Dall’esultanza di Bastoni al derby d'Italia a quella di Dimarco il passo è stato breve, brevissimo… Giusto il tempo di accantonare una polemica per sollevarne un'altra, altrettanto degna di nota sebbene, c'è da dirlo, l'accanimento subito dall'esterno nerazzurro non sia neanche lontanamente paragonabile a quello subito dal compagno di squadra, oltre che di Nazionale. La discriminante sarà appunto la maglia. Ci viene quasi da sperare.
Sì perché se la portata delle critiche che avevano travolto Alessandro Bastoni dopo 'l'infelice' esultanza per l'espulsione di Kalulu aveva raggiunto picchi altissimi spiegabili con l'eterogeneità di tifo e annesse conseguenze, meno comprensibile risulta il caso montato attorno all'esultanza di Federico Dimarco nell'immediato post-Italia-Irlanda del Nord durante i rigori tra Galles e Bosnia Erzegovina che ha visto trionfare la Nazionale di Edin Dzeko. Il gesto, certo, è facilmente associabile al risultato della gara, scaturito dalla lotteria dei rigori. Risultato che non regala di sicuro all'Italia un verdetto degno di festeggiamenti preventivi per tre ragioni principali: la Bosnia manca al Mondiale dal 2014, tratto peraltro in comune con gli azzurri, e tornarci è senza dubbio il più grande obiettivo di un intero popolo; la gara valida per la finale dei playoff si giocherà a Zenica, ovvero in casa loro, già prontissima a trasformarsi in una vera e propria bolgia che farà da vero e proprio dodicesimo (ma anche tredicesimo e quattordicesimo) uomo di Sergej Barbarez, che per l'occasione ospiterà la Nazionale di Rino Gattuso allo Stadion Bilino Polje, scelto appositamente per la capienza ridotta così da permettere una risonanza maggiore al caldissimo tifo che i bosniaci stanno già imbastendo; visti gli ultimi precedenti nessun italiano capace di intendere e di volere, quindi di temere dispetti del destino, sognerebbe mai di esultare anzitempo, figuriamoci prima di scendere in campo.
Punti ben sintetizzati dallo stesso Dimarco, presentatosi ieri in conferenza stampa a Coverciano per rispondere ai giornalisti presenti nella sala stampa del centro sportivo degli azzurri dove l'esterno dell'Inter ha esordito chiarendo quanto accaduto: "È stata una reazione istintiva, eravamo tra amici e stavamo vedendo dei rigori. Ho sentito anche Edin Dzeko, un amico che ha giocato due anni con me, gli ho fatto i complimenti e lui mi ha risposto dicendomi: 'Vinca il migliore', come giusto che sia. Non ho mancato di rispetto a nessuno, siamo tutti persone per bene. Ho sentito dire che siamo stati arroganti. C'è poco da esserlo, manchiamo da due Mondiali e non avrebbe alcun senso esserlo" ha spiegato il classe '97 che dopo aver azionato l'allarme antincendio col tentativo di abbassare le temperature attorno alla squadra si è tolto qualche sassolino dalle scarpe: "Credo sia stato poco rispettoso esser ripreso in un contesto dove c'erano anche amici, famigliari e soprattutto bambini". Un appunto doveroso che la dice lunga sulla cultura mediatica e comunicativa italiana e dovrebbe dare il via a qualche riflessione sul modus operandi lavorativo di molti media nostrani. Lo spasmodico desiderio di riportare tutto, ma proprio tutto, ha portato ad un appiattimento quasi imbarazzante di sensibilità e buona creanza, oltre che appunto di buon senso. Sorge naturale chiedersi: che motivo c'era di puntare le telecamere sui giocatori, appena usciti dal campo e ancora comprensibilmente elettrizzati da una vittoria importantissima? È possibile non riuscire più a scindere il diritto (e dovere) di cronaca dall'invadenza, abbattendo in maniera praticamente totale il confine tra sfera pubblica e privata? Evidentemente sì. E questo va annoverato a quel triste quanto spaventoso bisogno di profitto, direttamente proporzionale al numero di click e views che spesso e volentieri sfociano in un insensibile e sadico calpestio assolutamente indifferente all'umanità altrui. Bene o male purché se ne parli.
Ed ecco sfornato il caso e la polemica. Trait d'union di un popolo allo sbando che ha perso riferimenti identitari persino nel calcio e se fino a qualche tempo fa la maglia azzurra fungeva da vessillo capace di compattarci tutti, oggi, in mancanza di un carro di vincitori sul quale prontamente montare, a unire è una nuova bandiera: la polemica, appunto. Vincente dunque la mossa della RAI di rilanciare un filmato social e gettare in pasto agli squali i tre italiani immortalati da quel breve frame, tutto fuorché innocente e casuale, che oggi può vantare ghigni di soddisfazioni per i numeri registrati. Sarà altrettanto utile? Questo lo scopriremo martedì sera al triplice fischio del match di Zenica, dove gli animi si sono ulteriormente surriscaldati e inorgogliti dopo le famose suddette immagini che oltr'Adriatico sono state interpretate come una provocazione bella e buona. E allora vedremo quanto utile alla causa azzurra sarà stata consegnare al patibolo mediatico tre giocatori che martedì dovranno trascinare l'Italia verso un obiettivo che nel caso in cui non venisse raggiunto consegnerebbe l'intera Nazione verso il baratro, oltre che verso doverose dimissioni di massa. Se la messa in onda di quelle immagini è stato il primo grave autogol di uno Stato che ha di fatto perso il senso della responsabilità oltre che della consapevolezza, la pungente risonanza data da vari media italiani ha fatto il resto. Non sono difatti mancati i titoloni: "Speriamo il karma non ci punisca". Eh? Il che? Il karma? E pensare che le partite, di solito, si vincono con gambe e testa più che col karma. Gambe che corrono più svelte quando la testa e sgombera da brutti pensieri. Serenità questa non di certo favorita da polemiche inutili e senza senso, come lo stesso ministro dello Sport ci ha tenuto a sottolineare, montate venti minuti dopo il triplice fischio di una vittoria importantissima e tot giorni prima di una finale che potrebbe affossare non solo il calcio italiano, ma l'intero sport.
In attesa di scoprire quanto danno avrà fatto la strategia mediatica di chi preferisce vendere sé stessi nel bene di un profitto non così certamente profittevole, una cosa l'abbiamo capita: non c'è discriminante né causa che tenga in Italia, Paese di polemiche e di buon senso e amor proprio follemente smarriti.
Autore: Egle Patanè / Twitter: @eglevicious23
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