascrivibili ad errori da matita blu più di quanto non abbiano già dimostrato i fatti (il solo Brozovic ha resistito al repulisti estivo generale, mentre la situazione Santon è a dir poco vacillante); pecche, queste, che hanno dei riverberi non indifferenti anche sulla campagna trasferimenti estiva. E quando sbagli prospettive a monte, come Mancini agli albori della sua avventura milanese 2.0, e poi incappi in altri equivoci tecnico-tattici (Shaqiri e Kovacic sono gli incompresi sacrificati sull'altare del mercato), non resta che fare un rapido dietrofront per evitare di vedere le cose con quella relatività che rischia di confondere gli obiettivi con le aspettative. Anche perché, al momento, l'Inter versione 2015-2016 rimane custodita nei pensieri astratti dell'uomo solo al comando, ancora troppo distante dall'avere una forma compiuta.
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